•^: •", 'V ■ 1 f — j- <^ ANNALI DI BOTANICA PUBBLICATI DAL Prof. EOMUALDO PIROTTA Direttore del R. Istituto e del R. Orto Botanico di Roma VOLUME DECIMO CON VII TAVOLE E 26 INCISIONI NEL TESTO X tX'- r^ EOMA TIPOGRAFIA KN'RICO VOGHERA 1912 X INDICE PER AUTORI Catalano G. — Morfologia interna delle radici di alcune Palme e Pandanacee. (Tav. II-III), pag. 66. Chiovenda e. — Del/a priorità di alcuni nomi specifici di piante contenuti nelV « Auctarium ad Synopsim Mefhocticam Stirpium Horti Regi Tauri- nensis » delVAllioni pubblicato nel 1774, pag. 26. — — Intorno a due nuovi generi di piante appartenenti alla famiglia delle « Malpighiaceae», (con fig.), pag. 16. — — Un piccolo pugillo di jnante raccolte nelV Enclave de Ladò, pag, 101. Di due piante intereaaanti della Flora Italiana (con fig.), pag. 123. — — Plantae novae vel minus aotae e regione aethiopica, pag, 383. — — Il genere Sageretia Brongn. in Africa (Tav. V-VII), pag. 431. Cortesi F. — Alcune anoìnaiie delV Anemone nemorosa Z/., pag. 379. De Angelis d'Ossat G. — Di un igrolisimetro (Tav, I, pag. 1). Faure G. — Croinofotomierografia, pag. 103. Gola G. — Jm vegetazione dell'Appennino piemontese, pag. 189. LoNGO B. — Ancora sul Ficus Carica, pag. 147. Massa C. — Reliquie Cesatiane (Tav. IV), pag, 417, Mattirolo O. — Sull'endemismo delP Isoetes Malinvernianum di Cesati e De Notaris, pag. 129. Ricerclie di Morfologia e Fisiologia eseguite nel R. Istituto Botanico di Roma. — XXVII. Seghetti G. — Osservazioni morfologiche e biometriche sulla Urtica membranacea Poir, pag. 339. Tropea C, — Nettari estranuziali nelle foglie rfe/Z'Adenia venenata Forsk, pag.. 6. Brevi comunicazioni, pag. 31, 169, Rivista di Morfologia, pag. 39, 181. Rivista di Fisiologia, pag. 45, 169, 447. Rivista di Botanica descrittiva e geografica, pag. 49. Rivista di Sistematica, pag. 177. Bibliografia, pag. 65, 183, 451. Notizie ed appunti, pag. 61, 453. Annuncio uecrologico, pag. 187. Il fascicolo 1°, pag. 1 - 64 fu pubblicato il 16 marzo 1912 » 2°, » 65-188 » » 10 giugno » » 3°, » 189-463 » » 30 ottobre » VoL. X. [pubblicato il 15 marzo 1912] Fasc. T. \^^^^'--^'~\^ ^'\-/'\^'\^ ' ^ X^'~-^/X-^^>'w'' ■->-/%_^^-^''^/"'^^'V> ANNALI DI BOTANICA PUBBLICATI DAL Prof. KOMUALDO PIROTTA Direttore del R. Istituto e del R. Orto Botanico di Roma INDICE De Angelis d'Ossat G. — Di un igrolisimetro. (Tav. I), pag. 1. Tropea C. — Nettari éstranuziali nelle foglie dell' « Adenia venenata Fiirsk », pag. 5. Chiovenda e. — Della priorità di alcuni nomi specifici di piante contenuti nell'i Auctanum ad Synopsim Meihodicam Stirpium Horti Regi Tauri- nensis » delV Allioni, pubblicato nel i774, pag. 15. ìd. — Intorno a due nuovi generi di piante appartenenti alla famiglia delle « Malpighiaceae » (coq fig.), pag. 25. Brevi comunicazioni, pag. 31. Rivista di Morfologia, pag. 39. Rivista di Fisiologia, pag. 45. Rivista di Botanica descrittiva e geografica, pag. 49. Bibliografia, pag. 55. Notizie ed appunti, pag. 61. ROMA tipografia ENRICO VOGHERA 1912 Gli Annali di Botanica si pubblicano a fascicoli, in tempi non determinati e con numero di fogli e ta- vole non determinati. Il prezzo sarà indicato numero per numero. Agli autori saranno dati gratuitamente 25 esemplari di estratti. Si potrà tuttavia chiederne un numero maggiore, pagando le semplici spese di carta, tiratura, legatura, ecc. Gli autori sono responsabili della forma e del conte- nuto dei loro lavori. NB. — Per qualunque notizia, informazione, schiarimento, rivolgersi al prof. R. PiROTTA od al Prof. F. Cortesi, R. Istituto Botanico, Panisperna,89 B. — ROMA. ERRATA CORRIGE Voi.. IX. Pag. 479 Le tre prime fasi (concentrica, eccentrica, alterna) si riscontrano nelle radici della maggioranza delle Gimnosperme, ecc. correggere Le tre prime fasi del secondo ciclo (alterna, intermediaria, sovrapposta) si riscontrano, ecc. VOL. X. [pubblicato il 15 Marzo 1912] Fasc. 1° Di un Igrolisimetro. del Prof. G. de Angelis d' Ossat (Tavola I) Non fa mestieri ripetere, neppure sommariamente, le ragioni per lo quali l'umidità del terreno agrario costituisce un fattore indi- spensabile alla vita vegetale. Similmente superflue ridonderebbero le descrizioni degli appa- recchi escogitati, e presentemente in uso, per riconoscere i fenomeni complessi che intercedono fra il terreno agrario e l'acqua nelle più svariate forme. Il metodo indicatoci da AVahnschaffe è il più se- guito ; come i lisimetri sono i più in uso: i risultati però che se ne ricavano non sono né completi, né diretti e né corrispondenti alle condizioni naturali in cui i fenomeni si svolgono. Egli è per questo che ho immaginato un semplice apparecchio, cui imposi il nome di igroUsimetro^ il quale può fornire dati più completi, diretti e, ciò che maggiormente interessa, corrispondenti alle condizioni di natura. Le figure che riporto (v. tav. I, fìg. 1-8) mi dispensano sciori- nare una lunga descrizione dell' igrolisimetro. Si tratta di quattro robuste aste, metalliche, raccomandate in basso agli angoli di un quadrato fisso e superiormente ad un altro, mobile, con viti. Il telaio basso porta una cassetta, internamente stagnata, a corsoio, la quale raccoglie solo 1' acqua che potrebbe sgocciolare sull'area circoscritta dalle pareti interne, decimetro quadrato ; mentre l'altra è allontanata da apposita gola provvista di fori. A diverse altezze delle aste per mezzo di cilindri vuoti, si possono inserire diret- tamente sovrapposti od a distanza (15, 10 o 5 cm.) cubi di rete metal- lica di un decimetro di lato. GÌ' interstizi sono eventualmente oc- cupati da semplici cilindri vuoti (lungh, 10 e 5 cm.). Una maniglia pieghevole corona l'apparecchio. Questo per corrispondere acconcia- mente allo scopo dovrebbe essere costruito di un metallo poco o punto alterabile, come rame ecc. ; ma per ragione di economia, LIBRARY NEW YORK botanical CiARDt/N. Annali di Botanica — Vol. X. — 2 - riesce pur pratico se si fa di ferro e ciò specialmente per Ja facile sostituzione delle reti metalliche, più suscettibili di avarie. L'esemplare figurato, servendo per lo studio del terreno sino alla profondità di m. 0,50, presenta questa distanza fra le due estre- mità libere delle aste. L'igrolisimetro però potrà avere minori o maggiori proporzioni a seconda dei casi ; pur rimanendo fisso clie le dimensioni accennate soddisfano alla generalità dei bisogni. Altre particolarità di costruzione emergeranno dall'indicazione dell'uso dell'apparecchio. L'igrolisimetro si propone l'indagine, entro i limiti di tal sorta di osservazioni, dei rapporti fra il terreno agrario e le acque pio- vane (A) e quelle d'irrigazione (B) ; può inoltre riconoscere e pon- derare i fenomeni speciali di umidità del terreno in condizioni pe- culiari meteorologiche (0). A. Terreno agrario e piovane. 1. — Quantità di pioggia assorbita dal terreno ; 2. — Profondità raggiunta dalla pioggia a seconda delle diver- sità meccanico-fisico-chimiche delle terre e rispetto all'esposizione ed inclinazione delle stesse ; 3. — Disseccamento delle terre, fenomeno inverso ai casi pre- cedenti ; 4. — Valori della capillarità : 5. — Distinzione della piovana nella porzione assorbita e man- tenuta, in quella rievaporata e finalmente in quella penetrata nella circolazione sotterranea ; 6. — Umidità specifica per le singole coltivazioni, corrispon- denti alle varie terre, ecc. ; 7. — Condizioni di umidità del terreno in rapporto con i casi straordinari della vita vegetale (arrabbiaticcio, ecc.). 8. — Estrazione dei liquidi circolanti. B. Terreno agrario ed irrigazione. 1. — Stabilire il quantitativo indispensabile per le singole col- tivazioni nei diversi terreni, con variate circostanze ; 2. — Ricercare il miglior sistema d'irrigazione per i casi sin- — 3 — goli : donde economia di tempo, di acqua ed impedimento di di- spersione delle sostanze fertilizzanti ; 3. — Come per le piovane, si riconosce la quantità e qualità delle acque filtrate, (soluzione adatta, materiali sciolti, sostanze fer- tilizzanti allontanate, ecc.). C. Terreno agrario ed umidità in casi speciali. 1. — Quantitativo di igroscopicità delle terre ; 2. — Quantitativo di condensazione idrica delle coltivazioni in condizioni svariate, ecc. Le due serie citate di osservazioni potranno specialmente ese- guirsi dove i fenomeni corrispondenti si presentano in vistose pro- porzioni. Uso dell'igrolisimetro. Lo scavo per piazzare lo strumento deve farsi più piccolo pos- sibile e nelle sue pareti devesi incidere il giusto vano. Riempiti i cubi di rete metallica con le terre delle rispettive altezze, s'intro- duce l'igrolisimetro al loculo fatto, rimettendo accuratamente tutta la terra nella primitiva posizione per quanto è possibile. I cubi si terranno in alto, verso la superficie esterna, se si vorrà riconoscere l'umidità per coltivazioni a corte radici, nel mezzo o nel basso se le piante avranno medie o profonde radici. Si rimetterà al posto, coprendo l'apparecchio, la cotenna erbosa se il terreno ne fu antecedentemente decorticato. Sarà necessario preventivamente lavare ed asciugare la scatola lisimetrica e chiuderne accuratamente l'orificio esterno. Tanto i cilindri cavi che portano i cubi di rete metallica, quanto quelli che s'intercalano, lungo le quattro aste, non debbono asso- lutamente funzionare da dreni verticali , perchè altererebbero troppo profondamente le condizioni del suolo rispetto alla circolazione del- l'umidità. Laonde i cilindri cavi dovranno scorrere giusti nell'anima sostenitrice e, per maggiore garanzia, dovranno essere internamente spalmati con grassi densi e resistenti, i quali però si rimoveranno antecedentemente ad ogni pesata. Si possono tagliare i cilindri vuoti a 5 più che a 10 cm. ; come si possono dimezzare i cubi : ciò sarà consigliabile quando si vo- gliono indagare i fenomeni superficiali o di un sottile strato sot- terraneo : non converrà scendere a proporzioni inferiori, senza spe- ciali precauzioni, a causa del forte rapporto che potrebbero rag- giungere le cause di errore nelle pesate. L'apparecchio dovrà togliersi dal terreno il meno possibile, fa- cendo cadere le pesate nei momenti decisivi. I cubi di rete metal- lica dovranno collocarsi sopra un piatto tarato, massime se si ha sgocciolamento, dopo che siano stati ugualmente e fortemente spaz- zolati. Le variazioni in peso che si potranno riscontrare per il di- verso trattamento sono del tutto trascurabili rispetto al forte peso dell'intero cubo. Le ricerche eseguite con questo apparecchio potranno di molto chiarire svariati fatti che interessano e l'agricoltura e l'igiene ecc., p. es. : le attività microbiche, il movimento dell'azoto ecc. Con igrolisimetri di tal sorta si raccolgono presentemente dati nella Tenuta di Casalina (R. Ist. Sup. di Perugia) e nel Benadir. Spiegazione della Tavola I. Le figure 1 8 rappresentano lo stesso apparecchio e le rispettive parti. Per apprezzare le dimensioni è sufficiente ricordare che i ci- lindri ed i cubi misurano un decimetro di lunghezza e di lato. Ann. Bot. X. Tav. I. G. DE ANGELIS D'OSSAT, Igrolisimetro. t £L OT CALZDLANIH F-ERRANlO-MIUWNO '\.^ \^ \^- ^ ^> \^ \^ ^w/ s^ N— / \^ '^-x ' \_-' Vw^ -^ ^-Z" ^ Nettari estraiiuziali nelle foglie deir " Adeiiia veneiiata Forsk. „ del Dott. Calcedonio Tropea. Proveniente dalla Somalia Italiana, l'Istituto botanico di Pa- lermo, ricevette anni or sono un robusto esemplare di Adenia vene- nata FoRSK., che tuttora vegeta rigogliosamente. Il Fòrskal (1775) nella sua Flora aegyptiaco-arahica (pag. 77) descrive la specie nel seguente modo : « Truncus scandens, viridis, bracbii crassitie. E,ami teretes, fle- xiles, alterni. Folla alterna. Petiolus teres, erectus. Lamina peltata, palmata, 5-loba, lobus versus medium majoribus, ovalibus : folio- rum basi callus seu gianduia gibbosa^ nigra. Cirrhi ex ramis latera- libus. Pedunculi ramuli conferti in apice ramorum, breves ramu- losi, rudimentis foliorum gianduia crassa, petiolata, subtus biden- tata; ad axillam rudimenti ilores 2 vel 3 sessiles, ergo spica composita vocanda, in qua flores conferti.,.. ». Non parla quindi di nettari, ma accenna solo alla presenza di una glandola nera alla base della foglia, senza dare alcun valore alla presenza di essa, onde ho creduto utile determinare la natura di tale corpo e la sua funzione. * * * Guardando la foglia dalla pagina superiore, alla base della la- mina appare, sporgente, un rigonfiamento di colore rosso cupo in- tenso, perfettamente opposto alla nervatura mediana, e quindi al lobo mediano. La posizione di questo corpo sporgente è tale da far pensare ad una foglia dapprima peltata e che, per sinfisi di uno o due lobi posteriori, abbia dato luogo ad una foglia palmata. Il corpo sporgente, che potrebbe rappresentare appunto i lobi scomparsi, non trovasi completamente alla base della lamina fo- gliare, giacché il punto di attacco del picciux)lo riesce spostato e non coincide col mucrone predetto. — 6 — Questo corpo si protende perciò indietro e si continua nella pa- gina inferiore, a mo' di una piccola sella nerastra. Fra questa ed il punto d'attacco del picciuolo si ha una regione, istologicamente modificata, atta a secernere nettare. Questa regione costituisce appunto il nettario estranuziale, che il Fòrskal chiama gianduia gibbosa Inoltre, sempre sulla pagina inferiore, in corrispondenza delle insenature formate dai singoli lobi ed in prossimità di esse, si os- servano tre, raramente quattro, piccoli nettari, uno per ciascun seno, la cui struttura e funzione è analoga, anzi identica, a quella del nettario prossimo alla base fogliare. Di tali organi il Fòrskal non parla affatto nel suo lavoro, e tanto meno accenna al valore biologico della gianduia gibbosa. L'Engler stesso {Bot. Jarbilch.^ XIV, 379), riferendosi al mu- crone su detto, si limita a dire « sondern an der Grenze von Stiel und Spreite befindet sich ein einziges median gelegenes, nie- renfòrmiges den Blattstiel bedeekendes Zàppches, welches nektarien- fùhrend ist ». Mi sembra utile sia perciò conosciuta dettagliatamente la strut- tura e la funzione di tale organo, tanto più che non è facile avere degli esemplari vivi di Adenia venenata. Facendo una sezione attraverso al nettario, in modo ch'essa riesca parallela al nervo mediano ed altra ad essa perpendicolare, ripetute in vari piani paralleli, in modo da avere una esatta vi- sione della distribuzione e della forma dei singoli elementi costi- tutivi, la struttura di questo corpo sporgente presenta le seguenti caratteristiche, essenziali. Nella parte superiore, corrispondente quindi alla pagina supe- riore della foglia, trovasi una epidermide doppia, a cellule quadra- tiche, con angoli smussati. Lo strato esterno, privo di clorofilla, è rivestito in gran parte da una robusta cuticola, ispessita in corrispondenza al punto d'u- nione di ciascuna coppia di cellule epidermiche. Tale ispessimento si approfonda fra le cellule stesse, incuneandosi solidamente, in modo da formare un tutto compatto e robusto. La forma della cuticola, presa isolatamente, risulta quindi quella di una sega, i cui denti sono rivolti verso l'interno ed il cui dorso costituisce la parte esterna della pagina fogliare. Mancano del tutto gli stomi. Visto in uno spellamento, tale strato epidermico si presenta ancora ad elementi quadrati, con pareti robuste, a margine alquanto cordato. — 7 — Lo strato epidermico sottostante trovasi costantemente in corri- spondenza alterna con l'epidermide propriamente detta, alla quale si assomiglia per la forma e la grandezza degli elementi. Notevole il fatto che questo strato si presenta abbondantemente provvisto di antociana, la quale è esclusivamente localizzata iu questa re- gione. Fra l'epidermide superiore, or descritta, e quella inferiore tro- vasi un tessuto parenchimatico, dapprima compatto e che va avvi- cinandosi allo spugnoso, mano a mano che si approssima alla epi- dermide inferiore, in modo che quivi prende appunto le caratteri- stiche di un lacunoso. Assai rimarchevole il fatto che in tale parenchima, tutta la clorofilla si trova attaccata da innumerevoli baccilli e da micro- cocchi, agitantisi in continuo e vivace movimento. Essi sono in tal numero da far oscillare quei granuli di clorofilla che col taglio vengono asportati dallo interno delle cellule e vanno e spargersi sul liquido circostante alla sezione. Numerose druse di ossalato di calcio -popolano questo paren- chima, uniformemente distribuite per tutto il suo spessore. La massa parenchimatica è attraversata da un robusto fascio fibro-vascolare, il quale, prendendo origine dalla inserzione del pic- ciuolo, donde si diramano le nervature che vanno ai singoli lobi fogliari, si dirige verso la parte anteriore di questo organo spor- gente, dove si biforca, mandando deboli diramazioni verso la parte mediana inferiore dell'organo stesso. La presenza dell'antociana, delle druse cristalline e dei baccilli e micrococchi sono tutti concordi indizi che ci troviamo di fronte ad un organo in via di degenerazione, ossia in via di trasforma- zicfne. La sua posizione, la presenza, inserzione e derivazione del fascio fibro-vascolare, la forma degli elementi parenchimatici, i quali ricorderebbero un palizzata fogliare superiore ed uno spu- gnoso inferiore, fanno buona causa ad azzardare l' ipotesi (ohe in appresso discuterò con altri mezzi) che detto organo sia dovuto a lobi fogliari in via di atrofizzarsi, per dar luogo alla formazione di un organo di natura prettamente biologico. Si tratterebbe quindi di un nettario in via di formazione, non ancora giunto al suo stadio definitivo di sviluppo. La regione inferiore presenta viceversa delle spiccate partico- larità: il doppio strato epidermico si riduce ad uno solo, simile per forma, ma con cuticola molto meno robusta e priva di quegli ispessimenti su menzionati. Esternamente alla cuticola si nota uno strato esilissimo, assai — 8 - denso, molto rinfrangente, di sostanza gelatinosa, trasparente, amorfa. Questo sottilissimo strato è, come vedremo meglio, costi- tuito da un deposito di materiale zuccherino, che trasuda lieve- mente attraverso alla cuticola. Manca del tutto l'antocianina che abbiamo osservato nel secondo strato dell'epidermide superiore. Immediatamente sotto all'epidermide v'è un tessuto spugnoso, ricco di clorofilla, il quale, circa nella parte mediana dell'organo, si modifica per dar luogo ad una massa di elementi allungati, di- sposti in serie, perpendicolari all'epidermide. Tale tessuto costituisce la regione nettarogena per eccellenza: le cellule che lo costituiscono sono assai ricche di zucchero e si mostrano turgide e molto rifrangenti. Questo turgore tende ad aumentare il volume cellulare, e quindi si trasforma in una reciproca pressione fra le cellule. Effetto di tale pressione è quello di schiacciare lateralmente gli elementi co- stitutivi, e giacche la minore resistenza è dalla parte del tessuto spugnoso, appunto per l'abbondanza degli spazi intercellulari, gli elementi, allungandosi in seguito alle pressioni laterali, esercitate dai tessuti limitrofi, tendono, come risultante, ad approfondirsi nel lacunoso, di modo che la forma che prende in definitiva tale tes- suto è quella di una scodella, con la concavità rivolta verso l'esterno. La cuticola, di fatto, esercita, per la sua consistenza, una pres- sione maggiore del lacunoso preso nel suo complesso e quindi solo in questa direzione è possibile che il tessuto nettarogeno eserciti la sua influenza, mercè la pressione dei suoi elementi turgidi. A mio credere questa è la ragione che determina sia la forma a scodella dei nettari, che è quella più comune, sia quella allun- gata delle singole cellule nettarifere. Il fatto che nei nettari più evoluti la concavità è più accen- tuata e gli elementi sono molto più allungati che non spessi, dà ragione alla mia ipotesi sulla origine della forma dei nettari, giac- ché appunto nei più evoluti queste pressioni laterali hanno avuto maggiore agio di fissarsi e di accentuarsi attraverso alle genera- zioni successive. Nel caso óeW Adenia le cellule del nettario sono evidentemente allungate, ma non raggiungono ancora la forma caratteristica che è propria di nettari che abbiano compiuto il loro ciclo di svi- luppo : e di fatto, anche morfologicamente, tale organo non si è ancora diff'erenziato al punto da perdere qualsiasi ricordo della sua origine filogenetica. — 9 — In seguito alle pressioni sul lacunoso, questo subisce delle no- tevoli modificazioni, in modo da perdere in gran parte gli spazi intercellulari, acquistando cosi una consistenza maggiore, tale da opporre resistenza sufficiente ad impedire che l'infossamento del nettario seguiti indefinitamente. In tal modo le cellule del net- tario, trovando resistenza da tutte le parti, emettono il nettare, il quale va naturalmente a depositarsi fra la cuticola e lo strato adiacente. Seofuitando la secrezione ed aumentando il volume del nettare, la cuticola si stacca, si solleva e quindi subisce, in seguito alla distensione, un notevole assottigliamento, che la rende alquanto permeabile, onde una piccola parte del nettare ne trasuda e vi si deposita sotto forma di quello straterello di sostanza gelatinosa che abbiamo visto in precedenza. In questo punto appare anche ad occhio nudo una vescichetta turgidissima, sferica, trasparente, che è costituita dalla distensione della cuticola, ripiena di liquido zuccherino fortemente concen- trato. Lo straterello esterno di cui abbiamo parlato, alletta le formiche, le quali, ghiotte di zucchero, se ne cibano. In un lungo ramo staccato dalla pianta e posto sul tavolo, ho potuto osservare l' intiero meccanismo funzionale di questi nettari. La essudazione zuccherina esteriore richiama l'attenzione delle formiche: esse ingojano lo zucchero che trovano già depositato al- l'esterno della cuticola, poi, con le zampe anteriori battono con vio- lenza sulla vescichetta, riuscendo a forarla o magari a stabilirvi un punto di maggiore permeabilità per diminuito spessore. Da que- sto punto esce allora una gocciolina di nettare densissima, che le formiche tosto succhiano, per ricominciare a pungere. Sulla stessa vescichetta si trovano a volte fin quattro formiche, intente all'at- tivissimo febbrile lavoro. Dopo qualche tempo la cuticola cede in seguito alle numerose intaccature e si spezza in parte. L'emissione del nettare residuale diviene allora abbondantissima tale da rendere molto gonfio l'ad- dome delle ghiotte formiche e la vescichetta si sgonfia completa- mente. Durante questo processo la distanza fra le formiche e l'epider- mide va sempre diminuendo, fino a che, sgonfiata del tutto la ve- scichetta, e spezzata la cuticola, le formiche restano a diretto con- tatto con il primo strato di cellule nettarogene, presso le quali iniziano lo stesso lavoro compiuto sulla cuticola, perforando la pa- rete cellulare e suggendo il nettare, fino a distruggere quasi del — 10 — tutto questo primo strato di cellule. In definitiva perciò, al posto del nettario, resta una infossatura, che ad occhio nudo appare come un foro di circa 1 mm. di diametro, ed al microscopio (in sezione trasversa) come una spaccatura a cuneo, con evidente distruzione delle cellule circostanti, le quali si presentano rotte e mancanti di qualche porzione, dal lato esterno. Ho potuto accertare che tale secrezione sia zuccherina tanto con reazioni macroscopiche, che microscopiche. Con un ago di fatto si può asportare tutto il liquido vischioso che si trova nella vescichetta turgida, comprimendo lateralmente a mo' di coltello e producendo lo scoppio della vescicola. Il liquido raccolto così su vari nettari e posto in un vetrino di orologio dà un abbondante precipitato col metodo Fehling, di natura non dubbia. Le varie sezioni attraverso al nettario, fatte bollire nello stesso reattivo mostrano la esatta localizzazione del nettario e la sua estensione. * * * Come ho detto prima, in prossimità delle insenature fra i lobi della foglia, vi sono, una per ogni insenatura, delle piccole chiazze, appena un millimetro di diametro, sempre sulla pagina inferiore. Queste chiazze sono appunto altri nettari, il cui funzionamento è del tutto identico al nettario grande descritto. Anche qui si forma la bollicina di nettare che le formiche fanno uscire con lo stesso metodo, fino a trasformare questi piccoli nettari in piccoli forel- lini, che intaccano parzialmente il mesofiUo, nei quali in definitiva si trova null'altro che del sughero. La reazione dello zucchero è anch'essa evidentissima. Quanto alla struttura istologica di tali organi, non insisto, es- sendo essa del tutto uguale a quella del nettario esistente nella parte inferiore del mucrone, già descritto. Nel complesso è da notare che tali organi mostrano una spic- cata tendenza all'atrofia, mentre il nettario grande tende ad assu- mere uno sviluppo maggiore. Ci troviamo quindi di fronte ad una specializzazione della funzione nettarifera ad un solo organo, che, assorbendo da solo tutta la funzione predetta, rende trascurabile il lavoro dei nettari minori. A. conferma di ciò sta il fatto che il numero di tali organi, che dovrebbe essere di quattro, in molte foglie è ridotto a tre, e tal- volta a due soltanto. — Il — * Ho detto in precedenza che il mucrone nettarifero deViba essere interpretato come la trasformazione di due lobi fogliari inferiori, i quali, saldatisi per sinfisi, abbiano dato luogo per riduzione al mu- crone descritto. Questa ipotesi è fortemente avvalorata dalla morfologia com- parata e dalla istologia. Esaminando di fatto vari generi di Passifloracee si vede subito UNA TENDENZA IN TUTTA LA FAMIGLIA ALLA RIDUZIONE NEL NUMERO DEI LOBI FOGLIARI. Cosi nella Passiflora coerulea le foglie hanno normal- mente sette lobi, quanti cioè presumo dovesse averne V xidenia : i vari lobi determinano fra loro dei seni angolosi. Ma alcune foglie del ramo presentano sei ed anche cinque lobi : la disposizione delle nervature ci indica senz'altro che i due lobi più prossimi alla base si sono fusi in un solo e che questa fusione si è talvolta anche ri- petuta su lobi simmetrici : mano a mano che questi si riducono di numero, i seni divengono meno angolosi, anzi in qualche caso sono del tutto tondeggianti. Nella Passiflora acerifolia si trovano molte foglie a quattro lobi, mentre normalmente ve ne sono cinque. Anche in questo caso il lobo che risulta dalla sinfisi di due lobi precedenti presenta due nervature distinte fin dalla base: una dirigentesi verso l'apice del lobo normale, l'altra ad angolo con esso: la forma di tale lobo è del tutto asimmetrica, rispettando un maggiore sviluppo nella di- rezione del lobo saldato. Ugualmente nella Passiflora ciliata, P. foe- tida L., P. liolosericea^ P. cinabarina, P. inamoena^ P. incarnata, P. macrocarpa, che hanno tutte normalmente foglie a cinque lobi, ho potuto riscontrare che nello stesso ramo per ciascuna specie, e di solito verso l'apice, il numero dei lobi è ridotto a 4, più spesso ancora a tre. E da notare però che le nervature divergenti si man- tengono costantemente in numero di cinque, in modo che si con- ferma, oltre che dalla ripetuta anomalia, che la riduzione dei lobi nel numero è, più che un caso teratologico, un punto di passaggio sul quale l'evoluzione segna una direzione di sviluppo. Anche in alcune foglie di Passiflora coerulea ho potuto esami- nare la presenza di 3 lobi, anzi che di sette; i due laterali presen- tavano tre nervature ciascuno. Un grado di evoluzione maggiore si trova in varie specie ap- partenenti ad altri generi, quali la Disemma adiantJiif'olia, Passi- flora gracilis, P. lutea, P. punctata, P. ramosa, P. triloba, nelle quali — 12 — le foglie hanuo tre soli lobi con tre nervature. Né la riduzione si ferma a tanto : nella Passiflora ì'ubra, P. vespertilionis^ P. Lesche- naultii, P. lunata, P. suberosa, P. normalis, i lobi si riducono a due soltanto: in alcune, come nella P. vespertilionis del terzo lobo, quello mediano, resta una traccia, come un piccolo apice sottile ed allun- gato, in altre, P. lanata, il lobo mediato è sostituito da un seno profondo, in modo che la foglia risulta simile a due ali attaccate da un cordone mediano, ch'è la nervatura mediana. Esaminando queste foglie a due lobi, la posizione e direzione delle nervature ci dice chiaramente come dapprima i lobi dovevano essere cinque almeno. Seguitando la riduzione si giunge a tipi con foglie a margine intiero o quasi. Cosi in Passiflora Jmp. Eugenie, P. minima, P. Tri- goni, P. serratifolia, P. angusti folia, P. lunata, P. elata, P. lauri- folia (1), P. littoralis, P. sexiflora, ecc. Mano a mano che si avvera questa riduzione nel numero dei lobi, la foglia diminuisce in superficie e quindi la funzione cloro- filliana tende a passare nel fusto, come in Modecca abyssinica, pianta perfettamente afilla. Nel complesso la riduzione nel numero di lobi è un fatto asso- dato nelle Passifloracee: nulla v'è quindi in contrario all'ipotesi che anche neW Adenia venenata siasi avverato o vadasi avverando qualcosa di simile, tanto più che le riduzioni tendono sempre ad eliminare un numero pari di lobi e che vi sono generi in questa famiglia con foglie a 7 lobi. La riduzione da 7 a 5 a 1 avviene sempre coi due lobi più prossimi al picciuolo, riduzione che talvolta, come anche in qualche altro caso di quelli citati, è preceduta da una fusione dei due lobi. Ora se con la riduzione interviene l'inizio della funzione net- tarifera dei due lobi scomparsi resterà traccia evidente, cosi come è da interpretarsi pel mucrone àeW Adenia venenata. Le conclusioni alle quali si giunge con lo attento esame com- parativo delle varie forme di Passifloracee, trovano adeguata con- ferma nello studio istologico di tale organo, anzi l'ipotesi emessa prende forza di vera certezza dal risultato di tale studio. Di fatto, che tale mucrone rappresenti la .fusione e riduzione di un doppio lobo, ce lo conferma l'osservazione al microscopio. (1) Le brattee florali di questa specie presentano 7 denti, alla cui ascella trovansi 6 nettari. Essendo la brattea una foglia metamorfosata, la presenza di tali nettari, non mai osservati ne descritti in questa specie, e la loro posi- zione, non sono estranei alla presente nota. — 13 — Esaminiamo una sezione perpendicolare al piano fogliare ed alla direzione della nervatura mediana del lobo maggiore (mediano), passante circa a metà della lunghezza del mucrone nettarifero, A piccolo ingrandimento, in figura d'assieme, notiamo subito : 1° Dalla parte mediana della sezione si staccano due fasci fìbro vascolari, divergenti, che terminano alle estremità destra e sinistra del mucrone. 2° La distribuzione della clorofilla è caratterizzata da due plaghe, separate fra loro, simmetricamente disposte, della parte su- periore. Il tessuto è una palizzata tipico, simile a quello che si trova nella pagina superiore della lamina fogliare. 3° La cuticola, in corrispondenza alle plaghe di palizzata clo- rofilliano presenta il suo caratteristico aspetto, mentre nella regione che divide le due plaghe perde la sua robustezza. 4'^ Nella parte inferiore la cuticola ricorda quella della pa- gina inferiore della foglia, tranne che nella parte mediana (corri- spondente al nettario) dove diviene più esile. Dalle precedenti considerazioni si deduce : 1° Che la disposizione dei tessati è simmetrica rispetto ad un piano passante pel nettario e per la regione intermedia al palizzata. Questo piano rappresenta evidentemente una superficie di sutura e le due metà corrispondono a due lobi fogliari, dove le masse clo- rofilliane, le cuticole, i tessuti lacunosi, i fasci fibro-vascolari, sono rappresentati tutti, nella loro posizione, dai tessuti esaminati nel mucrone. Il grande nettario corrisponde quindi alla fusione dei tre nettari piccoli interlobari, appartanenti ai due lobi fogliari metamorfosati. E da concludere perciò che le foglie di Adenia venenata fossero dapprima peltate, con sette lobi, di grandezza decrescente dall'apice verso la base. Che in corrispondenza a ciascun seno interlobare si trovasse un nettario identico a quelli esistenti fra i 5 lobi esistenti oggi. Che i due lobi basali si fossero fusi e metamorfosati, dando luogo ad un mucrone, nel quale i tre nettari riuniti avessero dato il net- tario attuale. Che i nettari piccoli, in seguito alla formazione di una regione netfcarifera tendano a scomparire (spesso ve ne sono tre invece che quattro). Che la funzione nettarogena vada prendendo vieppiù incremento nel nettario in esame, tendendo a trasformare ^ tutto il mucrone in un grande nettario. Che detto organo si trovi in via di evoluzione ascendente verso una maggiore specializzazione istologica e fisiologica. — u — Alle precedenti considerazioni dà ancora conforto il fatto già osservato che il punto d'inserzione del picciuolo non trovasi alla base della foglia e che questa si mantiene di tipo peltato. Inoltre i due fasci fibro-vascolari del mucrone nettarifero provengono anch'essi direttamente dal picciuolo, tal quale quelli delle nervature prima- rie della foglia e la loro direzione è tale da confermare la ipotesi fatta. .y \^ \^ \^ Della priorità di alcuni nomi specifici di piìinte contenuti neir " Auctarinni ad Synojmim 3Ietlio- dicani Stirpiuni Horti Rei>i Taurinensis „ dell' Al- lioni pubblicato nel 1774. Per il Prof. Emilio Chiovenda. La Synopsis methodica di cui qui è parola usci alla luce nel voi. II delle Mélanges de philosophie et de Mathématique de la JSo- ciété Royale de Turin pour les années 1760-1761 più comunemente nota col titolo di Miscellanea Taurinensis. L'elenco contiene numerose specie che allora non erano ancora state divulgate colla terminologia binomia ed altre erano ancora sco- nosciute ai botanici. Queste piante però l'Allioni si limitava a desi- gnarle con quattro puntini e un numero progressivo al quale corrispon- deva una nota a pie di pagina munita di una breve diagnosi o nome prelinneano, cui spesso aggiungeva una descrizione particolareggiata, talora delle osservazioni critiche, raramente accenni alla patria. 'U Auctarium fu pubblicato nelle stesse Mélanges al voi. V, pour les années 1770-1773 ed è a ritenersi per certo che il volume ve- desse la luce nel principio del 1774. Il prof. Mattirolo (1) ritiene come data di questa pubblicazione il 1770-73, anzi il 1770 (2) poiché ritiene pubblicato prima V Auctarium deìV Illusirationes et Observa- tioncs hotanicae del Gouan pubblicato nel 1773: però è certo che nel volume trovansi qua e là citazioni dell'anno 1772 (3): inoltre con- tiene due articoli che portano alla fine la data in cui furono scritti: I. F. Cigna De electricitatae, Taurini die 13 julii 1773 (4); Maquer, Second Ménioire^ etc, a Paris ce 4 juin 1773 (5). Perciò la data di j)ubblica2,ione del V volume delle Mélanges deve essere posteriore al 1773 e deve essere senza dubbio il 1774, cioè l'anno dopo all'ul- timo anno cui si riferisce il frontespizio, analogamente a ciò che (1) Mattirolo in Malpiglia XVIII (190 1), 218. (2) Mattiuolo in Mali^iglia XVUI (1904), 278 sub Saxifraga purpurea. (3) Pag. -tó, nota 12; pag. 60, nota 14; pag. 169 nel testo. (4) Pag. 108. (5) Pag. 190. — 16 — fu per il voi. II per gli anni 1760-61, la cui stampa avvenne nel 1762 (1). Quando l'Allioni abbia scritto VAuctarium non mi è stato dato di sapere con certezza; però per congetture mie personali stimo che esso fu scritto almeno in parte nel 1770. Ma questa data per le re- gole fondamentali della nomenclatura non ha importanza alcuna nello stabilire la priorità dei nomi usati. Trovando noi neW Aticta?'itim parecchie specie già state pubblicate da Linné nella sua Mantissa altera stampata nel 1771, altre dal Murray nel suo Prodromus fiorae Gotting ensis ^uhhìicsiio nel 1770^ ed altre specie del Gouan state fatte pubbliche nel 1773 nel lavoro: lìlustrationes et Ohservationes hotanicae senza che l'Allioni non so- spettasse menomamente della loro precedente pubblicazione, può fino ad un certo punto essere una prova che la compilazione della sua pubblicazione fu fatta prima di quegli anni, oppure che quando essa avvenne l'Allioni non aveva ancora viste quelle opere, come ad esempio egli stesso dichiara a proposito del primo volume àeW Hor- tus Vindohonensis del Jacquin stampato nel 1770 (2). La grande importanza di questo breve lavoro è passata inosser- vata quasi a tutti. Nessun conto ne tenne il suo autore e per la sua grande modestia attestata dai biografi coevi e perchè la sua Flora Pe- demontana stampata 11 anni dopo con quel lusso e grandiosità che tutti sanno eclissò completamente il piccolo ed umile lavoro. E questa fu la vera causa per cui V Auctarium, fu lasciato da banda oltre che da quasi tutti i botanici, in gran parte anche dai due ì^o- menclator allioniani, i quali invece avrebbero dovuto presentarci fedelmente tutto quanto V Allioni fece nel riguardo della nomen- clatura delle piante. Ho detto però che è stato dimenticato da quasi tutti i botanici, perchè qua e là qualche indicazione di questo Auctarium o meglio qualche rivendicazione di priorità delI'Allioni per la determinazione di alcune specie si trova (3). Il prof. Thellung in un lavoro pub- (1) L'Allioni nell'introduzione al sno Auctarium, a pag. 53 del voi. scriver e Exhibet hoc opusculum enumerationem plantarum, quibus Hortus Eegius Taurinensis auctus est ab anno 1162 quo prodiit Miscellaneorum Taurinesium Tomus alter ». il) Pag. 66, nota 53. Col Jacquin l'Allioni era in rapporti epistolari e di scambi e con tutta probabilità aveva avuto la notizia della Scabiosa divaricata della quale in questa nota è cenno solo, per lettera. (3) Non posso fare a meno di ricordare il Gras clie in varie riprese trattò- di rettificazioni di sinonimia basandosi appunto snlV Auctarium del quale qui parliamo. Cfr. Mattirolo in xualpiglia XVIII (1904), p. 225 e 226 — 17 — blicato in collaborazione del Prof. Schinz : Begriìndung torzuneli- mender NamensànderuTìg an der zweiten Auflage der Flora der Schweiz von Schinz und Keller (1) constatò in una nota a pie di pagina che la paternità di parecchie specie deve essere rivendi- cata all'Anioni. Tuttavia (e rilevo la stranezza del fatto) nes- suno tenne completamente conto del lavoro, per cui mentre di alcune specie si è oggi d'accordo nell' attribuirne la priorità al l'Allioni basandosi su V Aiictarium^ altre non poche si continua ad attribuire impropriamente ad altri botanici i quali essendo certa- mente in relazione di scambi! con esso prima della pubblicazione àeW Auctarium ne pubblicarono i nomi in precedenza, ritenendo forse che quei nomi fossero già stati fatti di dominio pubblico. Altre piante furon dall'Anioni denominate con nomi eguali a quelli usati da botanici precedentemente : cosi, per esempio, alcune Aloè hanno gli stessi nomi usati già nel 1768 dal Miller perchè tanto il Miller che l'Allioni trassero i loro nomi dalle frasi antiche con cui quelle piante si designavano. Per ciò che si riferisce alla identificazione delle specie designate comò nuove l'autore nell'introduzione avverte: « Quae minus notae aut novae sunt brevi descriptione ita defìniuntur, ut saltem certo nunc internosci possint; alio autem loco et copiosius, et icone illu- strabuntur ». Io ritengo che anche quelle specie per le quali l'Al- lioni non ha allegato che una semplice frase sinonimica, dell'Haller^ del Clusio, del Gerard, ecc., colla relativa citazione bibliografica, non sono assolutamente da considerarsi come semplici nomina nuda, ma debbono essere ritenute per specie ottimamente designate, poiché nelle citazioni indicate si trovano di solito descrizioni e talora anche figure, che con tutta facilità permettono l'identificazione della specie^ Debbo i più vivi ringraziamenti al prof. Oreste Mattirolo di- rettore dell'Istituto botanico di Torino per avermi comunicato in visione parecchie delle specie dall'Allioni qui indicate e conservate- in quegli erbari i. Avverto che pongo per primo nome quello che, nella nomencla- tura attuale, le specie devono portare e distinguo in carattere gras- setto il nome dato dall'Allioni nel suo x\uctarium. Naias marina Linn. (1753) excl. var. p et 7. ^ N. major A.11. (^1774) pag. 55, nota 1. Naias minor Ali. (1774) pag. 55, nota 2. Salvia nivea Ali. (1774) pag. 56, n. 8 non Thunb., Pers. (1805) Est S. officinalis var. nivea (Ali.) Chiov. : Folla lanceolata, vel lanceo- (1) In Bull. Herb. B^iss. Ser. II. voi. VII (1907) 572. Annali di Botanica — Vol, X. 2 — 18 — lato-linearia quam in typo angustiora et magis minusve basi et apice cuiieatìm angustata, in pag. inf. dense niveo-candicantia. A (S. lavandulae folla Yahl recedit foliis forma diversis, trichomate alieno et calice structura diverso. An S. eretica Linn.? (1). Salvia caesìa Ali. (1774) pag. 56, n. 9. Quid ? (2). Centranthus angustifolius (Ali.) DO. = Valeriana angustifolia Ali. (1774) p. 57, n. 10. GaJlum lucidum Ali. (1774) p. 57, n. 1.3 = G. Gerardi Vili. (1779); ^= G. corrudaefoUum Vili. (1779). Galium cinereum Ali. (1774) p. 57, n. 14. Galium tenuifolium Ali. (1774) p. 58, n. 15, = G. erectum Huds. m. Brit. ed. II, (1778). Thymus pannonicus Ali. (1774) p. 58, n. 16. Betonica hirsuta Linn. (1771) = B. alpina AH. (1774) 59, n. 18. Betonica danica Ali. (1774) 59, n. 19 = B. strìcta Ait. (1789). Digitalis ambigua Murr. (1770) = D. grandiflora Ali. (1774) p. 61 n. 28. Digitalis lutea Linn. (1753) = D. parviflora AH. (1774) p. 61, n. 29. Eì-ythrichium nanum (AH.) Schrad. = Myosotis nana AH. (1774) p. 61, n. 31, ViH. (1779). Androsaces carnea Linn. (1753) = Aretia punctata AH. (1774) p. 62, n. 33. Primula hirsuta AH. (1774) p. 62, n. 34. Phyteuma Scheuchzeri AH. (1774) p. 63, n. 38. Ipomoea obscura (Linn. 1762) Ker. = I. curassavica AH. (1774) 63, n, 36 secondo un esemplare autentico dell'erbario di Torino (3). Campanula alpestris AH. (1774) p. 65, n. 40 :=: C. AlUonii Vili. (1779). Atropa Zanoni AH. (1774) quid? non vi sono esemplari nell'er- bario di Torino. La figura di Zanoni è citata {Historia PI. ed. Monti (1742) t. 158, pag. 206). Solanmn guineense (Linn.) Mill. (1768)=; S. melanocerasum Ali. (1774) p. 64, n. 43. (1) Il Thellung. 1. e. la riferi con dubbio alla ^S'. lavandulaefolia Vahl, (2) È probabilmente specie americana coltivata secondo il Barrelier nel giardino di un convento di frati predicatori a Valenza in Spagna. Secondo il il prof. Mattirolo (in litt.) non esistono esemplari di questa specie nel Museo botanico di Torino. Il Thellung 1. e. la riferisce dubiosamente alla S. viridis. (3) Cfr. Mattirolo in Malpigliia XVIII (1904) 280. — 19 — Solanum capsicoides Guatteri ap. Ali. (1774) p. G4, n. 44 z=z S. aculeati ss imiwi Jacq. (1786) z=z S. ciliatum Lam. (1793). Secondo un esemplare autentico dell'erbario di Torino. Gasteria cannata (Mill. 1768) Haw. ; = Aloe carinata Ali. (1774) p. 65, n. 46. Aloè humilis i^Linn. 1753) Haw. . = Aloe verrucosospinosa Ali. (1774) 65, n. 47. Aloè succotrina AH. (1774) 65 n. 48; Lam. (1784). Aloè obscura Mill. (1768) = A. maculata Ali. (1774) 65, u. 49; Desf. (1804). Aloè glauca Mill. (1768) = A. glauca Ali. (1774) 66, n. 50. Scahiosa divaricata Jacq. Hort. Vind. I (1770) ; = S. sicula Linn. Mant. Alt. (1771); r= S. marylandica Marsilli ap. Ali. (1774) 66, n. 53. Sul cartello dell'esemplare dell'erbario di Torino è scritto: « Scabiosa maril. ex H. E. T. 4 Julii 1786 » e aggiunto di pugno del Balbis: « var. sicula ucranicae ». Ambrosia peruviana B. Jussieu ap. Ali. (1774) p. 67, n. 64 ; Willd. (1805). Non ho potuto vedere esemplari autentici. Nell'Er- bario di G. Balbis presso l'Istituto Botanico di Torino vi sono due esemplari dell'^. Peruviana dei quali uno colla scritta ; Ambrosia peruviana ex H. matrit » e coll'aggiunta ài 'Bsilhìs :« Ambì'osia he- terophijlla Muhlenb. Belli: d. ex Pascimi Spr. 111-351 Sp. Amer. or ». Gli esemplari appartengono indubbiamente all'4. aì'temisiaefolia Linn. L'altro esemplare dell'Erb. Balbis porta la scritta: « Ambro- sia peruviana W. » (prima era scritto H. Matr) a D. Pascal 1804. Evidentemente questi esemplari provenendo da Madrid non sono autentici. Secondo la descrizione specie per le foglie subtiis to- mentosis la vera pianta di Allioni doveva essere identica a quella descritta dal Willdenow. Carlina acanthifolia Ali. (1774) p. 67, n. 65 ; = C. Utzka Ra-cq. (1782). Centaurea montana &. Triumphetti (AH.) Briq. = C. Triumphettl Ali. a774) p. 68, n. 56; = C. axillaris Willd. (1800). Artemisia vallesiaca Ali. (1774) p. 68, n. 68. Artemisia Lobelll Ali. (1774) p. 68 n. 59; =: A camphorata Vili. (1779). Silphium terebinthinaceum Jacq. (1770) = S. alternifolium .-VII. (1774) 69 m. 61. Del S. alternifolium Ali. esistono all'Istituto Bo- tanico di Torino esemplari nell' Erbario Allioni con denomina- zione sostituita con quella di S. terebinthinaceum Murr. Nell'erba- rio Colla ne esiste pure uno con quella denominazione colla cor- rezione « S. terebinthaceuni L. supp. in Spr. III. 629 » coll'aggiunta — 20 — in alto « Quid f » e in basso « ex Ceruti ». Indubbiamente questi esemplari sono da riferire al SilpJiium terebinthinaceum Jacq. Hort. Vindob. I (1770) p. 16. dell'America settentrionale. Achillea erba rotta Ali. (1774) p. 69, n. 62 (1). Achillea ligustica Ali. (1774) p. 69 n. 63. Senecio siculus Ali. (1774) p. 70 n. 66 = >S'. chrysanthemifolius Poir. (1806). Doronicum Clusii (Ali.) Tausch. = Arnica Clusii Ali. (1774) p. 70 n. 68; =z Arnica Doronicum Jacq. (1773j = Doronicum hirsutiim Lam. (1790K Hieracium glaucum Ali. (1774) p. 71, n. 70. Hieracium staticifolium Ali. (1774) p. 71, n. 71. Hieracium intybaceum AH. (1774) p. 71, n. 72 (2) : Jacq. FI. Austr. Ili (1775); = H. alhidum YiU. (1779). Lactuca augustana Ali. (1774) p. 72, n. 74. Iberis garexiana Ali. (1774) p. 72, n. 77. Alyssum argenteum Ali. (1774) p. 73, n. 79; Vitmau (1790). Arabis coerulea AH. (1774) p. 74, n. 82. Arabis scabra AH. (1774) p. 74, n. 83 (3) = A. serpyllifoUa Jacq. (1775). Euphorhia pinealjixin. = E. linifolla AH. (1774) p. 76, n. 85. Melilotus messanensis (hìnii. 1771) Ali. (1785); = Trifolium me- lilotus minima AH. (1774) p. 76, n. 86. Trifolium spumosum Linn. (1753) ; = T. apulum AH. (1774) p. 76, n. 87. Trifolium saxatile AH. (1774) p. 77, n. 88; ^ T. thijmiftorum ViU. (1779). Ononis cenisia Linn. (1771) ; = 0. alpina AH. (1774) p. 77, n. 91. (1) Nella Flora Pedemontana I. p. 180, il nome è modificato in herbarota; ma questa forma io la ritengo meno esatta della forma primiera, poiché il nome vernacolo della pianta qui usato come specifico è erba rotta, cfr. CoR- Tuso ap. Mattioli, Discorsi Diosc. (1568) fol. * * * 3 retto. Valeraxd Dourez la chiamava lierba de la Rotta, cfr. J Bauh. et Cherl., Hist. PI , III, I, p. 144. Secondo il Colla però (Herb. Pedem., Ylll, p. 32, n. 644) il nome vernacolo sa- rebbe Erba d' la routa. Comunque sia, credo che il nome specifico da adot- tarsi sia il primo usato. (2) Cfr. 8. Belli in Malpiglia XVIII (1904) 353 però la paternità della specie è assolutamente dell'ALLioNi. Cfr. anche Thellung. 1. e , non pag. 390, ove è riferito al Wulfen. (3) Clairville, Jlan. herb. Suiss. et Val. (1819) 223 ove è tenuta separata dalla A. ser py Ili f olia. Thellung 1. e. riferisce VA. scabra all'A. strida Huds non so però per quali ragioni. — 21 — Ononis pusilla Linn. Syst. nat. ed. X (1759) ; = 0. Columnae Ali. (1774) p. 77, n. 90; = 0. suhocmltaYìW. (1779); = 0. par- vi fior a Lam. (175B) (1). Ononis foetens AH. (177'4) p. 77, n. 89 = 0. procurrens Wallr. (1822). Ligusticum ferulaceum AH. (177-1) p. 80, n. 97. Trochi.scanfhes nocUfìora (Ali.) Koch ; == Ligusticum nodiflorum Ali, (1774) p. 80, n. 96; Vili. (1779); :=: Imperatoria nodifìora Lam. (1778). Ridolfia segetum (Linn.) Moris ; zzzAnetfmm segetum Linn. (1771); = Anethum pusiilum AH. (1774) p. 80 n. 98 (2). Physospermum aquilegifolium (AH.) Koch ; = Coriandrum aquile- gifoiiiim AH. (1774^ p. 81, n. 100. Bupleurum Gerardi AH. (1774) p. 81, n. 99. Daucus gummifer AH. (1774) p. 82, n. 104; Lam. Dict. I (1789). Hibiscus laevis AH. (1774) p. 83, n. 101 ; Scop. Del. Insubr. Ili (1788) ; = H. militaris Cav. Dissert. VI (1788) 3Iant. III. p. 352 t. 198 f. 2. (3). Hibiscus autumnalis AH. (1774) p. 83, n. 107. Quid? an H. meni- branaceus Cav. (1787) ? Secondo comunicazione del Prof. Mattirolo non esistono esemplari nel museo botanico di Torino. Viola Ruppii AH. (1774) p. 84, n. 109. Viola arvemis Murr. (1770); = V. arvensis AH. (1774) p. 84, n. 108. IVIelia sempervirens AH. (1774) p. 85, n. 113; Sw. (1788). Saxifraga cotjjledon Linn. (1753) p. p. (4); =: S. multiflora AH. (1774) p. 86, n. 114; = S. pyramidalis Lap. (1795). (1) Cfr. RouY et Foucaud, FI. de France, IV (1897) p. 276. (2) Cfr. Steud. Nomencl. Bot., ed. II, voi. I, p. 97. (3) MATTiROhO in Malpiglia, XVIII (1904), 260. (4) LiNNÉ, nella sua S, cotyledon confuse o come sinonimi, o come varietà parecchie specie ben distinte. La var. p è certamente la S. aizoon a minor Kocu ; la var. v è la S. coti/ledon in senso stretto quale oggi si intende ; la var. ò è la S. longifolia Lap ; nella var. s il sinonimo di Boccone va rife- rito alla S. cotyledon in senso stretto, e quello del Seguier alla 5. elatior M. K. Nel suo tipo poi Linné confuse evidentemente insieme come risulta dai si- nonimi citati la S. aizoon var. maior Koch e la vera S. cotìjledon. Per tutto ciò il nome S. cotyledon sarebbe da abbandonare ; ma essendo i botanici una- nimi dopo Jacquin (1775) e Alliont (1785) ad attribuire il nome -S'. cotyledon alla specie multiflora apetali per lo più lattei, anch'io .seguo l'uso, avvertendo però che se si dovesse venire ad una sostituzione di nome, quello dell'ALLiONl avrebbe la priorità su qualunque altro. Rouv, ha distinto la pianta delle Alpi da quella di Norvegia che sarebbe la forma tipica, quella si dovrebbe chiamare S. cotyledon var. inulti flora (Ali.). — 52 — Saxifraga muscoides Ali. (1774) p. 87, u. 117 (1) ^non Wulf. 1781) ; =: S' planifolia Lap. (1795) ; = S. moscata Clairv. Manuel herb. Suis. et Val. (1819) 141 non AVulf. Saxifraga biflora Ali. (1774) p. 86, n. 116. Saxifraga retusa Gouan Jllustr. (1773) = S. purpurea Ali. (1774) p. 86, n. 115 ; == S. imhricata Lam. (1778) (2). Alsine flaccida (Ali.) Cliiov. = Arenaria flaccida Ali. (1774) p. 87, n. 122 (3) =z Arenaria Villarsii^'Balh. (1804); :=z: Arenaria au- striaca Ali. (non Jacq.) (1785). Moehringia obtusa (Ali.) Cliiov. = Arenaria obtusa Ali. (1774) p. 87, n. 121, FI. Ped., II, 114, n. 1714, t. 64 fìg. 4 (4) ; z= Arenaria polygonoides "Wulf. (1786) ; =:z M. ciliata ^cìiìnz et Kell. non Dalla Torre. Spergularia maritima (Ali.) Cliiov. i=: Arenaria maritima Ali. (1774) p. 87, n. 119; = Arenaria marginata DC. (1805). Helianthemum apenninum formsb roseum (Ali.) Grosser. =CÌStUS PO- seus Ali. (1774) p. 89, n. 127, FI. Pedem. II, 103, n. 2675, t. 45, fìg. 4, Jacq. Hort. Vindob. jIII. (1776) f. 65. Il Cistus roseus Ali. nell'erbario dell'Istituto bot. di Torino e stato da qualcuno dei successori dell'Allioni unito col Cistus mutabilis Jacq. Con questo nome ho visto tre fogli e cioè: 1° due esemplari con cartellino autografo di Jacquin « Hibi- scus [poi corretto in Cistus] mutabilis Jacq. Mise. V. 2 »; nel foglio (1) Mattirolo in Malpiglia, XVIII (1901), 277. (2) Hayek, Vaccari e Mattirolo hanno dato io credo erroneamente la precedenza al nome allioniano su quello proposto dal Gouan e pubblicato un anno prima. L'Alligni riporta alla sua specie questa brevissima diagnosi : Saxifraga caule repente, foliis qnadrifariam imbricatis acutis fflabris, che si confà piuttosto alla S. Wulfeniana Schott che non alla S. angustana Vaco. (3) Clairville, Man. Herb. Suis. Val. (1819), p. 149 senza indicazione di autore, ma coll'indicazione del n. 864 che si riferisce alla collezione di piante elvetiche pubblicate dallo Schleicher. Nella prima edizione del Catalogum di questo botanico pubblicato nel 1800, infatti troviamo a pag. 7 V Arenaria fla- cida Mihì, distinta col n. 864; nella edizione del 1815 « Catalogum hucusque absolutum omnium plantarum in Helvetia Cis et Transalpina sponte nascen- tium editio tertia emendata et aucta >> è messa nelle Addenda a pag. 46 A. f In- cida S ; nella edizione quarta invece sta a pag. 8. A flaccida S Mertens e Koch (in Ròhlings Deutschl FI. Ili (1831) 285 considerano 1' A flaccida di Schleicher come una forma di A. verna gracile, allungata delle località umide. L'esemplare autoptico di Schleicher dell'erbario Cesati dà per- fettamente ragione a Mertens e Koch. Nell'erbario Cesati stesso insieme con esemplari autoptici dell'^. tri flora Vili, ve ne è uno di A. flaccida Nob non firmato ma che Cesati attribuì al Bellardi : ambedue sono senza dubbio di A Vil- larsii. (4) Clairville, l. e., p. 150. — 23 - pòi nell'angolo inferiore destro è scritto pare da Allioni « Ilibiscus [corretto come sopra] mutabili^ a D. Jacqu » [sic]. Essi appartengono indubbiamente all'//, chamaecistus Mill. var. E mutabile (Jacq.) Grosser. 2" Un frammento con la scritta nell'angolo inferiore destro del foglio: « Cistus mutabili^ Murr. » cui Allioni aggiunse: Anf Helianthemum folio ampliori flave roseo Sherard Hall. Gott. 115 ». Esso corrisponde &\VH. chamaecistus var. y roseum Willk. 3" Un esemplare con la scritta di pugno dell'Allioni nel- l'angolo destro inferiore del foglio « Cistus roseus > corretto poi (forse da Bellardi) in mutahilis. Questo esemplare che io considero autentico àeW Auctarium e della Flora Pedemontana, certamente devesi riferire all'/Z. apenninum var. roseum (Ali.) Grosser. Rosa hitea Mill. (1768) ; Ali. (1774) p. 90 n. 131. Anemone Halleri Ali. (1774) p. 92, n. L34. Ortegia dichotoma Ali. in Mise. Taurin. Ili (1762) p. 176, t. 4, fig. 1, V. (1774) p. 92, n. 136; Linn. Mant. alt. (1771) (1). Kochia prostrata (Linn. 1753) Schard. ; = Chenopodium augusta- num Ali. (1774) p. 93, n. 139; FI. Pedem. II. (1785) 198, n. 2020, t. 28, fig. 4. Rumex arÌfo!iUS Ali. (1774) p. 94, n. 140(2) (non Linn. fil. 1781); = E. montanus Desf. Polygonum minus Huds. (1762) ; = P. strictum Ali. (1774) p. 94, n. 14l'. Polygonum alpinum AH. (1774) p. 94, n. 142. Cyperus glaber Linn. (1771) ; = C. spadiceo-viridis AH. (1774) p. 95. n. 143. Festuca spadicea Linn. (1767); = Poa Gerard! AH. (1774) p. 91, n. 144. (1) È specie ben distinta dalla 0. Mspanica Linn. colla quale è stata da alcuni erronoamente riunita (cfr. Tax ap. Engler u. Prantl, Nat. Pfianzenf. Ili, I B., p. 87;. Ammessa nel Nomencator del Buniva p. 135 n. 20G1 (lapsu. typ. 261) è stata omessa in quello del Mattirolo. (2; KocH, Syn., ed. I (1837) p. 615, ed. III (1857), p. 632. Intorno a due nuovi generi di piante appartenenti ìilla famiglia delle Malpighiaceae del Prof. E. Omo venda. Studiando i materiali indeterminati delle collezioni somaliche fatte dall'ingegnere Luigi Eobecchi-Bricchetti nel 1891 e dal dottor Domenico Riva aggregato alla spedizione del principe Eugenio Ru- spoli nel 1893 sono stati oggetto di particolare attenzione da parte mia due esemplari incompleti perchè solamente fruttiferi. Quello distinto col n. 1081 è specialmente notevole per la grande abbondanza delle fruttescenze isolate con frutti maturi, in parte completamente attaccati e in parte coi mericarpi staccati. Quello invece distinto col n. 865 è costituito da ana unica infruttescenza attaccata ad un pezzettino di ramo o meglio ad una lacinia strap- pata ad un ramo, dal quale disgraziatamente non si può rilevare neppure come fosse la disposizione delle foglie. Ambedue gli esem- plari furono raccolti dal Riva nell'Ogaden ai pozzi di Cavernaj (Carbadan) il 7 e il 10 gennaio 1893. Le infiorescenze sono corimbose, lungamente peduncolate. I frutti sostenuti da pedicelli lunghi 2-10 mm., sono costituiti sempre da quattro carpelli samaroidei inseriti ai lati di un toro tetra- gono, angusto, assai elevato, lungo circa 10 mm., dal quale assai facilmente si separano a maturità perfetta ed allora restano attac- cati alla sommità del toro e pendenti, mercè una bandelletta, che in- curvandosi e passando sopra l'apice del carpello si inserisce ad una protuberanza subapicale stimmatica situata sulla faccia esterna di esso. Sotto il frutto si notano le relique del calice costituite da 6 sepali lunghi circa 1 mm. subrotondi senza traccia alcuna di pro- cessi ghiandolari e internamente con un disco annuliforme. Il seme è affatto privo di albume: l'embrione è grande con co- tiledoni subfogliacei ed è perfettamente ortorrizo e pendente dalla sommità del lato interiore della loggia. Tutte le parti osservate si presentano assolutamente prive di glandolo oleifere. Per tutti questi caratteri questa pianta deve appartenere alla famiglia delle Malpighiaceae e precisamente alla tribù delle Pyra- midotorae, sottotribù Hiraeeae di Niedenzu. In questa famiglia non mi è riuscito di trovare alcun genere che per i caratteri carpologici potesse riferirsi alla pianta in di- scorso: di questa perciò ho dovuto farne il tipo di un nuovo gè- 26 — nere cui apposi il nome di Tetraspis per i quattro carpelli più o meno a forma di scudi, foggiandone il nome alla guisa dei due ge- neri già esistenti in questa stessa famiglia di Diaspis Niedenz. (1) Triaspis Juss. e chiamo la specie T. Ruspoliana. Illustr. I. Fig. 1-7. — Tetraspis. Rìispoliana Chiov. 1. Frutto; 2. Un carpello maturo: 3. Sommità del frutto visto dall'alto; 4. Sommità del carpello visto di profilo; 6. Lo stesso visto di fronte; 6. Se- zione ti-asversale di un carpello a metà; 7. Sezione mediana di un carpello. Le figure 1 e 2 sono in gr nat ; le altre fortem. ingrandite. a embrione, h camera d'aria, e ali, d stilo, e stimma. Il genere Tetraspis ha una struttura carpellare che si discosta assai da quella di tutti gli altri generi della famiglia e per la quale facilissimamente se ne differenzia. Frutto tetramero (fig. 1-3); stili (1) Al genere Diaspis che per ora non ha che una sola specie la D. al- hida Niedenz. è forse da -riferire anche la Triaspis Erlangerì Engler i cui frutti non sono noti, ma cui l'autore attribuisce: « ovarium plerumque dimerum ». — 21 — quattro saldati coll'apice dei carpelli e con gli stimmi sessili sotto l'apice dorsale (esterno) dei medesimi: carpelli facilissimamente solubili dall'asse centrale e pendoli da principio, dalla parte infe- riore dello stilo trasformato in un breve carpoforo ; biloculari colle loggie sovrapposte, quella interna (assile) sterile e trasformata in camera, d'aria, l'esterna fertile e recante ai lati le ale. La configurazione esterna dei carpelli invece è perfettamente quella delle Pyramidotorae Hiraecae. La presenza di camere d'aria nei carpelli delle Malpighiaceae è nota in altri generi per es. Gau- canthus^ Jubelinia, ecc., ma in essi le camere d'aria sono due e col- locate ai lati dellaloggiafertile.il carpoforo lo si riscontra per es. nei generi Gaudichaudia^ Janusia, ecc. ma esso non è distinto nettamente dell'asse centrale come nel nostro genere, ma è l'asse che si scinde fino alla base in tre rami sostenente ognuno un carpello per la base. È peraltro assai notevole nel genere Gaudichaiidia, la G. Uh- deana Niedenz. della quale il Niedenzu fece il sottogenere Archi- gaudichaiidia caratterizzato dal gineceo quadricarpellato. È interessantissimo nei carpelli di questo genere Tanalogia con quelli dei frutti delle Umhelliferae. La protuberanza apicale dei car- pelli da me sopra accennata ha certo analogia collo stilopodio delle ombrellifere stesse: ma questa affinità è puramente apparente; poi- ché mentre nel gen. Tetraspis la parte che ho chiamato carpoforo è certo una dipendenza dello stilo, che alla sua base resta in parte aderente all'apice dell'asse ; il carpoforo delle ombrellifere è certa- mente una dipendenza dell'asse fiorale (1). Il Niedenzu separò nel genere Caucanthus Forsk. una sezione che chiamò Eriocaucanthiis in contrapposto a Eucaucanthus at- tribuendo i seguenti caratteri. Liana dense pilosa non solum par- tibus novellis pedunculisque cuiusque ordinis, sed etiain ramis fo- liisque vetustis; ramulis quoque foliiferis jloriferisque + elongatis, petioli lungitudine vix '/a'Vu foUis aequante, stipuUs hrevihus suhula- tis demum deciduis; cor/jmbis in paniculam folioliferam ramos ter- minantem dispo8itis; hracteis bracteolisque subulatis; petalorum limbo dorso carinato, basi subhastata undulato et liguliformi inflexo, cae- terum integerrimo; samarae ala oblóiigo-ovali (2). Studiando i frutti maturi della Triaspis- auriculata Radlkof., per la presenza delle due camere d'aria in essi la ritenni da prima come specie del genere Caucanthus {C. auriculatus) ma ad un'osserva- zione accurata ho constatato in essi alcune caratteristiche impor- tanti per cui i suoi frutti differiscono notevolmente da quelli del (1) Cfr. Gòbel Organographie Pfl. p. 746 fig. 4U4. 7-&. (2) Niedenzu in Bull. Herb. Boiss. Ser. II. voi. IV (1904) p. lOlO. — 28 — Caucanthus edulis Forsk. (1): epperò aggiungendo questi caratteri ai più importanti tra quelli assegnati dal Niedeiizu alla sua se- zione dedotti dalle stipole e dai petali, ho fatto della sezione il nuovo genere Eriocaucanthus. Il genere Caucanthus (Illustr. II, fìg. 8) ha i carpelli triloculari c3 Pi CU a m .—I © Oh d o Pi ce ® te s3 re ^ S ci la w > M 0) CI o • I-I N o ci ce /j o « o ® c4 !=l o a o a I s co 05 . . < (1) Per gentilissima concessione del proprietario dell'Herbier Boissier-Bar- e y ho potuto esaminare esemplari di frutti di questa specie, ma che non avevano il seme perfetto: porgo perciò i più vivi ringraziamenti. — 29 — con una loggia fertile assile, ventrale, munita di pareti reticolato- fibrose e due loggie sterili (camere d'aria) separate tra loro dalla loggia fertile che circondano quasi completamente e anteriormente sono tra loro separate da un setto brevissimo quasi nullo: l'em- brione è notorrizo (1). Gli stili sono filiformi e saldati insieme alla base e sono poco rigidi alla maturità. La pianta ha foglie piccole tondeggianti subcoriacee alla fine glaberrime, prive di sti- pole. I petali sono lisci e rotondati nel dorso. Il genere Eriocaucanthus (Niedenz.) (Illustr. II, fig. 9 e 10), quantunque abbia come il Caucanthus i carpelli triloculari, ha le due camere d'aria sovrapposte alla loggia fertile verso il lato esterno, e sono tra loro separate da un setto bene sviluppato : l'embrione non è notorrizo, la radichetta è sull'asse dell'embrione; i cotiledoni sono ripiegati solo nell'estremità apicale in senso con- trario e sono imbricati, l'esterno cioè abbraccia l'interno ripiegato su se stesso. Gli stili sono perfettamente liberi, rigidi, a maturità subconici e leggermente accrescenti. La loggia fertile ha le pareti non reticolato-fibrose. La pianta ha foglie membranose assai pelose specialmente di sotto ove sono sericee e sono munite di stipole. I petali sono carenati nel dorso. Il genere Eriocaucanthus ha tre specie : due dell'Africa tropico- orientale, gli E. auriculatus ed E. cinereus; una dell'Africa Australe, VE. argenteus. Riguardo poi alla collocazione dei due generi nella classifica- zione della famiglia delle Malpighiaceae, osservo, che mentre il se- condo, Eriocaucanthus, si deve collocare nella sottotribù designata da Niedenzu col termine Aspidopteridinae a fianco del Caucanthus Forsk.; del genere Tetraspis ne farei una sottotribù a se da deno- minarsi Tetraspidinae. Riassumerei i caratteri della tre sottotribù della tribù Hiraeeae cosi: A. Stili saldati coll'apice dei carpelli; stimmi sessili nel lato dorsale (esterno) poco sotto l'apice; carpelli a maturità pendenti da un carpoforo inserito al loro apice. Tetraspidinae. AA. Stili liberi dai carpelli che sono tenacemente saldati al- l'asse ovvero con carpoforo che si inserisce alla loro base. B. Stili più o meno sottili, lunghi, incurvati. Calice per lo più senza glandole. Piante di Asia, Africa e Australia. Aspidopteridinae. BB. Stili tozzi, per lo più diritti e rigidi. Calice per lo più con 8 glandole. Piante americane. Mascagniinae. (1) Questo carattere è riferito dal Niedenzu, io non. l'ho potuto riscon- trare, perchè nei frutti da me esaminati l'embrione era in cattivo stato. - /^^'^ , BREVI COMUNICAZIONI Nuova stazione sarda del Colus liirudinosus Cavai, et Sécli. NelPaprile dell'anno decorso 1910, segnalavo in questi Annali (voi. Vili, fase. Ili), la presenza in Sardegna di una elegante e graziosa specie di Clathracea il Colus hirudinosus Cavai, et Séch., da me determinata nell'anno 1902, sopra materiali avuti dalla genti- lezza dell'amico prof. Saverio Belli. » Oggi ho nuovamente la soddisfazione di ricordare la stessa specie raccolta in altra località della Sardegna dal chiarissimo signor in- gegnere dottore M. Taricco del R. corpo delle Miniere, il quale cortesemente me l'inviava per la determinazione (26 nov. 1911). La località nuova dista dal mare dirca 14 chilometri e si trova ad un altezza di circa m. 155 s. 1. d. m. ad ovest della stazione di « Cahitza » sulla linea ferroviaria che si svolge nella Vallata Iglesias^ Alontejjoni, Gonnesa. La specie, in scarsi esemplari, venne raccolta sotto le fronde di un Ctsftis monspeliensis Linn. in terreno scistoso, incolto e coperto di cespugli nani di Cisti^ Mirti^ Lentischi Corbezzoli Asfodeli... dove qualche albero di Sughero e di Pero selvatico rompe la monotonia della vegetazione nana. Secondo le indicazioni dell'ing. Taricco, comparve il Colus dopo una pioggia abbondante, circostanza questa notata già da Monta- gne 1820-23, da Cavalier et Séchier 1885 e confermata da Tiilasne 1846-49. Sulla importanza e sul significato di questa specie, che rappre- senta una delle entità più caratteristiche della Flora micologica co- stiera mediterraneo-tirrena, ho discorso nella nqterella sopra citata^ mentre oggi, ringraziando il gentile mio corrispondente, credo utile - 32 — ricordare questa nuova località che riconferma la presenza del Colus in Sardegna e ne estende l'area di distribuzione. * * Unitamente alla specie in discorso ebbi pure dal signor ing. M. Taricco alcuni esemplari di PisoUthus arenaì'ius Alb. et Schwein., specie la quale finora, per quanto ho potuto sapere, non era stata riscontrata in Sardegna, mentre figurava già per la Sicilia, per l'Isola del Giglio (1), e per numerose località della penisola. In Sar- degna fu trovato il PisoUthus dal signor ing. Taricco, in vicinanza di piante di Cistus monspeliensis Linn. Così pure ebbi dalla cortesia dello stesso raccoglitore lo Scle- rangium polìirrhizon. Lév.non ancora stato ricordato per la Sardegna. Torino, E.. Orto Botanico, Dicembre 1911. Prof. 0. Mattirolo. Sopra un caso di avvelenamento cronico di piante da frutto pro- dotto da emanazioni gassose di stabilimenti industriali. Un interessante contributo alle nostre cognizioni intorno alle al- terazioni macro e microscopiche delle piante in seguito all'avve- lenamento cronico, causato dall'anidride solforosa, è stato portato recentemente da alcune ricerche sui danni subiti dai chinotti (Ci- trus sinensis E-isso) coltivati presso uno stabilimento industriale nelle vicinanze di Savona (2). La vegetazione dei poderi situati in prossimità di questo sta- bilimento si presentava in condizioni di deperimento molto evi- denti, ridiventando gradatamente normale nelle aree più distanti. Le piante legnose erano le più danneggiate e cioè i chinotti, gli aranci, i limoni, e le piante da frutto comuni (peschi, peri, sorbi, susini, viti, ecc.). Molti chinotti e fruttiferi avevano perduto le (1) Vedi 0. Mattirolo. — Gli Ipogei di Sardegna e di Sicilia. Malpighia,. anno XIV, voi. XIV, 1900, pag. 65, 66, 57. (2) Relazione di perizia nella causa sommaria di Zanelli Angela contro la Società anonima di lavorazione dei carboni fossili e loro sottoprodotti. Torino, Vincenzo Bona, 1911, pp. 82, in 4°, 3 tav. — Nasini R., relatore della parte chimica; Cuboni G , Mattirolo O. relatori della parte botanica. — 33 — parti innestate e non vivevano che per rigetti basali del soggetta. Le viti avevano una vegetazione stentata; pochi tralci ad inter- nodi corti, per lo più infruttiferi. Tra le piante erbacee i pomo- dori eran quelli che presentavano i caratteri più accentuati di deperimento, e cioè foglie accartocciate, pallide, parzialmente dis- seccate. Le fave presentavano la maggior parte dei legumi imbru- niti ed abortiti. La vegetazione erbacea spontanea aveva solo un colore più pallido e non aveva subito che pochi danni, limitati ad alcuni individui di poche specie. Come causa delle condizioni di deperimento suddette è risul- tato doversi escludere assolutamente l'effetto del deposito di pul- viscolo carbonioso derivato dal fumo delle fabbriche e cosi pure l'azione di parassiti animali o vegetali, o del gelo, dei venti o della natura del suolo. L'analisi botanica e chimica hanno dimostrato al contrario trat- tarsi di un caso di avvelenamento cronico dovuto alle emanazioni solforate prodotte dal suddetto stabilimento, in cui per la lavora- zione dei carboni fossili e loro sottoprodotti (solfato ammonico, benzolo, catrame, ecc.) si distillano giornalmente 200 tonnellate di carbone. I gas riversati nell'atmosfera dalla ciminiera contengono l'anidride solforosa nella concentrazione di 0,04-0,08 % a seconda della maggiore o minore quantità d'aria con cui si fa la combu- stione. Le alterazioni che si osservano sulle piante di chinotto in seguito a queste emanazioni tossiche sono le seguenti : Le foglie pur conservando i caratteri morfologici esterni nor- mali, presentano un indebolimento generale del tono di colora- zione, un ingiallimento al bordo del lembo in corrispondenza cioè della regione degli stomi acquiferi, una diminuzione dell'attività di traspirazione. Queste foglie facilmente di distaccano e cadono, lasciando denudati i rametti che gradatamente disseccano. QuestO' disseccamento va rapidamente distendendosi ai rami sempre più; grossi determinando infine la morte di tutta la pianta, la quale per un periodo più o meno lungo cerca di reagire a queste altera- zioni progressive con la produzione di nuove gemme delle quali le prime possono anche riescire a svilupparsi, ma quelle successive finiscono tutte per abortire e disseccare. In corrispondenza dei caratteri macroscopici esterni l'esame mi- croscopico rivela la scolorazione graduale dei granuli di clorofilla, r ingiallimento del plasma, la dissoluzione finale dei granuli nella massa plasmatica che si colora sempre più intensamente in giallo- bruno. Non sono state constatate notevoli depressioni dei tessuti con Annali di Botanica — Vol. X. 3 - 34 — piegature delle pareti cellulari, quali sono prodotte dall'azione di- retta dell'anidride solforosa nei casi di avvelenamento acuto. Il graduale scolorarsi dei granuli di clorofilla e l'alterazione del plasma nelle foglie di chinotto sono state ripetute sperimentalmente in laboratorio. Le foglie dei meli, peri e sorbi coltivati nell'area di deperimento mostrano le macchie caratteristiche dovute all'azione diretta dell'anidride solforosa; anche simili alterazioni sono state ripetute sperimentalmente. Le foglie di vite invece non presentano tali macchie tipiche, mostrano in generale una diminuzione nel tono di colore, un in- giallimento che progredisce dal bordo verso la parte centrale. Il trattamento delle foglie col verde di metile, col rosso cotigo, o con il cloruro di bario, adoperati usualmente per stabilire la pre- senza dell'acido solforico nei tessuti ha avuto un risultato negativo, come era da prevedersi, trattandosi di un avvelenamento cronico dovuto a minime quantità di anidride solforosa. Risultati interessanti hanno dato al contrario le ricerche rela- tive alla determinazione degli effetti dell'intossicazione sulla atti- vità del cambio, allo scopo di stabilire il momento in cui le piante incominciarono a risentire le prime conseguenze dannose dell'ani- dride solforosa. L'esame di confronto fra rami di piante sane e de- perite è stato portato sull'accrescimento delle varie zone annuali di legno. I fatti principali, constatati tanto nei chinotti (tronchi, rami) come negli aranci, limoni, peri, peschi, sono i seguenti : 1° I diametri dei rami delle piante sane sono sempre, a pa- rità di età, notevolmente più grandi dei diametri corrispondenti dei rami delle piante deperite. 2° Gli anelli legnosi annuali, corrispondenti fra loro riguardo all'età, sono più sottili nelle piante deperite che in quelle sane, e ciò si verifica tanto nei rami che nei tronchi. 3° L'azione del gelo (1907-1908) si rivela con l'esiguità degli anelli tanto nelle piante sane che in quelle deperite. 4° L'esame dei caratteri presentati dalle zone annuali di- mostra che il deperimento non si è prodotto in modo subitaneo, esso è il risultato di un'azione di una causa lenta, progressiva. Lo stesso esame ha permesso di poter stabilire, con una certa appros- simazione, il periodo vegetativo nel quale ebbe principio il deperi- mento. II metodo seguito in questi esami si basa sopra un complesso di osservazioni e di misure eseguite nel senso di varii raggi del corpo legnoso per ridurre al minimo le cause di errore possibili. 35 I risultati raggiunti sono sintetizzati ìd diagrammi nei quali è rappresentata la curva di produzione del legno e i rapporti delle varie zone annuali. Questi risultati dell'analisi botanica sono avvalorati e completati da quelli dell'analisi chimica, eseguita sulle foglie, sui rami delle piante danneggiate e di quelle sane, sul contenuto in solfati nel terreno e infine sulla composizione dell'aria nelle vicinanze dello stabilimento per constatare la presenza ed eventualmente la quan- tità di anidride solforosa. La determinazione dei solfati nelle foglie e nei rami, raccolti nello stesso tempo nella zona sana e in quella danneggiata, diede i seguenti risultati per 100 parti di foglie e di rami: Foglie sane danneggiate. Rami sani .... » danneggiati, per 100 parti di ceneri Foglie sane . . danneggiate. Quantità pesata per aniilisi 10,39 14,53 12,77 11,57 Ceneri per 100 parti di fuglie 20,63 27,50 Solfato fli bario 0,2530 0,7953 0,1512 0,3514 Cartione residuo su lOO parti di cenere 0,1887 0,1939 Acido solforico 1,02 2,29 0,497 1,275 Acido solforico su 100 parti di leoere 3,30 7 — Calcolando dai dati precedenti la quantità di acido solforico contenuto in 100 gr. di foglie (cioè 20, 63 di ceneri di foglie sane e in 27,50 di ceneri di foglie danneggiate) si trovò : Acido solforico nelle foglie sane . » » nelle foglie danneggiate ■^too' 0,63 1,925 % E per determinazione diretta, dopo ossidazione con acido ni- trico e calcinazione in presenza di nitro e di carbonato alcalino : Acido solforico nelle foglie sane » . . . 1,02 % nelle foglie danneggiate . 2,29 % Le due differenze 1,02 — 0, 68 =: , 34 e 2,29 — 1,925 — 0,365 rappresentano l'acido solforico rispondente a solfo contenuto nelle foglie sotto forma di solfo organico volatile o di solfuro, o, più ve- rosimilmente, ridotto a solfuro dal carbone durante l'incenerimento e scacciato poi come idrogeno solforato per acidificazione con acido cloridrico. — 86 — Questo solfo, nel caso del trattamento con acido nitrico e poi con nitro in presenza di alcali, veniva ossidato e passava intera- mente a solfato. Questi resultati dunque stabiliscono un eccesso di contenuto in solfati nelle piante danneggiate in confronto al contenuto delle piante sane. La determinazione della quantità di solfati nel terreno della zona danneggiata e in quella della zona sana diede i risultati se- guenti : Acido solforico, terra fina, piante sane .... 0,168 % » » » piante danneggiate . 0,143 % I numerosi dati sperimentali che si hanno intorno alla conco- mitanza del danneggiamento prodotto da emanazioni solforate con un aumento dì solfati nelle foglie e dei rami non lasciano alcun dubbio sull'interpretazione da darsi ai risultati delle analisi sud- dette. Nel caso in esame la maggior quantità di solfati contenuti nel terreno della zona sana esclude qualsiasi obiezione che si volesse trarre da un'eventuale influenza del terreno. La presenza dell'ani- dride solforosa nell'aria venne constatata con adatte cartine imbe- vute di acido iodico e salda d'amido. La ricerca quantitativa venne eseguita mediante l'apparecchio di Gerlach. I risultati furono i seguenti : Nella zona più danneggiata in vicinanza immediata della fab- brica la concentrazione dell'anidride solforosa resultò circa 1 : 27,000. In altre esperienze: 1 : 70,000, 1 : 90,000, 1 : 400,000, a seconda della distanza dalla fabbrica, delle velocità e direzione del vento. Al principio della zona sana la concentrazione venne trovata di 1 : 6000.000. Traccie vennero constatate in un terreno che non presentava danneggiamenti alla vegetazione. Poiché è stato dimo- strato sperimentalmente (Wislicenus) che i gas solforati per essere innocui devono sorpassare la diluizione di 1 : 200,000, la concen- trazione trovata nelle vicinanze della fabbrica entra dunque nei li- miti di nocività. Come mezzo difensivo contro questi danni è consigliata la di- luizione dei gas della ciminiera, mediante l'innalzamento di questa o, meglio, con un impianto di apparecchi atti ad esercitare artifi- cialmente la diluizione dei gas alla loro uscita nell'atmosfera. L. Petri. — 37 — Lo STÌIiippo all'ossalato ferroso nella Fotoinicrografla. Ho creduto opportuno dopo accurate esperienze di richiamare l'attenzione del fotoni icrografo sopra un rivelatore fotografico ora quasi totalmente abbandonato, perchè passato di moda; intendo cioè parlare dell'ossalato ferroso. I rivelatori orgauici, quali ad esempio l' idrochinone, il parami- dofenolo, la glicina, il metolo ecc. servono assai bene in qualsiasi lavoro fotografico sia da soli, sia accoppiati in determinate propor- zioni a seconda della qualità del negativo che si vuole ottenere, però nessuno forse raggiunge i pregi dell'ossalato ferroso. Anzitutto esso rispetta perfettamente i punti della lastra non impressionati dalla luce, onde non si ha mai formazione di velo anche se lo svi- luppo viene protratto a lungo ; le parti scure poi del negativo sono di un bel nero caldo che è assai favorevole alla stampa delle po- sitive le quali risultano poi vigorose e nello stesso tempo ricche di minuti particolari. Altro vantaggio dell'ossalato ferroso è quello di permettere durante lo sviluppo di seguire la venuta dell' immagine senza timore di esporre la lastra stessa continuamente alle radia- zioni della lampada rossa, poiché io stesso ho potuto esperimen- tare con diverse qualità di lastre, anche pancromatiche, che non si ha mai formazione di velo dovuto all' azione lunga della luce rossa sulla lastra. La ragione dipende dal colore stesso della solu- zione dell'ossalato ferroso che si presenta rossa, di modo che la luce della lampada da laboratorio prima di giungere sulla lastra sensi- bile è filtrata ancora dallo strato rosso del rivelatore sovrastante. Qualcuno attribuisce all'ossalato ferroso l'inconveniente di pre- starsi male allo sviluppo di lastre ortocromatiche ; niente di più falso, poiché tutte le mie esperienze le ho compiute su lastre orto- cromatiche e pancromatiche, quali le Perutz (Silbereosinplatten e Perchromo), le Schleussner (Viridin), le Agfa (Chromo-Isolar), ecc. e posso asserire che sempre ho ottenuto negative ottime. Ora darò la formula di preparazione dello sviluppo secondo le proporzioni che ho trovato migliori. Si facciano le due soluzioni seguenti adoperando acqua distillata calda per ambedue : ( Ossalato neutro potassico gr. 80 ( Acqua distillata oc. 300 Solfato ferroso gr. 35 2. <| Acido citrico » 0,5 Acqua distillata ce. 100 — -^8 — L'ossalato potassico dovrà essere perfettamente neutro, il solfato ferroso si prenderà puro ed in bellissimi cristalli di colore verde chiaro. Le due soluzioni, dopo che si sono raffreddate, si filtrano e si conservano in bottiglie ben chiuse; bisogna in modo particolare preservare la soluzione N. 2 dal contatto dell' aria perchè essa si altera facilmente, però usando quest' attenzione si mantiene per vari giorni. Al momento dell'uso si mescolano tre parti della soluzione 1 e una parte della soluzione 2, badando di versare sempre la solu- zione 2 nella 1 e non viceversa, poiché si precipiterebbe dell'ossido di ferro. Nel caso di sovraesposizione si aggiungeranno alla me- scolanza delle gocce di una soluzione di bromuro potassico al 10 % ; nel caso di sottoesposizione, (che bisogna sempre evitare del resto in fotomicrografia perchè in ultimo si otterrebbero immagini prive di minuti particolari), si aggiungeranno al rivelatore normale al- cune gocce di una soluzione di iposolfito sodico al 5 % che aumen- terà sensibilmente la forza sviluppatrice del bagno. Il bagno usato conviene gettarlo via, poiché non si conserva. Dopo aver sviluppato la lastra, consiglio (benché non sia stret- tamente necessario), di passarla nel seguente bagno rischiarante : Acido acetico glaciale ce. 1 Acqua distillata » 200 ove si laverà abbondantemente; ciò si fa per evitare eventuali pre- cipitati rossi o gialli che velerebbero la lastra specialmente quando nella preparazione dello sviluppo si usa acqua comune e non acqua distillata. Si passa quindi la lastra in un bagno di fissaggio acido ordinario. Se il fotomicrografo si attiene alle norme dette, curando sempre la massima pulizia nelle singole operazioni, otterrà, adoperando l'os- salato ferroso come sviluppatore delle sue lastre, fotomicrogrammi di una sorprendente finezza. Dal E. Istituto Botanico di Roma, 20 febbraio 1912. Dott. Giovanni Fauke. EIVISTA DI MORFOLOGIA Alternanza di generazioni nelle Floridee. Con ricerche specialmente citologiche N. Svedelius (1) conferma la teoria di Yamanouchi e di Lewis circa l'alternanza di genera- zioni nel ciclo ontogenetico delle Floridee. Yi sono due individui, uno gametifero, gametofito, con numero di cromosomi aploide, e un altro sporifero (tetrasporifero), sporofito, con numero di cromo- somi diploide (p. es. 20 cromosomi nell' individuo gametifero, 40 in quello sporifero per Delesseria sanguinea). La divisione ridu- zionale del nucleo ha luogo alla formazione delle spore, nella cel- lula madre del tetrasporangio. Il nucleo dello zigote (oospoi'a nel carpogonio) è il primo nucleo dello sporofito, che comprende due fasi, la fase di gonimoblasto in intima unione col gametofito e che produce i carpogonidii ; la fase tetrasporifera che ha origine dalla germinazione dei carpogonidii, è indipendente e termina colla for- mazione dei tetrasporangi. Questa teoria, basata sullo studio citologico, riporta l'ontoge- nesi delle Floridee al tipo generale di alternanza delle generazioni nelle piante; mentre la teoria sostenuta prima da Schmitz e da Oltmanns, costituiva un tipo speciale di alternanza per le Floridee, inquanto ammetteva in esse un gametofito che produce gli elementi sessuali e uno sporofito, dalla oosfera fecondata alle carpospore, che sarebbero state l'inizio del gametofito, quindi le vere spore, mentre le tetraspore sarebbero soltanto propagoli di moltiplicazione del gametofito. Rimane tuttavia sempre da chiarire il ciclo di sviluppo di quelle Floridee [Nemalion ad es.), nelle quali mancano le tetraspore. R. PlROTTA. (1) SVEDEMUS N. — Ueber den Generationswechsel bei « Delesseria sangui- nea ». Soc. Bot Tidskr., V, 1911, pag. 260/ 40 Divisione riduziouale nello zigoto di " Spirogyra „. Alla dibattuta questione, se nelle Spirogyra abbia luogo ridu- zione cromatica, porta un importante contributo A. Tròndle (1). Avvenuta l'unione tardiva dei nuclei dei due gameti, il nucleo di fusione nucleo dello zigoto da loro formato, in seguito a due successive divisioni, delle quali una eterotipica che ha luogo in tempo e modo differente per le diverse specie, si formano quattro nuclei figli, i quali sono aploidi. Nelle Spirogyra dunque vi è alternanza di generazioni; la aploide o gametofito è rappresentata dal filamento pluricellulare ; la diploide o sporofito dal solo zigoto, cioè da una cellula unica. La unicellularità dello sporofito però sarebbe non primitiva, ma derivata per riduzione, perchè dei quattro nuclei figli, prodotti nella segmentazione del nucleo dello zigoto, vanno a male tre, uno solo si svolge, come in altri casi di sporogenesi e nelle piante inferiori e nelle superiori. È soppressa la divisione cellulare susseguente alla nucleare e la cellula madre delle spore diventa essa stessa spora. E,. PiKOTTA. Apomissia negli Autobasiiliomiceti. Nei Basidiomiceti superiori la formazione dei conidii basidiali (basidiospore) è preceduta dalla unione di due nuclei nella cellula madre del basidio ; il nuovo nucleo, in seguito a due successive segmentazioni, dà i quattro nuclei per i quattro conidii basidiali. Nella unione dei due nuclei della cellula madre del basidio si ha raddoppiamento del numero dei cromosomi, ir nucleo prodotto di- venta diploide ; ma i nuclei dei conidii basidiali sono aploidi, cioè hanno un numero di cromosomi metà di quello del nucleo di- ploide; e questo risultato si ottiene, perchè, come mostrarono Maire e E,. E. Fries, nel basidio, durante la segmentazione del nucleo, ha luogo divisione riduzionale. Ora lo stesso E. E. Fries (2) ha trovato che nell' Hygrophorus (Godfrinia) conicus non ha luogo fusione dei nuclei nella cellula (1) Trundlb Arthur. — Ueber die Reduktionstheilung in der Zygoten von, Spirogyra und ilber die Bedeutung der Synapsis. — Zeitschr. f. Botan., Ili 593, in. B Taf. m. 20 Taxtfiguren. ' (2) E,. E. Fries. — Zur Kenntniss der Cytologie von Hygrophorus conicus. Sv. Bot. Tidsk. Y, 1911, pag. 253, 1 Taf. — 41 — madre del basidio, e quindi uon ha luogo divisione riduzionale del nucleo nel basidio medesimo. Mentre dunque nel ciclo di sviluppo ontogenetico dei Basidio- miceti si ba una fase diploide e una fase aploide che si succedono, neìV H/jgrophorus la fase diploide è soppressa e tutto il ciclo si compie con nuclei aploidi. È un caso analogo a certe forme di apomissia nelle piante superiori, e, se si ritiene che la mescolanza dei due nuclei nella cellula madre del basidio è un processo anfi- mittico, nelV Hi/ grophorus si avrebbe una forma speciale di apo- missia. R. Pirotta. Sacco embrionale di " Pandanus „. Un nuovo esempio di deviazione dal tipo ordinario di struttura della macrospora o sacco embrionale nelle Angiosperme ci è of- ferto dalle ricerche sul genere Pandanus fatte da D. H. Campbell dal 1909 al 1911 (1). Da esse risultano, oltre a fatti di minore importanza, i seguenti principali : 1. La deviazione dal tipo ordinario riguarda soltanto il gruppo antipode, essendo normale quello superiore o micropilare. Infatti, dopo le prime due divisioni del nucleo della macrospora, che porta alla formazione delle coppie superiore e inferiore, i nuclei antipodi si segmentano più volte fino a darne di solito 12, i quali, durante la segmentazione normale del paio micropilare, si dividono ancora fino a 61: attorno ai quali si costituiscono altrettante cellule, rima- nendo liberi alcuni nuclei che poi si uniscono per formare il nu- cleo polare inferiore. Nei Pandanus dunque ci si presenta il maggior numero di nu- clei e di cellule antipodali finora conosciuto, prima della feconda- zione^ il che li differenzia dal caso di certe Graminacee e di Spar- ganium^ nel quale l'aumento ha luogo do])o la fecondazione per segmentazione dei tre nuclei normali antipodi. Perciò, secondo Campbell, il modo di comportarsi dei Pandanus parlerebbe in favore della teoria che considera il gruppo antipodo la parte vegetativa del protallo femmineo. 2. Campbell ritiene, in sostegno della opinione di A. Ernst, che le macrospore o sacchi embrionali con un numero di nuclei mag- giore di otto rappresentino residui di un tipo di struttura più an- (1) Campbell D. H. — The embryosac of Pandanus. — Ann.of Bot., XXV, 1911, pag. 773, 2 pi. — 42 — tico del sacco embrionale, dei quali il più remoto sarebbe appunto finora da riconoscersi nei Pandanus ; non già, come altri vogliono, anomalie secondarie del tipo a otto nuclei. E.. Pirotta. Nuoto costitueute del protoplasto J Il dottor Joannes Politis (1) ha trovato in ognuna delle cellule epidermiche delle foglie perigoniali e del ginostemio delle Orchi- dacee Coelogyne cristata Lndl. e Eria stellata Lindi., un corpo sfe- rico, che origina per neoformazione dal citoplasma, presenta le reazioni delle sostanze proteiche e del tannino, e persiste durante la vita della cellula. Non è però nota la funzione. E.. Pirotta. Elaioplasti. Lo stesso dottor J. Politis ha trovato gli elaioplasti in 19 nuovi generi di Monocotiledoni e nelle Malvacee soltanto fra le Dicoti- ledoni (2). Secondo l'autore negli elaioplasti, che hanno il compito di elaborare sostanze oleose nutritizie, la sostanza fondamentale sarebbe da ritenersi simile a quella dei nucleoli. Se ciò fosse con- fermato, gli elaioplasti dovrebbero, secondo il riferente, cambiar nome, perchè non si potrebbero più ascrivere alla categoria dei plastidi, la cui massa fondamentale è protoplasmatica. E. Pirotta. Cianoplasti. Alla categoria dei plastidi viene aggiunta ora un'altra sorta, il cianoplado. J. Politis (3) avrebbe trovato che l'antocianina non si forma nei comuni vacuoli, né deriva da sostanze preesistenti sciolte nel succo cellulare, ma si formerebbe in uno speciale plastide, ap- punto il cianoplasto; il quale originerebbe direttamente dal cito- plasma per neoformazione e dopo un certo periodo di attività de- genererebbe, mentre il suo pigmento si spande nella cavità cellulare. Siccome questo cianoplasto sarebbe privo di sostanze proteiche, non potrebbe, secondo il riferente, essere ascritto alla categoria dei plastidi, che sono costituiti fondamentalmente di una massa pro- toplasmatica. E,. Pirotta. (1) Politis Joanxes. — Sopra uno speciale corpo cellulare trovato in due Orchidee. — Atti Ist. Bot , Pavia, ser. II, voi. XIV, pag. 377, tav. XIX, 1911. (•2) Politis J. — Sugli elaioplasti nelle Mono e Dicotiledoni, — Atti Ist. Bot., Pavia, serie II, voi. XIV, pag. 335, 1911. (3) J. Politis. — Sopra speciali corpi cellulari che formano antocianine. — Atti Ist. Bot., Pavia, ser. II, voi. XIV, 1911, pag. 363, tav. XVI-XVIII. — 43 Portararlicì di " Selaginella „. Dalle osservazioni e dalle esperienze (amputazione dell'apice dei germogli) di E,ob. E. Fries (1) sembra risultare un nuovo argo- mento in appoggio della natura caulinare dei portaradici delle AS'e- laginella. -R. ?• Sfloppiameuti fogliari. Lucio Gabelli che ha già portati numerosi contributi per lo studio della importante quistione dello sdoppiamento fogliare, espone ora le osservazioni fatte sa un individuo di Chimonanthus fragrans Lndh, che produce annualmente numerosi esempi di quat- tro modalità di formazione di foglie, sdoppiate, che gli permettono interessanti considerazioni sulla origine dello sdoppiamento fogliare, in appoggio o contro le idee al riguardò esposte dal Delpino (2). E.. PmOTTA. Albume nelle Angiosperrae. Confermando ed estendendo le osservazioni già fatte da altri, conclude CI. Abrial (3), che nei semi detti senza albume apparte- nenti alle famiglie, da lui studiate, Juglandacee, Rutacee, Cucur- bitacee, Gelsominacee, Acantacee e Pedaliacee, si riscontra la per- sistenza costante di un albume residuale, di quantità variabile se- condo i casi, e ritiene probabile che la scomparsa dell'albume non è mai completa. Credo opportuno rilevare, che per quanto riguarda le Gelsomi- nacee, la presenza dell'albume è stata da me constatatafin dal 1887(4). E. PlROTTA. (1) EoB. E. Fries — Ein Beitray zur Kenntniss der Wurzeltrà'ger von Se- laginella. — Svensk. Bot. Tidskr., V, 1911, pag. 252. (2) Gabelli Lucio. — Discussione di una serie di osservazioni di sdoppia- mento fogliare in un individuo di Chimonanto. Pont, rom Accad. Nuovi Lin- cei, voi. XXIX, 1911. (3) Abrial Cl. — De la persistence d'une partie de l'albumeìi chez lesgratnes dites exalbuminées. — Ann. Soc. Bot. Lyon. XXXV, (1906% pag. 81-138, con numerose figure nel testo. (4) PiROTTA E, — Sull'endosperma delle Gelsominee. — IMalpighia, Voi I, tav. XL 1 RIVISTA DI FISIOLOGIA BuscALioNi Luigi e Muscatello Giuseppe. — Contribuzione allo studio delle lesioni fogliari. — Malpighia, anno XXIV, fase. l-'2. È noto che la foglia può presentare in diverso modo reazioni a vari stimoli. Gli AA. dopo aver riassunto lo stato delle attuali cognizioni in proposito, passano alla descrizione di numerose espe- rienze da essi eseguite per ricercare l'effetto di vari mezzi di lesione, quali la fregagione, l'asportazione della cera, la causticazione e i tagli. Ne seguono assai spesso diverse reazioni, delle quali, non ci è possibile — stante il numero delle ricerche compiute e la molte- plicità dei risultati — di dare un riassunto in queste brevi note. MoNTEMARTiNi LuiGi — L'azione eccitante del solfato di manga- nese e del solfato di rame sopra le piante. — Le Stazioni Spe- rimentali Italiane, voi. XLIV, fase. 7. L'A. prende in esame la quistione dell'azione oligodinamica dei composti di manganese e di rame. Reputando opportuno separare l'azione diretta esercitata dai composti in parola da quella indi- retta che potrebbe derivare dalla loro azione su altri sali nutrienti, l'A., anziché misurare l'accrescimento dei vegetali in mezzi nu- trienti, preferisce prendere in esame la respirazione come indice dell'attività di un vegetale. In questo caso si può isolare comple- tamente la pianta da ogni substrato nutritivo, escludere l'azione di qualsiasi altro sale, e misurare unicamente l'effetto esercitato dal composto che si vuole studiare. L'A. compie in proposito una serie di esperienze, giungendo alle seguenti conclusioni. Il solfato di man- ganese e il solfato di rame, se assorbiti in soluzioni diluite e in piccole quantità, possono esercitare un'azione eccitante sopra la re- spirazione delle piante. Tale azione si esplica in misura diversa a seconda delle piante (p. e. la vite è più delicata dei fagiuoli e delle patate; i fiori di leucantemo sono pel solfato di manganese meno — 46 — resistenti di quelli di agerato); a seconda degli organi (i fiori sono più eccitabili delle foglie); e infine a seconda dello stadio di svi- Itqjpo (i fiori ancora chiusi di agerato furono più eccitati di quelli aperti). Anche sull'assimilazione clorofilliana si può avere un'azione ec- citante, la quale però si verifica soltanto a dosi piccolissime del sale impiegato, mentre per dosi alquanto più forti resta danneg- giata. PoLiTis Johannes. — Sulla presenza del glicogeno nelle fanero- game e sua relazione con l'ossalato di calcio. — Rend. Accad. Lincei {CI. di Se. Fis. Mat. e Nat.), voi. XX, fase. 8. L'A, afferma di aver trovato il glicogeno anche nei vegetali su- periori e che starebbe in relazione con l'ossalato di calcio. Id. id. — Sull'origine e sull'ufficio dell'ossalato di calcio nelle piante. — Rend. Accad. Lincei. {CI. di Se. Fis. Mat. e Nat.), voi. XX, fase. 9. In questa nuova nota l'A. conclude che, visto come nelle cel- lule cristallofore di diverse monocotiledoni si formano (a quanto egli afferma) speciali idrati di carbonio (glicogeno, amiloide), e che esiste una relazione fra questi e la formazione dell'ossalato di calcio, si può ritenere che l'acido ossalico e l'ossalato di calcio hanno ori- gine nelle cellule in cui questo sale si trova cristalizzato. L'acido ossalico proverrebbe dal glicogeno o dall'amiloide per ossidazione. Weir I. R. — Benotigt der Pilz Coprinus Kalksalze zu seinen pliysiologisclien Funktionen? — Flora. N. F. Dritter Band. Est. H., 1911. Mentre i funghi inferiori e talune alghe possono fare a meno del calcio, non è ancora stata risoluta la quistione per funghi ed alghe superiori. Come è noto, Hori nelle sue esperienze trovò che per almeno due specie di funghi superiori il calcio è necessario. L'A. studia sperimentalmente la quistione nel genere Coprinus e conclude favorevolmente alla indispensabilità del calcio. — 47 — Irving a. a. — The Effect of Clorofonii iipoii llespiration and Assiinilatiou. — Annali of Botan/j^ voi. XXV, No. C. Il titolo del lavoro esprime chiaramente l'argomento del lavoro stesso. È cosa assai interessante lo studio degli anestetici nelle varie funzioni della pianta e particolarmente nelle funzioni di assimi- lazione e respirazione, che possono talvolta aver luogo contempo- raneamente nelle stesse cellule verdi sotto l'azione della luce. L'A. compie parecchie esperienze nell'orzo e nel lauroceraso e trova che gli effetti del cloroformio sulla respirazione delle foglie dipendono dalla sua proporzione avendosi un'eccitazione fino a certe dosi e per dosi maggiori un effetto inibitorio. Gli effetti dannosi del cloro- formio sono principalmente la distruzione della clorofilla ed un'at- tiva eliminazione di acqua a traverso gli stomi. Quanto all'assimilazione piccole dosi di cloroformio ne arrestano la funzione, la quale può essere parzialmente ripresa, quando sia stata tolta l'azione inibente. Dosi moderate aboliscono già 1' assimilazione, che per dosi più forti non presenta più alcuna traccia. 0. Acqua. 's^ \_y ^^ X_^ V^ \^ \^ \^ ^^ \_^ w' \^ \^- \^ \-y \^ ^-^ \^ \^ \^ V-/ \^ V-/ \_/ x_/ \_/ X-/'^ RIVISTA DI I30TA1SICA DESCRITTIVA E GEOGRAFICA È stata pubblicata la seconda parte del voi. VI della impor- tante opera di K. W. v. Dalla Torre e L. Graf v. Sarnthein : Flora der Gefiirsteten Grafschaft Tirol, ecc., che comprende le Ar- chiclamidee. L'editore G. Fischer di Jena ha pubblicato : Die Pfìanzenstoffe hotanìsch-systematisch hearheitet. Chemische Be- standteile und Zusamenensetzung der einzelnen Pflanzenarten Rohstoffe und Producte. — Phanerogamen von C. Wehmer, Jena 1911. Il titolo indica chiaramente lo scopo di questo volume di ben 937 pag. E lavoro di pazienza e coscienzioso, utilissimo per l'inse- gnamento e per la preparazione alle ricerche. Per ogni specie di pianta, indicato il nome e la patria, ed eventualmente altre notizie, è data la composizione delle parti, con indicazioni più o meno am- pie sui principii che vi si contengono e una bibliografia spesso ricca intorno all'argomento. E,. Pirotta. Vaccari Lino. — La Flora nivale del Monte Rosa. — Aosta 1911. (Bull. d. la Flore Valdòtaine, n. 7). E un pregevole contributo di geografia botanica della interes- santissima valle, alla quale il Vaccari ha dedicato molto studio e molto amore. Dopo una introduzione bibliografica, viene esposta par- ticolareggiatamente, in tabelle, la florula delle singole località stu- diate ; poscia seguono interessanti considerazioni sulla flora del monte Rosa. Fra le specie più interessanti sono da notare il Juni- peruff nana Wild, che sale a 3500 m., e alla stessa altezza e nel medesimo luogo V Eiiphrasia minima var. minor, fra le annuali. E. Pirotta. Annali di Botanica — Vol. X. 4 — 50 — Importante contributo alla geografia botanica italiana, condotto con intendimenti e con metodi lodevolissimi è quello portato da G. Negri col suo nuovo lavoro : La vegetazione del bosco di Lucedio. (Trino Vercellese). — Mem. R. Acc. Se. Torino. Ser. II, T. LXII, p. 387, 1911. E. p. Altro contributo interessante alla geografìa botanica della Italia superiore, benché tracciato con indirizzo e concetti differenti, è quello di Béguinot colla : Revisione monografica delle specie del ge- nere Plantago dei distretti littoranei dalle foci delV Isonzo a quelle del Po. — N. Giorn. Bot. ital. K 5. voi. XVIII, 1911, p. 321. E. P. Col fascicolo 6° testé uscito viene completato il Voi. unico che forma la III parte della Flora italica cryptogama e comprende i Lichenes. Il lavoro è opera del chiaro lichenologo Dr. Antonio Jatta. E. P. Dott. SzABò ZoLTAN. — A KiiantÌR, génusz monographiaja (Mono- graphia gen. Knautia). — Budapest-Kiadja a magyar tudomà- nyos Akademia, 1911. Un voi. in-16 gr., pag. 435 con 54 tav. e 4 carte; 10 corone. La prima parte di questo importante lavoro tratta delle gene- ralità intorno al gen. Knautia ; l'A. ne fa la storia, ne espone la limitazione, dà ampie notizie intorno alle particolarità ed alle ca- ratteristiche morfologiche e biologiche delle sue forme, parla della loro distribuzione geografica, ne espone la filogenia e la probabile derivazione. Il Zoltàn suddivide il gen. Knautia (L) Coult. nei seguenti gruppi (le specie della flora italiana sono stampate in grassetto e di esse abbiamo citato le varietà e le forme fino ad ora, secondo l'autore, osservate nel dominio della nostra flora): I Subg. — Lychnoidea Rou3^ 1. — Knautia orientalis L. — Prov. mediterranea centrale: Bul- garia, Turchia, Grecia, As. min. II Subg. — Trioheranthes Schur. 2. — Knautia Degeni Borb. — Turchia, As. min. 3. — Knautia integrifolia (L). Bert. — Reg. mediterranea, var. a hybrida: f. bellidifolia, f. amplexicaulis. 6. — » 6. » 7. » finato. — Si- ili Subg. — Tricheea (Schrad.) Rouy. Sect. 1. — HemitricJierae Szabò. 4. — Knautia byzantina Fritsch. — Turchia or., Bitinia. Visianii Szabò. — Dalmazia. Timeroyi Jordan. — Francia mer., Giura, leucophaea Briquet. — Francia mer., Giura, Del- Sect. 2. — Eutrìcherae Szabò. Subsect. A. — Albescentes Szabò. 8. — Knautia montana (M. B.) D. 0. — Tirali, Caucaso. 9. — » involucrata S. Somm. et Lev. — Caucaso. Subsect. B. — Arveìises Krasan. ser. a. Eiiarvenses Szabò. 10. — Knautia macedonica Griseb. — Pen. Balcanica. il. — » ambigua (Friv.) Boiss. et Orph. — Bulg., Tur- chia, Grecia. 12. — Knautia arvensis(L.) Coult. — Europa eccetto reg. art., Cau- caso, Siberia ural. e transcasp. var. a. pol3^morpha : f. pratensis, f. tomentosa, f. fallax, f. glan- dulosa ser. b. Purpureae Szabò. 13. — Knautia numidica (Deb. et Reverch.) Szb. — Algeria, Spagna. 14. — » subscaposa Boiss. et Eeut. — Spagna centr, austr.. Africa bor., Atlante. 15. — Knautia mollis Jord. — Francia mer., It. bor. sett. (Alpi maritt.). 16. — » braciiytriclia Briquet. — Veneto, Tir. merid. 17. — » baldensis Kern. — Tirolo, Veneto. 18. — » persicinaKern. — Veneto, It. boreale nel Veronese. 19. — » transalpina (Christ.) Briq. — Alpi Comasche (Man- delio, Grigna, Valsassina, ecc..) 20. — Knautia velutina Briq. — Pascoli subalpini (Tirolo, Ve- neto, Bresciano, Riva, Monte Baldo). 21. — Knautia velebitica Szabò. — Croazia, Velebit. 22. — » albanica Briquet. — Albania, Erzegovina. 23. — Knautia purpurea (Vili.) Borb. — Alpi occid. e maritt.; littorali marittimi dalla Spagna alla Dalmazia, Italia, Algeria. — 52 — var. h. meridionalis — Alpi occid. maritt., Italia, var. e. calabrica — Italia (Abruzzo, App. pistoiese), Algeria, var. e. illyrica (Beck.) Szb. — It. bor. orient., Tirolo, Istria, Carinzia, Ungheria. f. centaureifolia, f. adenopoda, f. foliosa, f. indivisa, f. saxicola. ser. e. Lucidantes Szabò. 24. — Knautia tra vnicensis (Beck.) Szb. — Bosnia, Croazia, Dal- mazia. 25. — » rigidiuscula (Hladn. et Koch.) Borb. — Carniola. 26. — » lucidifolia (Sen. et Pan) Szb. — Catalogna, Spagna. 27. — Knautia Ressmanni (Pack, et Jaborn.) Briq. — Confini della Carinzia e dell'Italia, Stiria. f. veneta, f. succisiformis. Subsect. C. — Silvaticae Krasan. 28. — Knautia magnifica Boiss. et Orph. — Grecia, Macedonia, Pindo. 29. — » flaviflora Borbàs. — Alpi del Ponto in Asia min. 30. — » midzorensis Formanek. — Serbia, Bosnia, Eu- melia, Bulgaria, Albania. 31. — Knautia longifolia (W. K.) Koch. — Carpazi merid. ed orient.. Alpi orientali. f. Kochii (Tirolo, Veneto, Ungheria). 32. — Knautia Godeti Reut. — Giura, Francia centr.. Cantal, Pirenei orient. 33. — Knautia nevadensis (Winkl.) Szb. — Sierra Nevada. 34. — » sixtina Briq. — Alpi Leemann. frane. 35. — Knautia silvatica Duby. — Francia, Germ., Svizz., Au- stria Ungh., It. sett., Carpazi. var. a. dipsacifolia: f. vulgata. Subsect. D — Purpurascentes Krasan. 36. — Knautia subcanescens Gord. — Alpi occid., Francia mer. or., Delfinato. f. sabauda. 37. — Knautia drymeia Heuffell. var. e. tergestina (Beck.) Briquet. — It. boreale: Piemonte; Trieste, Boschetto Campiglio. var. d. centrifrons (Borb.) Szb. — Canton Ticino, It. sett. ecc. var. f. averniensis (Briquet) Szb. — Alpi marittime. 38. — Knautia intermedia Pernh. et Wett. — Austria inf., Stiria, Carniola, Croazia. — 53 — 39. — Knautia sarajevensis (Beck.) Szb. — Bosnia, Croazia. 40. » dinarica (Murb.) Borb. — Croazia, Bosnia, Er- zegovina, Albania, Dalmazia. Species ulterius investigandae. 41. — Knautia gracilis nov. sp. "^ 42. — » Pancicii nov, sp, 43. — » Javoikae nov. sp, 44. — » Borderei nov. sp. Seguono poi le forme ibride, fra le quali ricordiamo solo la se- guente, che interessa la flora italiana : X Knautia decalvata Borb. z= K. baldensis X Eessmanni — Monte Baldo. Questa monografia termina con l'elenco degli erbari e delle essiccate consultate e con una cbiave analitica latina, per la de- terminazione delle specie, delle varietà e delle forme. Il testo dell'opera è scritto in lingua ungherese però le diagnosi, le osservazioni eie indicazioni di distribuzione geografica e di habitat sono fatte anche in latino, cosi che questo libro può esser consul- lato con profitto anche da tutti coloro che ignorano l'ungherese. Ci permettiamo di far osservare che i nomi di moltissime loca- lità e di collettori italiani sono completamente errati, così da esser talora irriconoscibili, ma questa è un'osservazione che si può esten- dere a tutti o quasi tutti i libri stranieri che citino o riferiscano parole italiane. Fabrizio Cortesi. Flora italica exsiccata, curantibus Ad. Fiori et A. Béguinot. — Cent. XV-XVI. Crediamo opportuno far rilevare (pur ritenendo il fatto dovuto a semplice svista) che il Mimulus luteus Linn., indicato recente- mente come nuovo ospite della Flora italiana (N. 1534), non sia ancora da censire nella nostra Flora quantunque non sia difficile che, più o meno tardi, tale specie possa diffondersi anche da noi, come è avvenuto in molte località dell'Europa centrale. L'esemplare raccolto e distribuito dal Prof. L. Vaccari colle osservazioni del Prof. A. Béguinot è invece il Mimulus moscliatus Dougl., la cui presenza in Italia era già stata rilevata nell' anno 1909 dal Prof. G. Gola (V. Piante rare o critiche per la Flora del Piemonte. Mem. Acc. Se. Torino, Ser. II. voi. IX, 1909, p, 246-254) 0, M, ^ V^ v/ BIBLIOaRAFIA Cliampigiioiis mortels et dangereux, par F. Guéguen, professeur agrégé à l'Ècole supérieure de Pharmacie, ancien Président de la Société mycologique de France. Un volume in-8° [Bihliothèque Larousse), illustre de 7 planches en couleurs hors texte, relié toile souple, 1 fr. 50 (Librairie Larousse, 13-17 rue Montpar- nasse, Paris). Questo opuscolo, dice 1' autore nella prefazione, scritto per il grande pubblico, mira a rendere popolari quelle nozioni molto elementari, la conoscenza delle quali permetterà di evitare da sé l'avvelenamento per opera dei funghi e di trattare in modo razio- nale, e perciò efficace, gli avvelenamenti che avessero colpito altre persone. - Lo scopo prefissosi dall'autore mi sembra completamente rag- giunto, e per la sua autorità e per la sobrietà e la precisione del testo, la chiarezza ed esattezza delle tavole. Nella prima parte sono esposte le generalità intorno all' avve- lenamento per mezzo dei funghi, consigli pratici basati sul criterio scientifico e contro il pregiudizio, la struttura di un fungo, e la descrizione dei funghi mortiferi^ che sono poco numerosi e di quelli pericolosi, più numerosi ma sempre di numero limitato. Nella seconda parte tratta dell'avvelenamento e dei mezzi per combatterlo. La Librairie Larousse ha pubblicato anche una tavola murale nella quale lo stesso F. Guéguen riproduce a colori, ingrandite le specie mortali con le più necessarie notizie e indicazioni. La ta- vola, che costa 1 fr. 50, è destinata alle scuole, e va raccoman- data agli insegnanti. E,. Pirotta. "O^ Gerth van Wi.jk H. L. — A Dictìoiiary of Plaut Names. Part. I, IL Haarlem 1909-10. Quest'opera, pubblicata dalla Dutch Society of Sciences, rias- sume il lavoro di 25 anni allo scopo di compilare un dizionario che permettesse, conosciuto il nome latino di una pianta, di tro- — 56 — Yare il corrispondente nome nella lingua inglese, francese, tedesca e olandese, e di trovare il nome latino conoscendo quello di una delle dette lingue. La prima parte pubblicata nel 1909-10 e che comprende 1444 pagine, è l'indice latino. Di alcune specie sono indicati numerosi nomi nelle quattro lingue, e non solo della specie ma anche della varietà e forma delle parti (fiori, frutti, ecc.), dei prodotti ecc. . L'Autore merita senza dubbio elogio perchè l'opera, che gli costò tanto lavoro, è molto utile. R. Pirotta. Prof. D. Hogo Glùck. — Biologische iind morpliologisclie IJnter- sucliimgen uber Wasser imd Sumpfgewàclise. — Dritte Teil: Die Uferflora. Con 105 figure nel testo e 8 tavole doppie litogra- fate. G. Fischer Jena 1911. Hugo Gliick ha pubblicato teste il III volume della sua grande opera sulla Biologia e sulla Morfologia delle piante acquatiche. Questo annunzio deve certo tornare gradito ai cultori della bota- nica ai quali è già cosi favorevolmente nota la lucidità, la pro- fondità e la ricchezza di osservazioni originali che caratterizzano le opere di questo Autore, che è il più competente conoscitore di questo tipo speciale e interessante di vegetazione. Abbiamo creduto quindi utile indicare brevemente quali sieno gli argomenti toccati in questo nuovo volume che è riescito, come i precedenti, interessantissimo. L'A. continua in questa terza parte della sua voluminosa opera sulle piante acquatiche e palustri, lo studio, parzialmente anche sperimentale, delle relazioni tra la forma dell'apparato vegetativo e le condizioni d'ambiente nelle quali si sviluppano le piante ac- quatiche. Egli si rivolge ora allo studio delle specie proprie delle rive, le quali, più che ogni altra, sono esposte alle variazioni di livello delle acque e alle conseguenti azioni morfogene. Le sue ricerche sono fondate sopra un materiale abbondante di ogni provenienza, del quale egli dà un elenco dettagliato, nonché sopra numerose ricerche sperimentali condotte col metodo da lui già adoperato per gli studii precedenti. Uniformandosi ad una divisione già fatta da A. Magnili^ egli di- stingue due zone di vegetazione delle rive : la prima nella quale le piante risentono ancora assai l'influenza dell'atmosfera, la se- conda nella quale è piuttosto l'acqua ambiente che ne determina — 57 — la forma e la funzionalità. Naturalmente l'influenza dell'atmosfera "6 dell'acqua non sono nettamente delimitate, e ne risultano cosi delle forme di piante intermedie a quelle proprie delle due zone principali di vegetazione delle rive. Onde si hanno : a) forme ter- restri ; b) forme acquatiche (individui totalmenti sommersi) ; e) forme a foglie galleggianti ; d) forme di acque basse intermedie fra a, b, e. Nella flora delle rive si hanno quindi specie a foglie aeree o natanti o sommerse ; talora una medesima specie può presentare individui distinti da' foglie diverse (specie eteroblastiche in opposi- zione alle specie omohlasiiclie aventi individui a foglie tutte uniformi). In relazione col variare delle condizioni di ambiente, una specie eterohlastica può presentare successivamente foglie di due tipi (fg. primarie e fg. secondarie). Partendo da questi principii biologico-morfologici l'A. passa in rivista le varie specie di piante proprie della flora delle rive. Nella prima zona egli considera 37 specie suddivise in cinque gruppi per lo più di specie omoblastiche. Il primo comprende le specie a foglie lineari (Thìjpha angusti- folia^ Acorus Calamus^ Iris Pseudacorus^ Cirsium anglicum. Il II le piante aventi foglie sessili ovate o lanceolate (Illecebrum verticillatum^ Cicendia pusilla, Achillea Ptarmica, Galium palustre, G. elongatum, Glaux maritima, Anagallis tenella ; Elodes palustris, Lysimachia rulgaris, L. thyrsifiora, L. punctata, Gratiola offcinalis, Epipactis palustris). Al III appartiene solo il Pyrethrum Clausonis che ha le foglie sessili spatolate. Nel IV l'A. annovera Glechoma hederacea, Scutellaria galericu- lata, Stachys palustris, Caltha palustris, Polygonum Bistorta, Sau- rurus cernuus, Rumex Hydrolapathum, Hydrocotyle vulgaris, IL na- tans. Nel V piante dalle foglie ped un culate e divise {Menyanthes trifoliata, Lotus uliginosus, ecc. Il sesto gruppo ha piante dalle foglie sessili e pennato-divise {Nasturtium sylvestre, Lj/copus europaeus) . Interessante assai è l'unica specie compresa nel VII gruppo; la Cuscuta alba Presi, non C. alba Auct. = C. planifolia Ten. var. Tenorii Engel, la cui forma aerea è frequente nella zona mediter- ranea, e che fu dall'A. osservata in una forma acquatica in Algeria parassita di Isoetes velata, di Juncus sp., di una forma natante di Trifolium resupinatum, e di lìanunctdus aquatilis. Le specie della II zona sono molto più numerose e suddivise in parecchi gruppi. — 58 — Il gruppo A) riunisce specie eteroblastiche con foglie aeree e ac- quatiche, caratterizzate queste da un piccolo aumento di superficie. Sono 14 specie divise in quattro sezioni nelle quali o le foglie acquatiche sono fg. primarie Ranunculus ì'eptans, Bevuta angusti- folta, ecc., o sono fg. secondarie {Peplis Portula, Teucrium Scordium), o in parte fg. primarie e in parte fg. secondarie {Nasturtìum offi- cinale). Vi si annoverano parecchie forme nuove appartenenti a Cardamine pratensis, Mentha aquatica, Lytlirum Salicaria, ecc. Il gruppo B) è pure suddiviso in 5 sezioni aventi specie omo- blastiche a fg acquatiche e aeree con grande aumento superficiale. Vi si annoverano piante a fg. subulate o cilindriche {Pilularia, Juncus), a fg. piane lineari o nastriformi {Scirpus, Butomus, Ci- cendia fìliformis, ecc.), a fg. allungate o ovate {Polygonum, Vero- nica, Myosotis, sp pi.), a fg. assai piccole sessili o peduncolate, {Elatine sp.pl.), e infine a fg. pennato - divise {Cardamine parvi- flora, ecc.). Nel gruppo C) sono riunite due specie omohlastiche {Agrostis pal- lida. Trifolium resupinatum), aventi fg. aeree e natanti. Gruppo D). Comprende specie eteroblastiche a fg. aeree e acqua- tiche a forte ingrandimento superficiale. Le fg. acquatiche sono fg. primarie. Anche questo è suddiviso in tre sezioni caratterizzate dalle fg. subulate (Littorella lacustris, Preslia cervina. Elatine Al- sinàstrum, ecc.), ovate {Banuncukis Lingua, Eryngium BarreUieri), pennato - divise Oenanthe sp. pi. Helosciadium inundatum, ecc.). Le specie del gruppo E) sono eteroblastiche aventi fg. aeree e galleggianti quali la Jussiea grandiflora e alcune specie di Ranun- culus. Quelle del gruppo F) sono pure eteroblastiche con fg. aeree, na- tanti e acquatiche ; vi sono compresi quattro Ranunculus, molte Marsilia, e la Limosella aquatica. Lo Sparganium simplex è specie omoblastica con fg. acquatiche sommerse e galleggianti e con fg. aeree, e, da solo, rappresenta il gruppo G. Nell'ultimo gruppo H) sono riuniti Heleocharis sp. pi., Scirpus sp. pi, aventi le fg. ridotte a scaglie e culmi portanti infiorescenze contratte che si sviluppano nell'aria e nell'acqua. Segue (pp. 581-617), uno sguardo generale sulla morfologia delle piante acquatiche in relazione colle condizioni di ambiente. Sono cosi studiate le forme terrestri, quelle di acque basse, quelle a fg. galleggianti e quelle sommerse. Le specie comprese in questi diversi gruppi sono a loro volta suddivise secondo che trovano nella — 59 — stazione terrestre, in quella di acque basse ecc., l'optimum delle loro condizioni o vi si sviluppano imperfettamente. Sono quindi studiate le forme adattate esclusivamente o prefe- ribilmente alla vita nell'acqua corrente, e infine quegli adattamenti speciali che si osservano in molte piante in queste stazioni cosi diverse. Tali sono per le forme micromorfe, le trasformazioni da una determinata forma d'ambiente ad altre proprie di altro ambiente, le disposizioni anatomiche speciali permettenti la respirazione delle piante acquatiche. I fenomeni periodici della vegetazione sono esaminati dalPA. rispetto alla durata, all'adattamento alla stagione fredda, a quella secca. Cosi è studiato il processo della fioritura con tutti i parti- colari adattamenti ai diversi ambienti, la cleistogamia, la varia- zione di grandezza dei fiori o dei peduncoli, ecc. La moltiplicazione agamica, la germinazione dei semi sono stu- diate negli ultimi capitoli di quest' opera poderosa, la quale costi- tuisce un complesso ricco di osservazioni nuove, frutto di diligentis- sime ricerche, e che genialmente collegate fra loro dall'A., lasciano vedere sotto una luce nuova, la vegetazione pure già tanto studiata delle stazioni palustri. Torino, novembre 1911. MA.TT1R0L0 Oreste. / ^ \^ NOTIZIE ED APPUNTI Per la protezione della flora italiana. L'Italia giunse forse ultima nel movimento che da qualche tempo si va facendo in tutto il mondo civile per la protezione dei monumenti naturali, tra i quali un posto nobilissimo occupano le piante. L'iniziativa partita già da molto tempo dagli Stati Uniti per proteggere le foreste vergini e le piante che le caratterizzano e da essi continuamente e tenacemente mantenuta per salvare dalla estrema rovina piante belle, rare, utili, fu seguita man mano dal Canada, dalla Nuova Zelanda, dal Brasile, dalla Svizzera, dalla Ger- mania anche nell'Africa orientale e nel Kamerun, dall'Inghilterra anche a Borneo, dalla Francia, dall'Austria, dall' Ungheria, dalla Danimarca, dalla Svezia, dalla Norvegia, dall'Olanda, dal Belgio, perfino dal Perù e dal Principato di Lichtenstein. La difesa è fatta o con disposizioni legislative o coll'opera di società e di privati. In Italia soltanto, alla pari colla Spagna, col Portogallo e cogli Stati balcanici, si può dire che nulla ancora si è fatto per la pro- tezione; mentre pur troppo moltissimo si è fatto e si fa per la di- struzione ! Voci isolate sono sorte, come quella di 0. Mattirolo nel 1882 per la salvezza delle piante medicinali nelle Alpi, raccolta dal Club alpino, ma pur troppo senza alcun risultato. Cosi pure senza ef- fetto fu il grido di E. Mattei nel 1889 per la salvezza della flora dell'Appennino; né ebbero seguito altre iniziative simili. Abban- donata fu la Daphnea, il giardino alpino istituito sul monte Baro nel 1891 dalla sezione milanese del Club alpino per proteggere le piante più interessanti delle Alpi lombarde ; spari la riserva istituita per V Edeliueiss presso il lago di S. Croce nella provincia di Bel- luno dal benemerito G-rùnwald ; sorte migliore toccava al giardino alpino Chanousia del Piccolo San Bernardo inaugurato nel 1877. — 62 — La Pro Montihus che era sorta collo intento principale di pro- teggere le piante dal punto di vista scientifico ed artistico, esplicò poi la sua azione con intenti d'indole economica. Dal 1906 la Società botanica italiana, la quale nel 1891 era riu- scita — caso unico — a interessare il Governo per la salvezza del Papiro nei dintorni di Siracusa, iniziava l'opera sua efficace, in mezzo a molte difficoltà e moltissima indifferenza; ma non si lasciò abbattere e la questione veniva risollevata nel 1910 dal dott. R. Pampanini, al quale la Società affidò l'incarico di preparare una relazione per la riunione di Roma del 1911 in occasione del con- gresso della Società per il progresso delle scienze. Il Pampanini pre- sentò appunto un'ampia esauriente e interessante relazione (1). In essa, esposta la storia della questione, da noi riassunta breve- mente nelle precedenti pagine, indicava particolareggiatamente quali sono le cause della distruzione della flora, quali le piante scomparse o in procinto di scomparire, quali i mezzi più. opportuni per pro- teggere le piante medesime. Faceva quindi le seguenti proposte che venivano all'unanimità votate dall'assemblea dei soci della Società botanica. 1° La Società botanica italiana esprima il voto e faccia pratiche affinchè alla legge per la difesa del paesaggio, proposta dall'onore- vole Rosadi, sia dato un significato più esteso in modo che consi- deri i monumenti naturali anche sotto il loro aspetto scientifico, cesi che anche la flora vi trovi protezione. 2^ La Società botanica italiana faccia pratiche presso le altre asso- ciazioni che mirano all'incremento delle scienze naturali per una intesa riguardo alla protezione dei monumenti naturali in generale. 3° La Società botanica italiana {rsL,tta,nto studi la possibilità d'isti- tuire riserve botaniche per le specie più notevoli nelle riserve di caccia reali ed avvii pratiche per la loro attuazione. 4P La Società botanica italiana esprima il voto al Governo affinchè l'istituzione Parco nazionale nella valle di Livigno serva efficace- mente anche alla difesa ed allo studio della flora. LeSocietà recentemente costituitesi, come l'associazione nazionale per i paesaggi ed i monumenti d'Italia, e anche la legge proposta dall'on. Eosadi per la difesa del paesaggio, intendendo alla tutela delle bellezze naturali che si connettono alla letteratura, all'arte, alla storia ed anche dei giardini, delle foreste e dei paesaggi, non (1) Pampanini dott. Renato. — Per la protezione della flora italiana. Relazione presentata alla riunione generale della Società botanica italiana in Roma, 12-16 ottobre 1911. Firenze, 1911. — G3 — servono e non possono valere a difendere dalla rovina completa le piante in generale, quelle rare o interessanti scientificamente in particolare. Noi facciamo ora, come abbiamo fatto sempre, i migliori augurii perchè gli sforzi della Società botanica italiana sortano esito felice, ottenendo di iniziare almeno il movimento che condurrà l'opinione pubblica a prendere in considerazione seria la questione, e a rico- noscere la necessità di provvedere non soltanto nelle Alpi ma in tutte le diverse parti d'Italia cosi ricche di veri tesori vegetali, ad una efficace, effettiva protezione. E. PlROTTA, Col 31 dicembre u. s. il prof. Eug. Warming lasciò l'insegna- mento all'Università di Kopenhagen eia direzione del giardino e del museo botanico. Gli succede col 1" gennaio il prof. C. Raunkiaer. K. P. Il 12 gennaio moriva a Bruxelles Th. Durano, direttore del giardino botanico dello Stato, segretario generale della Società bo- tanica del Belgio; e il 6 agosto 1911 il Dr. Florentino Ameghino, direttore del Museo nazionale di Storia naturale di Buenos-Ayres. Gli succede nella direzione il Dr. Angelo Gallardo, R. P. »r-^>0-t*-s«- AVVISO. La figlia di G. G. Moris ha donato all'Istituto Botanico di To- rino il residuo dell'edizione della Flora Sandoa. Il sottoscritto av- verte perciò i Direttori degli Istituti Botanici ed Accademie Scien- tifiche, che un certo numero di copie del volume terzo di detta opera (il quale non fu che parzialmente distribuito) è tuttora di- sponibile. D'accordo colla Famiglia, esso verrà inviato, per l'even- tuale completamento dell'opera contro il solo rimborso delle spese postali agli Istituti che ne faranno regolare domanda all'Istituto Botanico di Torino. Marzo 1912. Prof. Oreste Mattirolo Direttore del R. Orto botanico all'Università di Torino (Valentino). VoL. X. [pubblicato il IO giugno 1912] Faso. 2\ ANNALI DI BOTANICA PUBBLICATI DAL Prof. KOMUALDO PIROTTA Direttore del li. Istituto e del R. Orto Botanico di Roma INDICE Catalano G. — Morfologia, interna delle radici di alcune Palme e Panda- nacee. (Tav. II-III), pag. 65. CuiovENDA E. — Un piccolo pugillo di piante raccolte neW Enclave de Ladò, pag. 101. Fauke G. — Cromofotomicrografia, pag. 103. Chiovenda e. — Di due piante interessanti della Flora Italiana (con fig.), pag. 123. Mattirolo 0. — SxilV endemismo deZrisoetes Malinvevnianum di Cesati e De Notaris, pag. 129. LoNGO B. — Ancora sul Ficus Carica, pag. 147. Brevi comunicazioni, pag, 159. Rivista di Morfologia, pag. 161. Rivista di Fisiologia, pag. 169, Rivista di Sistematica, pag. 177. Bibliografia, pag. 183. Annuncio necrologico, pag. 187. •^ic ROMA TIPOORAPIA ENRICO VOGHERA 1912 Gli Annali di Botanica si pubblicauo a fascicoli, ìq tempi non determinati e con numero di fogli e ta- vole non determinati. Il prezzo sarà indicato nmiiero per numero. Agli autori saranno dati gratuitamente 25 esemplari di estratti. Si potrà tuttavia chiederne un numero maggiore, pagando le semplici spese di carta, tiratura, legatura, ecc. Gli autori sono responsabili della forma e del conte- nuto dei loro lavori. NB. — Per qualunque notizia, informazione, schiarimento, rivolgersi ni prof. R. PiROTTA od al Prof. F. Cortesi, R. Istituto Botanico, Panisperna,89 B. — ROMA. VOL. X. [pubblicato il IO Giugno 1912] Fasc. 2° s_/ ^/ Morfologia interna (Ielle radici di alcune Palme e Pandanacee. del Dott. G. Catalano (Tav. II-III). I. — Introduzione. Storia dell'argomento. Le radici delle Palme sono state fin qui poco studiate, né sempre la loro struttura ha avuto interpretazioni felici. I più antichi illustratori dell'anatomia delle Palme degni di nota, pare siano stati il Meneghini ed il Mohl; ed a proposito delle radici quest'ultimo dice (1) che la massa legnosa del cilindro assile non si divide in singoli fasci separati, come nello stipite. Invece di essere irregolarmente sparsi, i fasci giacciono disposti in serie, alla perife- ria, coi vasi più grossi orientati verso l'interno, mentre il centro del cilindro centrale è formato da sole cellule. Codesta descrizione rimase dopo di lui pressoché invariata, giacché tutti gli Autori che si occuparono delle radici delle Mono- cotiledoni in genere, alle quali le Palme appartengono, la confer- marono indirettamente, data la notevole comunanza fondamentale di struttura che vi è fra queste e quelle. II Mohl inoltre, parlando delle radici delle Monocotiledoni in genere, dice che 'i fasci vascolari sono in esse centripeti anziché centrifugi, come nello stipite, ed alternano con dei gruppi di « vasi propri ». Il Mirbel (2) più tardi conferma questa interpretazione, ritenendo però i « vasi propri » di Mohl, come vasi di legno in via di for- mazione, ed é il primo a segnalare la somiglianza tra la disposi- zione dei fasci della radice e quella dei fasci del fusto. (1) U. Mohl. — Vtrmischte [Schriften botanischen Inhalts. — Tiibingen, 1846, p. 166. (2) Mirbel. — Nouvelles notes sur le Cambium. — Ann. des Se. Nat. 2' Sèrie 1849, t. II e Arch. du Mus., t. I. Annali di Botanica — Vol. X. 6 LIBRARY NEW YORK eOTANlCAL OARDEN. — 66 — Nel 1866 Van Tieghem (1) dà la vera interpretazione dei < vasi propri > dei precedenti autori, riconoscendoli come la porzione libe- riana dei fasci del fusto e descrivendoli definitivamente come gruppi di libro. Egli stabilisce la struttura delle radici delle Monocotiledoni e quindi anche delle Palme, in questi termini : « Il cilindro centrale è formato di fasci vascolari lamelliformi e raggianti, alternanti con altrettanti fasci liberiani arrotonditi o allungati tangenzialmente. Queste due specie di fasci sono centripeti e separati gli uni dagli altri da tessuto connettivo. « Questa organizzazione primaria — aggiunge — si conserva indefinitamente nelle Crittogame vascolari e nelle Monocotiledoni, le cui radici non s'ispessiscono ». Ulteriori lavori salle radici delle Monocotiledoni, tra cui note- voli quello del Lindinger (2) e quello del Buscalioni (3), pur con- tribuendo efficacemente a precisare o rettificare le conoscenze sulla loro struttura, non cambiarono l'interpretazione fondamentale del Van Tieghen. Noi vogliamo in particolar modo occuparci delle radici delle Palme, e specialmente del loro cilindro assile. Non ci dilungheremo perciò a riferire i numerosi lavori fatti sul- l'origine, sull'inserzione, sull'apparato tegumentivo, ecc. di queste radici, perchè hanno poca relazione con lo scopo delle presenti ri- cerche. Ricorderemo invece alcuni fra i recenti lavori che maggior- mente ci interessano sull'anatomia del cilindro assile delle radici delle Palme. Uno di questi è il lavoro del Grillain (4) nel quale vengono de- scritti esattamente, dal punto di vista anatomico, i singoli strati che compongono le radici di parecchie PhytelepJianteae, Phoeniceae^ Sa- baleae, ecc. senza che per altro l'Autore giunga ad alcuna conclusione importante sulla morfologia generale interna di esse. Per questo riguardo ha invece maggiore importanza il lavoro del Cormak (5) il quale in base alle sue ricerche su numerose ra- (Ij Van Tieghem. — Recherches surla structure des Aroidées. — Paris, Ann. des Se. Nat., 5^ Sèrie 1866, t. VI. (2) Lindinger. — Anat. «. Biologie d. Monokotilenwurzeln. — Beih. z. Botan* Centralblatt, 1906. (3) Buscalioni. — Sull'anatomia del cilindro centrale delle radici delle Mo- nocotiledoni. — Malpighia, XV, 1901. (4) GiLLAiN. — Beitrage z. Anat. der Palmen u. Pandanaceenwurzeln . — Ref. in Bot. Centr. 83, 1900. (5) Cormak. — Ori polystelic roots of certains Palms. — Trans, of the Linn. Soc, London, 1896. — 67 — dici, emette una notevole ipotesi, nella quale vien messo in rilievo il rapporto che v'ha fra le differenti strutture della radice nelle sue varie regioni e le corrispondenti differenti funzioni. Vedremo come questa teoria, ripudiata dagli Autori successivi, perchè fondata su una cattiva interpretazione della struttura, sia invece giusta nella sua sostanza ed accettabile in massima, ove si dia una spiegazione dei fatti più soddisfacente e rispondente alla realtà. Il Drabble (1) studiando le radici di parecchie specie di Palme, viene anch'esso ad importanti conclusioni sul valore morfologico delle loro singole parti anatomiche, stabilendo con fondamento, che midollo, corteccia e stela o cilindro assile non possono essere con- siderate come entità morfologiche separate e che nell'anatomia di queste radici vi è sempre da considerare soltanto due elementi: il parenchima ed il sistema dei fasci, in esso decorrenti. Queste conclusioni hanno molti punti di contatto con quelle cui giunsero i professori Buscalioni e Lo Priore, in un grosso lavoro sulle radici della Phenix dactylifera (2), introducendo nella Scienza delle nuove interpretazioni sul valore morfologico ed anatomico delle varie parti che costituiscono la struttura normale delle radici. Cosi anzitutto vien messo in luce il concetto del « desma » ossia del fascio, sia vascolare, sia floematico, sia libero-legnoso, quale en- tità naturale e fondamentale, che costituisce il punto di partenza per la spiegazione di ogni struttura degli organi assili, in opposi- zione ai concetti di « stela > e suoi derivati, della scuola francese, di cui esso sarebbe l'elemento unitario. Il desma sta in rapporto col parenchima; queste due unità ana- tomiche fondamentali, associandosi secondo le esigenze fisiologiche, secondo i momenti meccanici dell'ambiente e le influenze ataviche, determinano la costituzione delle strutture. Da tale lavoro, fecondo anche di nuovi reperti sulla evoluzione del cilindro assile, che hanno rettificato molte interpretazioni, specie sull'endodermide, sul periciclo e sul midollo e di cui vedremo più tardi l'importanza massima, traggono in gran parte ispirazione le presenti ricerche. Si può dire che col lavoro dei professori Buscalioni e Lo Priore si sia notevolmente abbattuta la barriera che sembra separare, dal (1) Dkabble. - Oìi the anatoray of the lioots of Palms. — Trans. Linn. Soc. London, Ser. II, voi. VI. (•2) Buscalioni e Lo Priore. — Il pleroma tubuloso, l'-endoderviide midol- lare, la frammentazione desmica e la schizorrizia nelle radici della Phoenix dactijUfera. — Atti d. Accad. Gioenia di Scienze Nat., Catania, Serie V, voi. III. — es- punto di vista della morfologia interna, il fusto dalla radice; uno degli scopi del presente lavoro si è quello di stabilire le somiglianze fra questi due organi della pianta, su basi anatomiche, d'accordo con le moderne tendenze della Organografìa, che mirano a riferire ad una natura fondamentalmente unica i vari organi delle Piante (1). * Il presente lavoro è stato condotto durante due anni nel labo- ratorio del R. Orto Botanico di Palermo, traendo partito del ricco materiale vivente in piena terra, da cui furon presi con larghezza i necessari campioni, oltre che di un intero esemplare di Washing- tonia filifera^ alto circa 12 m., dovuto abbattersi per disseccamento sopravvenuto all'apice. Al mio illustre prof. A. Borzì, direttore dell'Istituto, da cui mi è stato consigliato il lavoro e da cui ho avuto sempre speciali in- citamenti ed aiuti, vada da questo luogo la mia viva gratitudine. II. — Studio morfologico ed anatomico. Washingtonia pilifera H. Wendl. Descrizione morfologica sommaria delle radici. — Nella WasMng- tonia fili fera YÌ sono due sorta di radici: 1° Radici principali, quelle che s'inseriscono sullo stipite; 2° Radici secondarie, quelle che nascono lateralmente alle prime. (1) Di queste tendenze, la più antica e più bella manifestazione troviamo nel concetto delle « Metamorfosi » del Goethe, che fa derivare da un solo or- gano tutte le parti della pianta. In seguito, nel Gaudichaud, con la prima esposizione del concetto del « iitone » troviamo il precursore della teoria del « fillopodio » del nostro Delpino, mentre lo Schultz, con la teoria del « ringio- vanimento delle piante », considera l'accrescimento di esse come una continua ripetizione delle medesime parti (anafitoni), mentre che la crescita degli ani- mali si fa per estensione delle parti di già presenti. Oggidì, attraverso le innumerevoli vicende della tradizione scientifica, la teoria del fitone, dopo essere stata pressoché abbandonata completamente, è ri- messa in onore, oltre che con i lavori di Delpino, con quelli di De Wries, di Dangeard, di Belli, di Grelot, di Flot, di Eonnier, di Decrock, ecc. Particolare menzione meritano due nuove teorie, recentemente apparse: quella del Celakowscky, che ritiene il fusto sia formato da tanti articoli, com- posti ciascuno da una foglia e da un tratto di caule, e quella del Potonié, che occupa, allo stato attuale della Scienza, il primo posto; è detta del « Pericau- loma » e per essa il fusto avrebbe doppia natura, cioè assile nel suo centro e fogliare alla periferia, prodotto in questa regione dalla coalescenza delle basi fogliari. — 69 — Le principali, di origine avventizia, sono rappresentate da un gran numero di assi eguali, paralleli, che scendono giù dalla base dello stipite verticalmente. In una pianta di 4-5 anni d'età, tali assi in numero di 8-10 raggiungono appena 10-15 cm. di lunghezza, poi si arrestano bruscamente presentando l'estremità disseccata o com- pletamente caduta coperta dagli invogli sugherosi esterni, mentre lateralmente, proprio all'estremità ed allo stesso livello partono due altre robuste radici, un po' più sottili, che si ramificano lateralmente. Questi altri due assi tornano a loro volta ad arrestarsi bruscamente, per disseccamento dell'apice, dopo un percorso più © meno lungo e a sviluppare ai loro estremi due nuove radici, sulle quali si svilup- pano radici secondarie e che ripetono un'altra volta il processo, e così via. Radici secondarie si trovano anche sugli assi primitivi at- taccati direttamente allo stipite, ma meno frequenti; in vicinanza all'inserzione collo stipite non se ne trovano affatto. Delle due radici laterali apicali di 2% 3', 4°, ecc. ordine una si sviluppa più dell'altra in lunghezza, mentre questa dopo essersi bi- forcata a sua volta dando luogo parimenti ad un ramo lungo e uno corto, si perde successivamente in tante minute barboline. 11 disseccamento dell'apice radicale che in questa palma è un fenomeno costante, conduce come si è visto, ad un tipo di ramifi- cazione degli assi principali, che può considerarsi come una di- cotomia. L'origine delle due branche ha però nulla che vedere coi fenomeni della biforcazione propri della dicotomia vera; essa è tutt'affatto laterale, verificandosi il differenziamento degli elementi ai due lati dell'asse principale, in quella regione della corteccia che sta immediatamente in contatto i5ol cilindro assile. Le radici secondarie, che nascono numerose in ogni punto degli assi principali, meno che nelle regioni più alte, differiscono da questi per le minori dimensioni e per la loro gracilità. Non raggiungono mai uno sviluppo considerevole né in gros- sezza né in lunghezza e finiscono sempre col perdersi in minute barboline, previo disseccamento dell'apice. Non danno mai luogo inoltre a falsa dicotomia, come le principali. Queste, allo stato adulto, quali si trovano nei più grossi esem- plari della Washìngtonia, sono numerosissime, raggiungono più di 1 cm. di diametro e si presentano fittamente stipate le une con le altre, come in una densa barba, formando, con la base del fusto una superficie d'inserzione a forma di bacino o conca, rivolta verso l'alto, ai cui bordi si inseriscono le radici più recenti, mentre il centro é occupato da quelle più antiche. Di rado esse sono perfettamente cilindriche in tutto il loro de- — 70 — corso; per lo più sono schiacciate, contorte, piegate dalla mutua compressione. La deformazione è invero tale che spesso vengono simulati aspetti di genicolature, di nastri, mentre la superficie esterna del periderma appare solcata, depressa, striata in mille guise. Talune radici secondarie che vengono fuori in un tale ambiente sono notevoli per il loro decorso irregolare, spesso decisamente con- trario alla direzione normale di incremento delle radici, mostran- dosi cosi insensibili alla gravità. Il loro periderma, come quello delle, principali, è fragile, colorato in un bruno rossiccio per impregna- zione copiosa di sostanze tanniche nelle membrane cellulari e si presenta assai di buon'ora nella radice giovane, anzi ricopre addi- rittura l'apice vegetativo. Una grande varietà regna nell'aspetto estemo di questi apici. Quasi mai hanno la forma tipica che ha valso loro il nome di « coni di vegetazione >; ma si presentano ara rigonfiati a clava, ora assai ottusi, ora irregolarmente contorti o schiacciati in ogni senso. La superficie esterna peridermica, suberificata, è quanto mai rugosa ed irregolare, talvolta anche fessa in ogni direzione. Codesta morfologia anomala degli apici è rigorosamente gene- rale e non dipende da cause patologiche accidentali; essa preludia alla sorte cui vanno incontro ben presto questi apici, cioè il dissec- camento e la totale distruzione, che, come vedremo, è carattere spe- cifico, spiegabile forse solo con considerazioni filogenetiche. Metodi seguiti per V esame anatomico. — Poco ho da dire su questo punto; poiché le radici da esaminare costituivano un ma- teriale assai duro e fragile che va facilmente in ischeggie allo stato secco, si rese necessario il rammollirlo tenendolo per lungo tempo nella solita miscela di alcool e glicerina. Avendo dovuto poi distinguere soltanto tessuti lignificati o suberificati da tessuti cellulosici, furono anche pochi i reattivi impiegati : principalmente il solfato d'anilina e il Sudan III. Come colorante generico dei tes- suti legnosi, che si differenzia però assai bene al trattamento pro- lungato con l'alcool, usavo la fuxina acquosa. Infine uno squisitissimo differenziamento delle parti legnose in seno al parenchima cellulosico ottenevo anche colorando le se- zioni dapprima con verde jodio (soluzione acquosa opportunamente diluita), trattandole poscia con acido solforico al 25% per 5-10 minuti, secondo il grado di diluizione del colore impiegato, che scompare allora dalla sezione per ricomparire poscia esclusivamente nelle parti legnose, immergendo la sezione in acqua distillata. Con — 71 — tal processo i fasci legnosi e tutti gli altri aggruppamenti di tal natura, spiccavano colorati in un bel tono di verde su di un tessuto fondamentale rimasto perfettamente incolore. Dopo la relativa disidratazione nell'alcool assoluto ed il rischia- ramento con xilolo, le sezioni venivano chiuse in balsamo del Ca- nada e cosi esaminate. a) Apici radicali. — Per studiare questi punti delle radici principali bisogna sorprendere queste in piena attività incrementale uscite cioè di fresco dal seno dei tessuti generatori della base dello stipite. I grossi esemplari di Washingtonia filifera, mostrano in basso le radici avventizie esterne allo scoperto, per la dilacerazione e la caduta dei tessuti periferici della base dello stipite. Le radici più esterne non guadagnano il suolo, ma restano a metà strada con la punta disseccata e totalmente suberifìcata. Al sopraggiungere del periodo attivo di vegetazione (aprile-maggio) queste radici emettono due branche laterali dalla loro estremità che si affondano rapida- mente nel suolo mentre nuovi assi avventizi vengono fuori alla periferia, i quali in breve coprono i preesistenti, ma come questi restano in gran parte a mezza strada, per prolungarsi con le due branche apicali soltanto l'anno seguente. Per ottenere quindi il necessario materiale da studio bisogna cogliere una radice durante l'epoca opportuna o meglio ancora, an- darla a rintracciare in seno ai tessuti della base dello stipite poco prima della sua fuoriuscita. Gli apici delle radici secondarie si trovano invece con maggiore facilità, data la diffusione e la abbondanza con la quale si producono. La prima cosa che si osserva subito in questi apici allorché si vogliono fare le sezioni si è la loro grande durezza, veramente in- solita per organi di questa natura, per cui si rende necessario, non altrimenti che per le altre parti della radice adulta, un lungo baglio in alcool e glicerina per poterli rendere tagliabili. Poiché queste punte sono assai irregolari e spesso sono brusca- mente piegate persino ad angolo retto, non è possibile fare sezioni longitudinali mediane includenti in uno stesso piano tutti i tes- suti costitutivi, se non prendendo a tagliare un brevissimo tratto dall'apice. Una sezione cosi fatta, messa nella soluzione di solfato d'ani- lina, ingiallisce immediatamente anche senza io stimolo successivo di un acido. Ciò prova che abbiamo da fare con tessuti in maggior parte già fortemente lignificati, donde deriva la durezza già accen- nata degli organi al taglio. — 72 — L'esame microscopico sotto un piccolo ingrandimento ci mette sotto gli occhi un abbondante pleroma e una scorza, limitata allo esterno da un periderma. A noi interessa sopratutto studiare il pleroma. Ma è soltanto nella parte propriamente estrema dell'apice che si può parlare a rigore di pleroma perchè quivi soltanto, per un tratto di meno che un millimetro il tessuto ha caratteri nettamente meristematici. Le cellule, leggermente allungate nel senso dell'asse, hanno parete cellulosica e si mostrano provviste di contenuto pia- smatico. Intercalati fra essi si trovano però altri elementi fortemente su- berificati, come provano le reazioni col Sudan III, e che spiccano del resto col loro colorito rosso-bruno in mezzo al campo chiaro. Simili elementi, si trovano diffusi in ogni parte dell' apice, nella scorza come nel resto del pleroma e costituiscono quasi esclusivamente il tegumento esterno dell'apice, dove formano, come si è detto, un pe- riderma. La presenza di queste cellule suberificate nell'apice e precisa- mente nella parte meristemale di questo è indizio certo della pre- disposizione che vi è in esso all'atrofia, rimanendo l'apice attivo e capace di incremento solo fin tanto che il rapporto tra elementi cellulosici ed elementi suberificati non varia a favore di questi ul- timi. Su ciò torneremo ad occuparci a suo luogo. A prescindere del punto propriamente estremo dell'apice, dove le iniziali sono comuni al pleroma e al periblema, questi due tessuti sono già nettamente individualizzati, l'uno come « cilindro assile » l'altro come « scorza ». Il primo è infatti già tutto lignificato, l'altro è completamente suberificato. Questo, lungi dall'essere un tes- suto omogeneo e compatto, presenta qua e là grandi lacerature e lacune per la caduta di corrispondenti zone suberificate. Al con- fine poi tra i due tessuti la suberificazione arriva al punto di ne- orosizzare tutto il tessuto interposto per lunghi tratti, in modo che, venendo poscia a cadere, il cilindro assile si rende libero, re- stando come incapsulato dal periderma esterno. Talvolta anche questo cade via ed allora il cono di vegetazione si riduce al solo pleroma lignificato, liberamente esposto all'e- sterno ! L'esame microscopico di questo sotto un forte ingrandimento mostra che, pur in mezzo ad elementi a parete ancora sottile, ma già allungati nel senso dell'asse, si trovano delle fibre già comple- tamente sviluppate, colle pareti ingrossate e provviste già delle solite areolazioni e punteggiature. Questi elementi appunto si co- — 73 — lorano col solfato d'anilina e con la fuxina ed essi si estendono fino a meno che mezzo millimetro dall'estremità, che è occupata, come si è detto, da un gruppo comune di iniziali meristematiche, dalle quali sono generate. In mezzo alle fibre, che costituiscono la massa principale del cilindro assile si dififerenziano inoltre, a spese degli elementi che rimangono più a lungo cellulosici, grosse tracheidi, vasi trachei- formi e tubi cribrosi. Notevoli sono sopratufcto le prime, che trag- gono origine per fusione delle pareti longitudinali di parecchi ele- menti fibroidi contigui, che si scolturano ed ispessiscoco in breve, mentre le pareti trasversali tratto tratto rimangono a costituire i setti che interrompono la continuità del lume di queste sorta di vasi, ma che non s'ispessiscono né si lignificano mai. Anche queste tracheidi si spingono fin sotto all'apice meristematico, apparendo però chiaramente differenziate soltanto a notevole distanza dall'e- stremità. Verso l'asse del cilindro assile si trovano elementi rotondi, cel- lulosici intercalati da abbondanti elementi consimili, ma fortemente suberificati, ed eguali a quelli che si trovano diffusi nella scorza. Uno studio attento di sottili sezioni longitudinali apicali non mediane lascia riconoscere, quantunque con difficoltà, che questo tessuto assile si introduce con delle propagini in mezzo alle file di elementi vascolari e fibroidi, determinando, se così può dirsi, un frazionamento della continuità della massa lignificata (mantello) che si trova ai due lati, senza che per altro si osservi divergenza fra i singoli gruppi. La sezione che passa per l'asse della radice poi lascia riconoscere che questo tessuto assile si trova in diretta con- tinuità col gruppo' meristemale estremo, che, come si è detto, rap- presenta le iniziali comuni del cilindro assile e della scorza. Da ciò risulta che le due masse legnose laterali pleromiche non si riuniscono in alto, in modo che lasciano tra loro in relazione il tessuto assile e la scorza. Nel fatto si può talvolta osservare che l'a- pice è perforato nella sua parte assile longitudinale da una gal- leria che dall'estremità va fino a notevole distanza nel cilindro as- sile; tutto ciò è dovuto alla completa suberificazione e successiva caduta del tessuto che occupa l'asse. Siffatta struttura degli apici è stata già segnalata dal Busca- lioni (1) per le radici grosse delle Monocotiledoni in genere; e quindi vale anche per le radici di questa Palma la denominazione di « mantello », ohe sopra abbiamo messo fra parentesi, data alle (1) Op. cit. — 74 — porzioni laterali del pleroma che si trasformeranno in fibre legnose e fasci conduttori. Naturalmente questa denominazione ha valore esclusivamente topografico, poiché molti altri tessuti appartenenti al parenchima assile si trasformano in elementi vascolari. In generale può dirsi che tanto il mantello, quanto questi altri tessuti rappresentino un differenziamento di un tessuto fondamen- tale unico, corticale-assile, che trae la sua origine dal gruppo estremo di iniziali comuni. Lo studio di questi interessanti apici viene assai istruttiva- mente completato dall'esame di sezioni trasversali in serie, prati- cate a partire dall'estremità. Anche per questo scopo il "miglior materiale è quello che si può andare a rintracciare in seno ai tessuti della base dello stipite, per essere sicuri di aver da fare con apici giovani, ancora lontani dalla atrofìa. In tali condizioni le prime sezioni comprendono un tessuto omo- geneo di elementi isodiametrici cellulosici, costellato abbondante- mente ed equabilmente di elementi simili, ma fortemente suberifìcati. Verso il centro tuttavia un impicciolimento degli elementi rivela un differenziamento imminente. Infatti, dopo tre o quattro -sezioni compa- re bruscamente il cilindro assile nonancora perfettamente organizzato, ma già chiaramente delimitato da una netta endodermide. Sussistono ancora, equabilmente distribuite al di fuori e al di dentro dell'en- dodermide le cellule fortemente suberificate, mentre all'interno del cilindro assile, in mezzo ai nuclei di elementi già lignificati e che assorbono fortemente la fuxina, si notano le già descritte propag- gini del parenchima assile, che può chiamarsi « jaiidollo >, per ana- logia con le radici delle Dicotiledoni. In questo stadio abbiamo già davanti la struttura tipica della radice adulta, per quanto ancora le sue parti non siano giunte al grado definitivo dell'evoluzione. La struttura della radice è dunque formata già nel cono di ve- getazione. All'infuori dei fenomeni di dilatazione graduale del volume degli? elementi, e della loro successiva lignificazione, i quali del resto non tardano ad avverarsi, nessun altro fatto interviene a mutare l'as- setto definitivo delle parti che costituiscono la radice adulta. La radice nasce già tale, se cosi possiamo esprimerci, pronta per la sua funzione, e con tutti i caratteri anatomici della struttura definitiva, b) Struttura trasversale delle radici principali. — A noi inte- ressa, come già si è detto, sopratutto il cilindro assile; non possiamo — 76 — tuttavia cominciare a studiar questo senza far notare la perfetta iden- tità che si ha fra la corteccia ed il parenchima assile o midollo e le sue propaggini, identità messa in rilievo sopratutto dalla presenza in egual misura e qualità, delle cellule sugherose in entrambi questi tes- suti fondamentali, anche a notevoli distanze dal cono di vegetazione. La stessa distribuzione di cellule sugherose si ha altresì in seno al mantello, anche quando questo è totalmente lignificato, e fino a notevole distanza dall'apice ; ciò prova che esso deriva dal differen- ziamento del tessuto fondamentale apicale. Il cilindro assile viene di buon'ora delimitato verso la corteccia e perfettamente individualizzato da una netta endodermide. Notevoli sono negli elementi di questo strato gli ispessimenti delle membrane interne e radiali, i quali, già 1 mm. sopra il cono di vegetazione, assorbono energicamente la fuxina, rivelandosi dunque già fortemente lignificati. 11 cilindro assile propriamente detto è composto dai seguenti tessuti che si succedono dall'esterno verso l'interno : l'' un periciclo ; 2" una cerchia vascolare periferica ; 3° un sistema di fasci legnosi interni isolati da propaggini midollari ; 4.° un midollo assile ; Questa è la struttura delle sezioni trasversali praticate 1 mm. ap- pena sopra l'apice attivo di una radice principale, nonché di quelle fatte immediatamente sopra gli apici atrofizzati, dove gli effetti della generale suberificazione non rendono eccessivamente friabile il tessuto ; struttura che è perfettamente eguale a quella che si riscontra nei punti più alti della radice, anche prossimi all'inser- zione col fusto. Descriveremo adesso brevemente ognuno di questi tessuti, coi caratteri che sono loro propri, tenendo anche conto delle variazioni cui vanno incontro in ragione della maggiore o minore distanza dall'apice, alla quale vengono esaminati. Periciclo. — Questo tessuto ha una particolare importanza nelle ra- dici della Washingtonia, poiché ad esso é affidato in gran parte l'ufficio della moltiplicazione dell'apparato radicale della pianta, col produrre radici laterali, quasi a surrogare in questa funzione, gli scarsi poteri di accrescimento in lunghezza che hanno gli apici. Non credo che si possa caratterizzare meglio di così il periciclo, dal punto di vista cioè della sua funzione, poiché quanto ai carat- teri istologici, esso non può venire fondatamente e nettamente de- finito, a causa della loro incostanza. — 76 — Quanto al valore che ad esso verrebbe per la sua speciale po- sizione topografica rispetto agli altri tessuti, esso è ben poco se si consideri che recentemente il Buscalioni e il Lo Priore (1) con i loro reperti sulle invaginazioni dei cilindri assili, sulle endodermidi e sui pericicli di origine eterotopica nelle radici di Phoenix dac- tylifera hanno dimostrato in modo indubbio la sua completa iden- tità col tessuto fondamentale. Poco sopra l'apice vegetativo il periciclo si rende visibile e di- venta completamente e perfettamente evoluto alcuni centimetri più su. Ma già nel territorio stesso dell'apice è capace di emettere le iniziali di radici secondarie, come si verifica frequentissimamente, il che dimostra che la caratteristica essenziale di questo stato non risiede affatto nel differenziamento istologico. Quest'ultimo d'altra parte, come si è detto sopra, non è carattere costante. In vicinanza dell'apice vi è realmente una notevole dif- ferenza fra le cellule pericicliche e quelle del parenchima fonda- mentale. Quelle sono più piccole, più strette, più allungate tangen- zialmente, più ricche in contenuto plasmatico ed a parete molto delicata. Ma questo differenziamento istologico è in relazione con la facoltà di emettere radici laterali, giacché esso persiste esclusi- vamente durante il tempo in cui la radice madre può emetterne. Infatti, nelle alte regioni delle radici principali, in vicinanza cioè dell'inserzione col fusto, dove non nascono più radici laterali, può dirsi che non esista periciclo. I quattro, cinque o più strati di cellule che si trovano al di dentro dell' endodermide sono perfettamente eguali per forma, dimensioni e impregnazione delle pareti dei loro elementi a quelli posti immediatamente al di fuori dell'endoderma. Ciò dimostra anzitutto la natura parenchimatica fondamentale dello strato in questione, ed inoltre stabilisce in modo indubbio che il periciclo non è una unità anatomica assoluta e che un carattere fondato ad esso non può venire che dai suoi poteri fisiologici. Cerchia vascolare periferica. — È costituita da piccoli gruppi di vasetti legnosi di quattro o sei elementi tracheiformi, i quali rap- presentano il protoxilema. Con essi alternano in numero eguale dei gruppi floematici. Fra gli uni e gli altri si interpone un denso pro- senchima che resta a lungo cellulosico, mentre i gruppetti vascolari appaiono prima di ogni altro elemento lignificati. Ma non sono questi gruppetti di larotoxilema che hanno la mag- giore importanza nella costituzione del sistema vascolare della radice. (1) Op. cit. - 77 — In sezione longitudinale i loro vasi non hanno neppure la strut- tura solita delle vere trachee, che non esistono invero in queste radici; cosicché essi rappresentano un insieme di scarsa o nulla po- tenzialità conduttrice. I gruppi di libro sono piccoli, elittici, costi- tuiti da pochi vasi cribrosi, che in sezione longitudinale mostrano presso a poco la struttura solita. Alla formazione della cerchia vascolare periferica prendono anche parte alcuni dei grossi fasci interni che si fondono col prosenchiraa del protoxilema a mezzo del loro copioso astuccio di fibre. Sistema dei fasci interni. — Ben maggiore importanza invece hanno questi fasci, nelle radici della Washingtonia e delle altre Palme, costituendo verisimilmente essi da soli, a mezzo delle grosse tracheidi che contengono, le vie di conduzione della linfa ascendente. Si trovano in numero variabile secondo la grossezza delle varie radici, ma in una stessa radice il loro numero è eguale, sia in vi- cinanza dell'apice che presso l' inserzione col fusto ; ciò vuol dire che tali fasci sono tutti di origine apicale. In una sezione trasversale, praticata in un punto alquanto di- stante dall'apice si osserva che i fasci più esterni fanno parte della cerchia vascolare periferica, con la quale son venuti in contatto per la lignificazione di tutto il prosenchima interposto. Ma le sezioni praticate in vicinanza dell'apice dimostrano la perfetta indipendenza di tutte le unità del sistema dei fasci interni dai gruppetti di pro- toxilema. Mentre, come abbiamo detto, questi sono i primi a ligni- ficarsi, colorandosi intensamente con la fuxina laddove tutto il resto del tessuto rimane bianco, in seno a questo si osservano i lumi delle grosse tracheidi già formate, ma non per' anco ispessite ne lignificate. Le più esterne, quelle che più tardi entrano a far parte della cerchia vascolare periferica, corrispondono ai vasi « apicali » del Bu- scalioni (1) ed invero sembra che derivino da una differenziazione del mantello; quelle più interne, sparse in maggiore o minore numero nel tessuto midollare, corrispondono ai vasi « midollari ». Tutti quanti poi corrispondono ai vasi « metaxilematici » del Drabble e degli altri Autori. Ogni singolo fascio interno si compone di una grossa tracheide e di un fitto inviluppo di fibre che la circondano. Talvolta due di questi fasci vicini si fondono insieme per mezzo dei loro astucci di fibre. Mancano gli elementi liberiani. Delle fibre le prime a lignificarsi sono quelle che circondano le tracheidi più interne ; poi mano mano si lignificano le altre, e final- (1) Op. cit. — 78 — mente quelle che stanno attorno alle traclieidi più vicine alla cerchia periferica, con la quale allora formano un tutt'uno. Ultime a ligni- ficarsi (a circa 2-3 cm. dall'apice) sono le pareti delle tracheidi, le quali sono formate dalla fusione e dall'ispessimento successivo delle membrane degli elementi prosenchimatosi delimitanti il lume. Ciò serve a dar agio ai raccordi periciclici delle radici secondarie a poter innestarsi sui grossi vasi. Infatti si ha un esatto parallelismo tra la durata della facoltà generatrice nel periciclo e quella dello stato cellulosico delle pareti delle grosse tracheidi ; queste appaiono com- pletamente lignificate quando il periciclo non si distingue più dalle cellule della corteccia ed è cioè incapace di emettere ulteriormente radici laterali. In una sezione trasversale praticata vicino l'apice si hanno dunque i gruppi di protoxilema lignificati ed il sistema delle grosse tra- cheidi ancora cellulosico, ad eccezione del prosenchima che circonda le tracheidi più interne. In tal punto della radice si rende manifesto il fatto che la disposizione dei fasci metaxilematici interni, relati- vamente alla simmetria dell'asse, non segue ordine veruno, ma è di tipo sparso, simile a quella dei fasci nello stipite. Midollo e sue propaggini. — Gli elementi di questo tessuto non si distinguono per alcun carattere istologico da quelli della corteccia, né in vicinanza dell'apice, né in punti lontani da questo. Abbiamo già detto che la sua identità con la corteccia è dimostrata, oltre che dalla comune origine nell'apice, dalla presenza delle cellule sube- rose identiche ed egualmente sparse in entrambi i tessuti. Altro carattere comune è la presenza di numerose lacune, di origine lisi- gena, le quali pare non manchino mai nel parenchima fondamen- tale delle radici delle Palme. Vediamo in che rapporto stanno questo parenchima assile e i fasci legnosi. Ognuno di questi, costituito come si é detto di una sola grossa tracheide e da un astuccio di fibre che la circonda, rappresenta un'isola di elementi legnosi, in mezzo ad un fondo parenchimatico. I bordi infatti sono completamente delimitati dalle propaggini mi- dollari. Tutto ciò si vede benissimo nelle sezioni trasversali delle radici grosse, nelle quali il numero di tali isole è considerevole ; ma le propaggini midollari non arrivano fino alla cerchia vascolare peri- riferica, cosi che le grosse tracheidi vicine alla periferia non ven- gono isolate, ma si trovano, come si è detto, saldate con la cerchia del protoxilema a mezzo dei loro astucci di fibre. Invece lo studio delle sezioni vicinissime all'apice attivo mostra che anche i fasci interni più vicini alla periferia sono isolati da strette prò- — 79 — paggini di parenchima assile, le quali poi seguono la sorte di tutti gli altri elementi adromatici, ispessendosi e lignificandosi ; cosicché viene dimostrata la completa indipendenza di tutti questi fasci in- terni, anche dei più periferici, dalla cerchia di protoxilema, oltre che dal fatto della loro più tardiva lignificazione, LlVISTONA AUSTKALIS MaRT. L'apparato radicale di quest'altra Palma è simile a quello della Wasliingtonia', vale a dire vi è un complesso di assi morfologica- mente eguali, paralleli, verticali, che nascono dalla base dello sti- pite, restando fittamente stipati tra loro e presentando perciò ana- loghe alterazioni dell'aspetto esterno di quelli della Waskingtonia. Queste sono le radici principali; vi è poi un sistema di assi minori, sottili, nascenti lateralmente ai primi, meno che nelle regioni più alte, che sono le radici secondarie. Anche in questa Palma si ha il fenomeno della atrofia degli apici radicali nelle radici principali e quello della pseudodico- tomia. Lo studio anatomico rivela le seguenti particolarità: a) Apici vegetativi. — Questi, benché soggetti ad una com- pleta suberificazione, si conservano integri ; ma può anche avve- nire che alcuni tessati, specialmente il parenchima assile e quello corticale in immediato contatto col cilindro assile si necrosizzino e si dilacerino, di guisa che si ha anche in essi un apice costituito dal solo cilindro assile, libero, incapsulato dal periderma. Quando ciò avviene la radice non può più crescere ulteriormente in lun- ghezza e si ha allora la produzione delle due branche laterali pseu- dodicotomiche. Altri invece, come si è detto, rimangono integri, ad onta della loro totale suberificazione e probabilmente possono riprendere la loro attività incrementale in epoca successiva. Mettendo una sezione longitudinale di tali apici in acqua di Javelle, dopo che si è la- sciato disciogliere totalmente la suberina che ne impregna gli ele- menti, questi appaiono nettamente cellulosici, come prova un succes- sivo trattamento con clorojoduro di zinco, e con un aspetto meriste- matico. È probabile che al sopraggiungere dell'epoca di vegetazione attiva della Palma, cioè della primavera, avvenga appunto un rias- sorbimento della suberina e quindi un riacquisto dei poteri meri- stematici, per cui la radice può ancora prolungarsi. Nelle sezioni longitudinali mediane si osserva che il mantello è aperto e che il parenchima assile comunica direttamente col — 80 — gruppo di iniziali estremo, che anche qui è comune sia alla scorza che al cilindro assile. Poco più sopra questo si mostra già pienamente e definitiva- mente sviluppato e ]ignificato; per questi caratteri la somiglianza di queste radici con quelle della Washingtonia è grandissima. Anche l'endodermide appare già lignificata, perfino nella re- gione estrema dell'apice, dove però manca degli ispessimenti ca- ratteristici, che si sviluppano più in alto, cosi che essa, in quella regione non differisce gran che da un qualunque altro strato della corteccia, ad elementi impregnati di lignina. In seno al tes- suto della corteccia, anche a grande vicinanza del gruppo di ini- ziali, si trovano infatti numerosissime cellule lignificate, sparse qua e là o raccolte a gruppi, abbondanti specialmente verso la re- gione interna; le stesse cellule, con gli stessi caratteri si trovano altresì nel parenchima centrale del cilindro assile. Periciclo- — Anche in questa Palma non esiste un periciclo come tale, cioè come un tessuto nettamente determinato da carat- teri istologici; infatti sotto all'endodermide non vi è che uno o pochi strati di cellule impregnate di lignina, simili a quelle poste immediatamente al di là dell'endormide, le quali servono a dare le iniziali di radici laterali ed a produrre i vasi di raccordo con il sistema vascolare della radice principale. Cerchia vascolare periferica. — E costituita, come nella Washin- gtonia^ dal protoxilema, raccolto in piccoli gruppi, dove le trachee non hanno la struttura solita, e che alternano con fascetti di libro allungati radialmente. Sistema dei fasci interni. — Questi fasci, costituiti, come nella Washingtonia ^1 da una grossa tracheide e da un denso astuccio di fibre adromatiche, formano la massa principale del mantello, giacche sono tutti, ravvicinati alla periferia e fusi con la cerchia periferica e fra di loro per mezzo delle fibre adromatiche. Il loro differen- ziamento avviene assai di buon'ora, ma mentre le fibre si colorano intensamente già appena 1 mm. sopra l'apice ed appaiono dotate di tutti i caratteri definitivi, le tracheidi e gli elementi adroma- tici posti ^^immediamen te a loro contatto, rimangono a lungo cel- lulosici. Anche qui si ha dunque una perfetta indipendenza degli elementi del sistema dei fasci interni, rispetto alla cerchia del pro- toxilema, che è sempre il primo a conseguire lo stato definitivo. ' Midollo. — Nelle radici piccole e in vicinanza dell'apice di quelle grosse questo tessuto è chiaramente individualizzato dal contorno interno del mantello, quasi regolarmente circolare. Mano mano che si sale nelle grosse radici questo contorno diventa invece sinuoso — 81 — e si vedono i gruppi più interni di fibre, che includono le grosse tracheidi, protendersi verso l'intei'no ed invadere a poco a poco il campo del midollo fino a staccarsi completamente dalla cerchia va- scolare esterna ed apparire completamente isolati e circondati da parenchima midollare. Ciò è dovuto ai lenti fenomeni di dilata- zione di volume dei singoli costituenti istologici della radice, per i quali la radice è sempre più grossa nei ^uoi punti più alti che verso l'apice. Ma nelle radici molto grosse anche in vicinanza dell'apice i fasci xilematici interni sono staccati dalla cerchia vascolare ed occupano in maggior o minor numero il campo del midollo ; co- sicché la disposizione sparsa di questi fasci in seno al parenchima esiste anche in questa Palma, come nella Washingtonia, e solo è mascherata dalla fusione dei loro elementi con quelli della cerchia vascolare e fra di loro. Okeodoxa regia h. b. k. Morfologia esterna delle radici. — L'apparato radicale di questa Palma differisce notevolmente per la morfologia esterna da quello delle due altre Palme descritte, avvicinandosi invece al tipo co- mune che presentano gli alberi dicotiledoni. Non si ha, come in quelle, un sistema di assi paralleli, ver- ticali, quasi eguali fra loro e morfologicamente tutti equivalenti, ma un ciuffo di radici, tanto più grosse e lunghe quanto più sono vicine al centro dello stipite, e che divergono in tutte le direzioni laterali subito uscite dai tessuti di questo. Le più grosse rag- giungono un diametro di 5 cm.; a causa della stessa loro diver- genza esse non risentono gli effetti della mutua pressione, non tro- vandosi in contatto che per un breve tratto vicino allo stipite, e perciò si mantengono cilindriche per tutto il loro decorso. Sono coperte da un periderma bruno che si stacca facilmente in sfoglie allo stato di completa secchezza. La ramificazione seconda- ria avviene senza regola, trovandosi radici laterali a tutte le altezze e ad ogni stadio di età ; non vi è né atrofia di apici né pseudi- cotomia. Per la struttura invece queste radici non si allontanano dal tipo presentato dalle altre Palme. Apici vegetativi. — Questi sono costituiti, come nelle altre Palme, da un gruppo comune di cellule iniziali. Non si osserva suberificazione ; il cilindro assile non è così rapido a svilupparsi e lignificarsi come nelle altre specie; i grossi vasi rimangono a lungo Annali di Botanica — Vul. X. 6 — 82 — indifferenziati ed accennati soltanto con le pareti delle fibre che ne delimitano il lume. Non vi sono strati che meritino i nomi di endodermide e peri- ciclo, poiché la corteccia tocca direttamente il cilindro assile con alcuni strati di cellule un po' più piccole delle altre. Cerchia vascolare periferica, — Molto ben sviluppata è la cerchia vascolare periferica, alla cui formazione concorrono, oltre al pro- toxilema, anche parecchi gruppi di grosse tracheidi, circondate cia- scuna dal solito astuccio di fibre. Sistema dei fasci interni. — Nell'ampio tessuto assile delle più grosse radici, i cui elementi non differiscono punto, né per forma né per natura d'impregnazione, da quelli della corteccia, stanno immersi largamente numerosi fasci xilematici, costituiti da una, due, talvolta anche più, grosse tracheidi, circondate dall'astuccio di fibre. Queste ultime, per la energica infiltrazione di lignina di cui son dotate le loro membrane, spiccano nettamente a mo' di isole in seno al parenchima, anche senza ricorrere a mezzi coloranti, talché esse riescono nettamente visibili anche ad occhio nudo, nelle se- zioni trasversali delle più grosse radici. Le colorazioni poi degli elementi legnosi riescono nettissime, ed esattamente differenziate. I vasi, anche quelli della cerchia vascolare rimangono, come si è detto, a lungo indifferenziati ; solo nelle regioni più alte della radice acquistano una parete propria che si lignifica ed ispessisce energicamente. Ciò prova sempre più la perfetta indipendenza dei grossi vasi interni dagli elementi del protoxilema, che da solo costituisce la cerchia vascolare periferica. COCOS PLEXDOSA MaRT, Le radici di questa e di altre specie di Cocos, notevolissime per la loro fasciazione e la frequente schizorrizia, per cui spesso si presentano nettamente dicotomiche, hanno ancora più accentuati i caratteri peculiari delle radici fin qui descritte. I gruppi metaxilematici interni sono sviluppatissimi e separati fra loro da larghe strisce di tessuto fondamentale, anche in quelle radici in cui l'appiattimento del cilindro assile preludia alla sua divisione. Vi é una netta endodermide ed un periciclo differenziato; ma con i reperti dei professori Buscalioni e Lo Priore nelle radici di Phoenix dactylifera, con le quali queste dei Gocos hanno tanti punti di contatto, potremmo ripetere le stesse conclusioni cui essi son — 83 — giunti, sullo scarso o nullo valore di questi strati quali entità ana- tomiche e topografiche. I coni di vegetazione si presentano foggiati sullo stesso stampo di quelli delle altre Palme ; l'apice meristematico è costituito da un gruppo di iniziali comuni. I gruppi di protoxilema, come al solito, pochissimo sviluppati, alternano regolarmente con i gruppi di iloema ; i vasi metaxile- matici si presentano invece grandemente sviluppati, circondati da robusti astucci di fibre. Allorché il cilindro assile si appiattisce disponendosi alla bipar- tizione si notano delle grandi perturbazioni sulla orientazione e posizione dei singoli strati, come ad es. formazioni di endodermidi eterotopiche, invaginazioni e strozzature che preludiano alla schi- zorizia, ecc. I fasci isolati i si distribuiscono allora in modo tutt'altro che equabile ai due nuovi cilindri assili ; talvolta nel- l'uno di questi non ne viene che uno solo e tutti gli altri passano nell'altro. Tra le altre perturbazioni che intervengono vi è quella notevolissima della comparsa di gruppetti di libro in seno ai fasci interni, cosi che essi diventano fasci libero legnosi, di tipo concen- trico, né più né meno come quelli dello stipite. Ragioni di brevità non mi permettono di precisare la prove- nienza di questi elementi liberiani ; forse essi derivano dai fascetti periferici situati nel punto ove avviene la strozzatura del cilindro assile, i quali, accollandosi dapprima ai più, vicini fasci metaxile- matici interni, ne vengono poscia totalmente inclusi per l'abbon- dante sviluppo di fibre legnose. Ghamaedoeea elatior Maet. Particolare interesse hanno le radici di questa e delle altre specie dello stesso genere, per il fatto che nei loro fasci legnosi interni si trovano anche gruppetti di floema. II fatto era già stato segnalato dal Gillain anche per le specie di altri generi di Palme. Il cilindro assile, nella radice giovane non mostra alcuna chiara disposizione alternante di fasci, ma appare costituito da un mantello in seno al quale stanno disseminate numerose grosse tracheidi, senza ordine alcuno e numerosi gruppi di floema, posti ciascuno tra due vasi consecutivi, ma senza che formino una cerchia, poiché non si trovano tutti allo stesso livello rispetto all'asse. Questo è occupato da un chiaro parenchima midollare. — 84 — Nella radice adulta invece sì ha una disposizione raggiante dei fasci, ma essa è soltanto apparente, perchè determinata da tanti raggi di tessuto fondamentale, le cui cellule, ricche d'amido, par- tendo dalla corteccia arrivano fino al midollo ed hanno le ]3areti fortemente lignificate. Altre strisce di parenchima simile si trovano in senso tangenziale, ad ogni livello rispetto all'asse. In ogni set- tore, determinato da due di questi raggi i grossi vasi sono distri- buiti senza alcun ordine, tanto verso l'esterno che verso l'interno; cosicché nel complesso si ha un cilindro assile ad elementi sparsi su di un fondo di fibre legnose fortemente ispessite, che è poi di- viso e suddiviso in tanti scacchi dalle strisce radiali e tangenziali di tessuto fondamentale. La struttura di queste radici è somigliantissima a quella dei fusti delle Felci cosi dette policicliche, dalle quali si può pensare che derivi la struttura a fasci sparsi del fusto delle Monocotiledoni ed in ispecial modo quello delle Palme solo se si imaginano i fasci non riuniti fra loro dal prosenchima legnoso, ma smembrati ed iso- lati e circondati dal parenchima fondamentale cellulosico. Nelle radici di altre specie di Chamaedorea si ripete invece la struttura descritta fin qui per le altre palme, vale a dire vi è una cerchia vascolare e un certo numero di fasci metaxilematici dis- seminati nel midollo. La differenza più notevole si è che alla for- mazione della cerchia prendono parte, oltre ai fasci più esterni, anche numerosi fascetti di libro, sparsi qua e là nel grosso del mantello, oltre a quelli che alternano regolarmente coi gruppetti di protoxilema. Pandanacee. Le radici di queste piante, che tanta affinità hanno con le Palme, presentano con la struttura delle radici di queste le più grandi analogie. Nel Pandanus utilis gli apici delle radici principali non me- ritano il nome di coni di vegetazione, per la loro forma assai ot- tusa; la estremità, anziché essere appuntita, è addirittura una super- ficie leggermente convessa con un diametro non inferiore a quello della radice nei suoi punti più alti. Un foro, situato eccentricamente su questa superficie estrema, indica il punto dove affiora il pleroma. Le sezioni longitudinali mostrano all'esterno il periderma, che, a differenza di quello degli apici di talune Palme, persiste sempre. Il meristema é costituito da un gruppo comune di cellule iniziali, che genera del parenchima fondamentale, il quale ben presto si — 85 — differenzia in un cilindro centrale ed in corteccia laterale. Tn seno al primo si differenziano i fasci, in ordine affatto sparso, vale a dire senza lasciarsi distinguere in mantello e in fasci midollari; tra di loro rimangono strette zone di parenchima fondamentale, che verso l'asse sono un po' più vaste, simulando lontanamente un midollo frammentato. In seno alla corteccia avviene un differenziamento analogo di gruppi di sclerenchima, non molto ispessiti, ma che assorbono for- temente la fuxina nella regione stessa dell'apice. Le sezioni trasversali praticate poco al di sopra di questo sono identiche a quelle fatte nei punti più vecchi della radice. L'endodermide è netta, lignificata, ma poco ispessita; i suoi ele- menti non differiscono affatto da quelli che costituiscono i gruppi di sclerenchima della corteccia. Ad essa segue un periciclo indifferenziato di uno o due strati di parenchima. La cerchia vascolare esterna è ridotta al solo protoxilema, che in piccoli gruppi alterna con gruppi di floema; non mancano tut- tavia qua e là fusioni dei fasci interni più periferici, con essa, per mezzo delle fibre copiosamente sviluppate. Il sistema dei fasci interni costituisce la grande massa del ci- lindro assile. E formato da gruppi di fibre che racchiudono una, due, talvolta anche tre grosse tracheidi. Sono, come si è detto, se- parati fra loro da strisce di parenchima fondamentale. Ma ciò che per noi ha grandissima importanza si è il fatto che in seno a cia- scuno di questi fasci si trova costantemente un numero eguale a quello delle grosse tracheidi di gruppetti di elementi floematici, posti simmetricamente rispetto a queste. La somiglianza di questi fasci radicali con quelli del fusto è dunque perfetta; ognuno di essi è completo nelle singole parti di un fascio di tipo concentrico. Essi si uniscono a due o a tre, for- mando dei fasci composti. III. — Interpretazione della struttura. La struttura delle radici delle Palme e delle Pandanacee fin qui esaminate si allontana talmente dal tipo comune a tutte le altre radici, comprese quelle di parecchie altre Monocotiledoni, da non potersi senz'altro ad esso riconnettere. La maggiore divergenza è data dalla presenza' in esse del si- stema dei fasci interni (metaxilematici, fasci midollari, ecc.) che, distribuiti in ordine sparso in seno al parenchima assile (midollo) — 86 — costituiscono in tutte le radici esaminate la grande massa del ci- lindro assile. Un semplice esame microscopico a piccolo ingrandimento (e per le radici molto grosse, quali quelle deìVOreodoxa, basta anche l'os- servazione ad occhio nudo) di una sezione trasversale di una tale radice ci fa constatare che, astrazion fatta dell'endodermide e del periciclo, quando esistono, e della cerchia vascolare periferica di protoxilema, la struttura della radice si può paragonare a quella dello stipite, il cui carattere più saliente, è, come è noto, appunto lo sparpagliamento dei fasci in seno ad un parenchima fonda- mentale. Le seguenti considerazioni tendono a dimostrare che questa so- miglianza tra la struttura della radice e quella dello stipite non è soltanto apparente, ma ha reale fondamento in tanti fatti, da poter a buon diritto parlarsi di una comunanza di composizione morfologica interna tra l'asse aereo e gli assi sotterranei nelle Palme e nelle Pandanacee. I fatti, cui alludo, non sono che i risultati del precedente stu- dio anatomico, che oramai si possono enunciare in poche parole. Anzitutto, la già accennata disposizione in ordine sparso dei fasci metaxi] ematici interni in seno al parenchima assile della ra- dice costituirebbe il primo carattere inconfutabile di rassomiglianza tra fusto e radice, ove, come dimostreremo, fosse lecito paragonare questi fasci a quelli dello stipite. Ed infatti questi fasci interni costituiscono un sistema vasco- lare, che, oltre a rappresentare la massa principale del cilindro as- sile, dimostra, perfettamente indipendente dai fascetti della cer- chia periferica, la quale ci condurrebbe al tipo strutturale alterno delle solite radici, ove le si accordasse notevole importanza mor- fologica e funzionale. Ma è evidente che ciò non può assumersi, data l'esiguità del suo sviluppo, non rappresentando essa nemmeno */,^ della massa del cilindro assile, data l'assenza o quasi di vere trachee, e dato infine il fatto che i raccordi periciclici delle radici laterali non si innestano mai sui suoi fascetti, ma sempre sulle grosse tracheidi, le cui pareti all'uopo lignificano tardivamente. Ohe la cerchia vascolare d'altronde sia costituita dal solo pro- toxilema, alternante coi gruppi di libro, e che le grosse tracheidi ad essa aderenti per mezzo delle fibre ne siano invece perfetta- mente indipendenti e debbano ricollegarsi morfologicamente al si- stema dei fasci interni, è dimostrato dallo studio dello sviluppo del cilindro assile. Infatti, come si è detto a suo luogo, i primi a lignificarsi sono i gruppetti di protoxilema e in seguito, a 3-4 cm. — 87 - dall'apice lignificano quasi simultaneamente le pareti di tutte le grosse tracheidi. Il fatto che una parte dei grossi fasci interni nelle radici si trova aderente alla cerchia periferica vascolare ha perfetto riscontro con quanto avviene negli stipiti di tutte le Palme. In questi i fasci, pur mantenendo tipicamente l'ordine sparso, sono tuttavia più rad- densati verso la periferia e più radi verso il centro, dove abbonda invece il parenchima. Ciò talvolta avviene in modo cosi notevole, come negli stipiti àelV Oreodoxa, che venendo uno di questi a dis- seccare, tutto il tessuto centrale cade via e resta un cilindro cavo, formato da un legno periferico compatto. Cosicché in una radice, per quel che riguarda la distribuzione dei fasci, troviamo ricostruito esattamente il tipo morfologico in- terno dello stipite. Lo studio degli apici vegetativi ci ha inoltre indicato un altro fatto, che ci autorizza a paragonare il parenchima fondamentale dello stipite all'insieme del parenchima corticale-midollare della radice. Abbiamo infatti trovato, confermando cosi le ricerche del Bu- scalioni, del Drabble, ecc., che il meristema apicale è costituito da un gruppo comune di iniziali, col quale trovasi in diretto contatto sia il parenchima che occupa l'asse della radice (midollo) mediante l'apertura all'apice del mantello, sia, al di fuori di questo, ai due lati, il parenchima corticale. L'identità di queste due zone di paren- chima è dimostrata cosi dalla comunanza dell'origine, oltre che dai caratteri istologici, tra i quali la presenza omogenea delle cellule suberificate, e, in alcune palme, delle lacune lisigene. Non vi è dunque in queste radici distinzione tra parenchima corticale e midollare, ma vi è un unico parenchima fondamentale, perfettamente paragonabile dunque a quello dello stipite. A bella posta dunque abbiamo chiamato < parenchima assile » quella parte del parenchima fondamentale che occupa l'asse della radice, giacché la denominazione « midollo » deve riservarsi ai casi in cui il tes- suto in questione ha origine nettamente pleromica. Un ultimo fatto, d'ordine fisiologico, viene a stabilire un per- fetto parallelo tra le radici e gli stipiti cui appartengono, ed è la mancanza in quelle, come in questi, di accrescimento secondario dovuto a strati meristemali cambiformi. Tutte le radici da me esaminate hanno già preformata nel loro apice vegetativo la loro struttura definitiva, che durante il decorso della radice non fa che accrescersi per dilatazione del volume dei singoli costituenti istologici. Codesta dilatazione è per altro minima — 88 — o nulla nelle Pandanacee, le cui radici hanno lo stesso diametro all'apice e alla base ; ed è sempre molto piccola nelle radici delle Palme. Tutto ciò dimostra che, a somiglianza di quanto accade nello stipite, la struttura della radice dipende esclusivamente dal cono di vegetazione, dal quale in effetti deriva tutto il tessuto paren- chimatico e vascolare, avente già l'orientazione e la posizione re- ciproca definitiva. Ma come è innegabile che vi siano tutte queste somiglianze nelle strutture della radice e dello stipite, è certo altresì che vi sono molte divergenze, che hanno bisogno di venire chiaramente spiegate. Ed anzitutto : è veramente lecito paragonare i fasci metaxile- matici interni della radice a quelli dello stipite? Quale importanza ha nella anatomia delle radici la presenza della cerchia di pro- toxilema alternante con i gruppi di libro? Qual significato dob- biamo dare all'endodermide e al periciclo, che non sempre sono chiaramente rappresentate nelle regioni corrispondenti dello stipite? A queste domande risponderemo con le opinioni degli Autori, notando fin da ora che tutte le divergenze si possono spiegare con ragioni fisio-biologiche e filogenetiche e che pertanto esse non val- gono a demolire il concetto del tipo strutturale unico della radice e dello stipite. A proposito dell'endodermide, lo Strassburger (1) è d'opinione che lo strato più interno della corteccia è una designazione pura- mente morfologica e topografica, a cui riserva il nome di « fleo- terma » ; mentre dà all'endodermide un valore puramente istologico, impiegando questa parola per designare lo strato, le cui cellule presentano gl'ispessimenti di Oaspary. Il Belli (2) nota che l'esistenza dell'endodermide nel fusto è lungi dall'essere un fatto generale, come provano le sue numerose ricerche sul genere Tnfolium\ ed è d'opinione, d'accordo con la teoria delpiniana, che la distinzione tra scorza e cilindro assile nel fusto è impossibile in teoria ed in pratica. Anche il Fischer (3) si esprime in questo senso, riferendo che su 100 Dicotiledoni, solo 32 possedevano una endodermide, mentre (1) Ueher den Bau und die Verrichtungen der Leitungsbahnen in den Pflanzen — Histologische Beitrage, Heft 3, 1891. (2) Endodermide e periciclo nel G en. Trifolium in rapporto colla teoria della stela di Van Tieghem e Douliot. — Memorie della R. Acc. d. Se. di Torino Ser. II, t. 46, 1896. ^ (3) Der Perleykel in den freien Stengelorganen. — Pringsheim's Jatirbiich 35 Bd , 1900. — 89 — SU 8 conifere esaminate nessuna presentava questo strato di sepa- razione. Secondo il Bouygues (1) l'endodermide della radice sarebbe d'o- rigine corticale. Lo Schoute (2) invece constata che l'endodermide esiste nella maggior parte dei casi dove ne era stata contestata l'esistenza, Buscalioni e Lo Priore (3) credono che l'endodermide, come il periciclo e il midollo, non possono essere considerati come unità a costituzione specifica, potendo secondo i casi, derivare l'uno dal- l'altro. Abbiamo visto che nelle radici delle Palme l'endodermide, non ostante la sua netta differenziazione, spesso non si distingue dagli altri strati della corteccia, durante la fase giovanile, ed in alcune Palme, nemmeno nello stato adulto. Vogliamo anche ricordare che nelle radici di certe Monocotile- doni {Dendrohium, ecc.) si trova uno strato simile ad un'endoderma posta a notevole distanza dal cilindro assile, in seno alla massa del parenchina corticale; questo fatto si ripete, benché in misura molto minore nelle più grosse radici di Washingtonia, nelle quali cioè l'endodermide è distanziata dal cilindro assile da parecchi strati di parenchima periciclico, assolutamente identico al parenchima corticale situato immediatamente al di là dell'endodermide. Per tutte queste ragioni è da ritenere che questo strato non costituisca una barriera di separazione tra cilindro assile e cortec- cia, ma che rappresenti soltanto, quando esiste, una e)itità pretta- mente istologica, secondo il concetto dello Strasburger. Abbiamo già a suo tempo stabilito quale sia l'importanza del periciclo nelle radici delle Palme e delle Pandanacee; la sola prin- cipale caratteristica che lo possa definire è la funzione moltipli- catrice dell'apparato radicale, che ad esso è affidata. Qualtmque altra designazione anatomica o istologica non trova appoggio nei fatti. Di tale avviso è appunto il Pitard, che ha con- sacrato un importante lavoro all'argomento, venendo alla conclu- sione che la nozione che si ha attualmente del periciclo non è ade- guata alla realtà dei fatti, ne nei fusti adulti, ne in quelli giovani (1) Sur l'interprétation anatomiqite de certaines régions homologues de l'in- dividu vegetai. — Act. de la Societè Linn. de Bordeaux, III Sèrie, t. VII, pa- gine 85, 1909. (2) Die Stelàr-teorie. — Inaugurai dissertation. Groniugen 1902, Jena G. Fi- scher ed. P. Noordhofr, Groningen, 1903. (3) Op. cit. — 90 — conducendo essa a stabilire un limite fra cilindro centrale e cor- teccia che fa difetto in molti casi (1), Secondo i proff. Oostantin e Morot (1) in un lavoro sui fasci libero-legnosi delle Cicadee, le differenze di struttura dell'endoder- mide e del periciclo nelle radici e nel fusto di queste piante, ven- gono poste in rapporto con la diversità del mezzo dove si svilup- pano le due regioni della pianta (2). Questo concetto vale senza dubbio a spiegare anche le altre diver- genze di struttura che si hanno tra radici e fusto nelle nostre Palme. Ci siamo domandati più sopra se è lecito paragonare i fasci metaxilematici delle radici a quelli sparsi dello stipite. Nelle Pandanacee questi fasci sono completi in ogni loro parte, sono cioè libero-legnosi, di tipo concentrico, riuniti spesso a due o a tre in seno alla massa del parenchima fondamentale. In certe specie di Ghamaedorea tutti gli elementi si trovano anche al completo, ma i fascetti di libro non sono chiaramente ac- coppiati ai fasci di legno, ma sparpagliati nella massa unica di questi ultimi fusi tra loro. Abbiamo anche notato una accidentale presenza di libro nei fasci metaxilematici interni delle radici dei Cocos. Non v'ha dubbio dunque circa la tendenza dei fasci radicali ad assumere la struttura e la composizione dei fasci caulinari. Ma la mancanza assoluta del libro nei fasci radicali di tutte le altre- Palme non costituisce ragione per allontanarli dal tipo morfo- logico comune con quelli dello stipite. E certo che la precisa funzione affidata alle radici, di succhiare e condurre gli umori del terreno, implica un grande sviluppo di elementi legnosi, ed esclude in certo qual modo una grande importanza agli elementi liberiani, il cai sviluppo è appunto limitato allo stretto necessario. Cosi i grossi vasi, circondati dagli astucci di fibre, vengono a costituire nelle radici delle entità anatomiche in fondo si- mili ai fasci dello stipite. Non va dimenticato del resto che anche in quest'ultimo, specie nelle regioni più basse, come hanno trovato lo Zodda (3) ed altri autori, si trovano fasci con libro de- (1) PiTARD J. — Becherches sur l'évolution et la valeur anatomique et ta- xinomigue du pericycle des Angiospermes. — Mem. Soc. des Se. physiques et nat. de Bordeaux, VI Serie, 1. I, 1901 (2) Sur Vorigine des faisceaux libero-ligneaux surnuméraires dans la tlge des Cyeadées. — Boll. Soc. Bot. de France, 32, 1885. (3) G. Zodda. — SuW ispessimento dello stipite di alcune Palme. — In Mal- pighia, anno XVIII, voi. XVIII. — 91 - pauperato, che, seguiti per un certo tratto verso il basso, ne diven- tano completamente sprovvisti; e si trovano anche dei cordoni di sole fibre legnose, sparsi qua e là. La stessa ragione data per i fasci delle radici vale evidentemente per questi fasci dei tratti in- feriori degli stipiti. Da ultimo rileveremo, come argomento d'indole generale, che molti autori sono stati propensi ad ammettere una comunanza di natura fra fasci radicali e caulinari e che in certi casi, come af- ferma il Clos (1), i primi non sono che la continuazione inferiore dei secondi. Ben più diffìcile è dare una spiegazione della cerchia vascolare periferica ; essa non può desumersi se non ricorrendo a considerazioni filogenetiche. Ma dopo quanto hanno scritto il Buscalioni e il Lo Priore a proposito delle radici della Phoenix^ ci sembra che migliore inter- pretazione non possa darsi se non seguendo le vedute di questi Autori. Per essi la complessità strutturale dei cilindri assili, reperibile nelle Monocotiledoni ed in particolare nelle Palme costituisce un carattere di inferiorità organica. Gli esempi più evidenti di code- sta complessità dell'apparato conduttore si trovano appunto nel gruppo delle grandi Crittogame vascolari, in cui la polistelia dei fusti, la policiclia dei cilindri assili radicali e caulinari rendono i tipi strutturali degli organi assili di queste piante incompara- bili, dal punto di vista della funzione conduttrice, a quelli delle Dicotiledoni. Le Monocotiledoni e segnatamente le Palme, riprodurrebbero, secondo i su citati Autori, con la loro struttura a fasci sparsi, il tipo strutturale delle Felci policicliche, mascherato soltanto dal profondo smembramento che hanno subito i fasci, grazie al quale ognuno di essi si è reso indipendente. Nulla di più probabile dunque che la cerchia vascolare perife- rica delle radici delle Palme significhi la persistenza di un carat- tere reperibile in modo assai più esaltato negli organi dei proba- bili antenati di queste Piante, quali sarebbero appunto le grandi Felci policicliche; e reciprocamente può dirsi che la cerchia vasco- lare costituisca un'altra testimonianza dei rapporti filogenetici che intercedono fra Felci e Palme. Il fatto poi che la cerchia vascolare coi suoi gruppetti di pro- (1) Clos. — Rhizotaxie anatomique. — Ann. des. Se. Nat., 3* Sèrie, t. XVIII, 1862 — 92 — toxilema non contribuisce che in minima parte, se non per nulla del tutto alla funzione conduttrice, che è invece affidata ai grandi vasi interni, costituisce senza dubbio nna prova della degradazione di questo carattere anatomico, che vediamo ridotto alla minima espressione nelle radici di talune Chamaedorea e delle Pandanacee, Infine un'altra prova dell'inferiorità organica delle Palme si trova nelle radici dicotomiche di Phoenix^ come hanno dimo- strato Buscalioni e Lo Priore, in quelle dei Cocos, che secondo le mie ricerche presentano grandi analogie con le prime, e nell'atro- fìa degli apici radicali della Washingtoìiia, della Livistonia e forse di parecchie altre Palme, che è carattere specifico e col quale è connesso il tipo di ramificazione radicale che ho chiamato « pseu- dodicotomico ». IV. — Atrofia degli apici radicali. Nella Washingtonia fiUfera e nella Livistonia si presenta co- stantemente il fatto che gli apici radicali, giunti ad una certa di- stanza dal punto dove furono prodotti si suberificano totalmente e poscia cadono in necrosi, lasciando dietro di sé l'asse radicale mozzo. All'estremità di questo allora si producono due radici late- rali, allo stesso livello ed orientate a 180' fra loro, con le quali l'intero organo assume un aspetto dicotomico. Il fenomeno in se- guito si ripete all'estremità di ciascuna delle due branche. La generalità di fenomeno, non solamente per la .radici di uno stesso individuo, ma per quelle di parecchi individui della stessa specie, come ho potuto verificare direttamente, esclude che possa trat- tarsi di casi patologici, per quel che riguarda l'atrofia degli apici; si trattava di vedere quale dei due fenomeni — l'atrofia dell'apice o la ramificazione doppia — fosse causa dell'altro, per poter dare il giusto valore e l'esatta interpretazione morfologica degli organi che ne sono sede. Abbiamo visto a suo luogo in che modo rimarchevole e spe- cioso si sviluppino le cellule suberificate in tutti i tessuti degli apici vegetativi, compreso il mantello. Abbiamo anche detto che l'apice si mantiene attivo e capace di allungare la radice finche l'equilibrio fra elementi meristematici ed elementi suberosi non venga turbato a favore di questi ultimi. Ora tali elementi si riscontrano assai di buon'ora negli apici ra- dicali, persino in quelli che si trovano ancora circondati dai tes- suti della base dello stipite e che in mezzo ad essi si fanno strada per uscir fuori. Di più, essi elementi, che persistono per un certo — es- tratto sopra l'apice, scompaiono in seguito dal cilindro assile, men- tre si mantengono per sempre nella corteccia, e nel parenchima assile, disseminate equabilmente in tutto il loro spessore. Tutto ciò dice che il parenchima apicale nasce « predisposto » all'atrofia, di cui le cellule suberificate sarebbero la manifestazione materiale, e che pertanto essa è da considerare come qualità innata della pianta. Un altro fatto che ci porta alla medesima conclusione è lo svi- luppo rapidissimo degli elementi del cilindro assile, per cui, come si è detto, a breve distanza sopra l'apice esso si trova già bello e pronto, e con la stessa struttura delle regioni più vicine allo stipite. La ragione di questo affrettato sviluppo del cilindro assile mi sembra stia appunto nella predisposizione dell'apice al dissecca- mento. Infatti, ammesso, come è logico, che sia necessario alla pianta conservare quella stessa limitata lunghezza dei suoi assi radicali cui son capaci di giungere mediante i relativi apici, la lignificazione immediata del cilindro assile rappresenta evidentemente un mezzo a che l'atrofia non si estenda oltre i limiti del parenchima apicale propriamente detto. E certo che su tessuti già fortemente lignificati difìlcilmente ha luogo un successivo processo di suberificazione e conseguentemente di necrosi, onde la radice rimane presso a poco di quella stessa lun- ghezza alla quale giunse per opera del suo apice. Del resto, se gli apici hanno conseguentemente cosi breve du- rata e si scarsa importanza nell'accrescimento dell'apparato radi- cale della pianta, il periciclo ne surroga in certo modo la fun- zione. Il fatto che questo strato di tessuto ha un particolare difi^eren- ziamento e si mostra massimamente capace di produrre le iniziali di radici laterali nei punti più vicini all'apice della radice madre, può considerarsi come una prova della già enunciata specificità del- l'atrofìa. Si potrebbe dire che le qualità generative dell'apice emi- grino mano mano da questo, durante il breve periodo della sua at- tività e si distribuiscano lateralmente in uno strato di tessuto ade- rente al cilindro assile, e che quando l'apice si è totalmente esaurito, nel periciclo siano passate tutte le sue qualità generative in modo da potersi esplicare allora nella loro piena potenzialità produttiva. Alcune particolarità sul modo come si generano le radici secondarie danno credito a tale idea. Anzitutto il fatto che le radici secon- darie nascono in maggioranza nelle regioni vicine all'apice e tal- volta cosi numerose e cosi ravvicinate da dar origine ad un vero — 94 — organo fascicolato: costantemente poi si ha che due radici laterali, orientate di 180° fra loro e nascenti allo stesso livello, proprio al- l'estremità della radice madre, dove si arresta il processo dege- nerativo dell'apice, costituiscono il mezzo di ulteriore prolunga- mento dell'asse radicale. Questi due assi rappresentano, se così possiamo esprimerci, gli eredi principali delle facoltà generative, di cui l'apice si era mano mano impoverito trasmettendole al periciclo; e si ha per risultato definitivo la produzione di un organo apparentente dicotomico o meglio « pseudodicotomico », avuto riguardo al modo di origine delle due branche, che ha nulla di comune con la vera dicotomia. Le due branche costituiscono dunque la continuazione dell'asse principale da cui derivano. Da quanto si è detto sopra risulta che esse, ad onta della loro origine periciclica, hanno un valore più elevato che non quello di semplici radici laterali. Il loro studio anatomico conferma pienamente questo risultato in quanto che rivela in esse una struttura assai simile a quella dell'asse da cui son derivate, solamente più impoverita, ma molto più ricca ad ogni modo di quella delle radici laterali, nate nelle regioni alquanto distanti dall'apice. Come si è già detto, gli apici delle due branche pseudo-dicoto- miche si atrofizzano a loro volta e tornano a dar luogo a due nuove branche apicali. oltre a un certo numero di radici laterali disse- minate lungo i loro assi fino a limitata distanza dell'estremità. Il processo si ripete parecchie volte, ed ogni nuova branca apicale appare sempre più impoverita nella sua struttura, finche le ultime non difieriscono più affatto nella struttura da quelle laterali. V. — La struttura delle radici delle Palme dal punto di vista della teoria stelare. Secondo le definizioni di Van Tieghem e Douliot (1) chiamando « stela » l'insieme dei fasci vascolari e del connettivo che compon- gono un cilindro centrale, si avrebbe la « monostelia » quando questi fasci sono aggruppati in un cerchio o in parecchi cerchi concen- trici attorno all'asse dell'organo considerato, dove sta un midollo; la « polistelia » quando nell'organo i fasci sono aggruppati attorno a parecchi assi, in maniera da costituire altrettanti cilindri assili, aventi ciascuno il suo midollo; la « astelia » quando i fasci sono (1) Sur la polystelie. — Ann. di Se. Nat., Sèrie VII, t. 3, 1886, — 95 — i solati, non riuniti in cilindro assile, ma direttamente situati nella massa generale del corpo, dove allora non si può distinguere il mi- dollo né il connettivo. In base a queste definizioni lo stipite delle Palme sarebbe dunque astelico; le loro radici, sarebbero in base alle conclusioni del capi- tolo III, anch'esse fondamentalmente asteliche, e solo per la com- parsa dell'endodermide, del periciclo, per i fenomeni di fusione di una parte del sistema dei fasci interni con la cerchia vascolare pe- riferica, fenomeni tutti a cui si è data la dovuta interpretazione, si ha in esse la monostelia. Anche il Van Tieghem e il Douliot ammettono per altro che la monostelia possa derivare dalla astelia, benché quella sia ordinaria- mente il tipo originario di struttura dei cilindri assili, specie nelle radici. Ma v'ha di più. Da questa secondaria monostelia nelle radici di Washingtonia e Livistonia, si passerebbe senz'altro alla polisfcelia, ove, seguendo i concetti dei su citati Autori si considerano le branche pseudodicotomiche degli assi radicali principali nel loro insieme. Codesta deduzione é perfettamente lecita, perché abbiamo dimo- strato che, ad onta della loro origine periciclica, le due branche pseudodicotomiche hanno lo stesso valore morfologico dell'asse da cui derivano. In queste radici si hanno dunque successivamente tutti e tre i tipi di composizione del cilindro assile, e, come si è visto, i concetti di Van Tieghem e Douliot si adattano perfetta- mente ai fatti. E chiaro però che a questa conclusione non saremmo potuti ar- rivare se avessimo preso come base per la interpretazione della strut- tura il cilindro assile anziché, come abbiamo fatto, i fasci vascolari ossia i singoli « desmi ». Le deduzioni fondate sulla considerazioni del cilindro assile ci avrebbero condotto a conclusioni perfetta- mente opposte. E certo che la struttura delle radici somiglia assai a quella dello stipite, ma noi non avremmo potuto mostrare tali somiglianze comparando i cilindri assili fra loro. Il cilindro assile, ossia la 4C stela > del concetto Van Tieghiano è il termine ultimo dell'evo- luzione dell'organizzazione degli organi assili, il cui punto di par- tenza é invece il « desma ». Questa evoluzione consiste nella pro- duzione di tutti quei fenomeni — in senso largo — che conducono all'assetto definitivo dei vari desmi in seno al parenchima fonda- mentale, col sorgere cosi dei vari caratteri che contraddistinguono i diversi tipi di struttura. La conclusione di questo capitolo non può essere dunque diversa — se- da quella enunciata da Chodàt (1) a proposito della teoria del * di- vergente » di Bertrand, ossia della unità libero-legnosa che costi- tuisce l'unica base per l'interpretazione della complessa struttura delle Felci. « Abbandonando la nozione di stela — dice Chodat — che e oscura e varia da Autore ad Autore, Bertrand mostra che le strut- ture più complesse delle Felci possono tutte leggersi a partire dalle medesime notazioni. « Or è evidente che per stabilire delle omologie, quando si tratta di strutture anatomiche bisogna in primo luogo stabilire un punto di partenza non equivoco. E qui il merito della notazione di Ber- trand e di Oornaille, di costituire cioè un progresso considerevole sulla nozione di stela che può comprendere dei valori differentissimi ». Come si è visto, il punto di partenza non equivoco, ma unico e fondamentale da noi considerato è stato il fascio vascolare — xile- matico o liberiano o libero-legnoso — che rappresenta la vera entità unitaria dell'Anatomia vegetale, accanto al parenchima fondamentale. Da queste considerazioni risulta anche come la teoria del Cor- mak sia giusta nella sua sostanza. Esse infatti, dando migliore interpretazione ai fatti, rendono l'idea del Cormak perfettamente armonizzata con questi. Se si con- sidera cioè la struttura della radice, in forza delle sue somiglianze con quella dello stipite, come originariamente « astelica » e non polistelica, come anche rifiuta di ammettere il Drabble, i succes- sivi cambiamenti strutturali che avvengono nello sviluppo della radice consisterebbero nella comparsa della « monostelia » e da ul- timo della « polistelia », considerando l' insieme degli assi radicali pseudodicotomici. Cosi non hanno più luogo le obbiezioni dei pro- fessori Buscalioni e Lo Priore alla teoria del Cormak, perchè si avrebbero all'apice e alla base delle radici due diverse composi- zioni del cilindro assile, in armonia con la diversa funzione che, se- condo l'idea del Cormack, avrebbero queste due regioni della radice. VI. — Conclusioni. Dopo che il Van Tieghem (2) diede, con precisione geometrica le definizioni anatomiche dei vari organi vegetali, dichiarando che essi si ricollegano a tre tipi fondamentali — Radice, Fusto, Foglia (1) Chodat. — Les Ptéridopsides des temps paléozoiques. — Arch. des Scien- ces Physiq. et Nat., 4° période, t. 26, pag. 10, Genève, 1908. (2) Van Tieghem. — Mémoire sur les canaux sécréteurs des plantes, Ann. des Se. Nat., 5" Serie, t. XVI, 1873. — 97 — — e mostrando che esistono in ciascuno di questi tipi dei carat- teri che permettono di distinguerli, in maniera che si può ricono- scere sempre il tipo cui appartiene anche un solo frammento di pianta, la Morfologia vegetale ebbe finalmente una direttiva co- stante nei suoi studii, che da quelle divisioni presero sempre le mosse. Anche prima del Van Tieghem, il Wolff (1) aveva riguardato il fusto e le toglie come delle parti essenzialmente differenti, ed il Braun sopratutto (2) aveva insistito sulla differenza di natura che possiedono radici, fusto e foglie dicendo che la Morfologia deve avere per base la distinzione netta e precisa di queste tre parti del corpo della pianta. Cosi infatti avvenne, finché, come si disse nel I capitolo, non si manifestarono col Delpino le prime tendenze all'unificazione della natura morfologica degli organi vegetali, specialmente tra fusto e foglie. Le conclusioni seguenti, che rappresentano la sintesi delle pre- cedenti considerazioni abbattono in certo senso la barriera che, dal punto di vista della Morfologia interna, sembra esistere anche fra radice e fusto, per quel che riguarda almeno le Palme e le Pan- danacee. Infatti tenendo fermo il concetto di « omologia » che si applica a quegli organi che hanno la stessa natura, ma funzione e perciò struttura differenti, si potrebbe, in base a quanto si è detto nel capitolo III, applicarlo anche alle nostre radici, ritenendo addi- rittura « omologhi > i fasci metaxilematici di queste a quelli dello stipite, da una parte, e il complesso del parenchima corticale-mi- dollare al parenchima fondamentale, dall'altra, in forza appunto delle dimostrate somiglianze. Il tipo strutturale delle radici è fondamentalmente simile a quello dello stipite, in virtù specialmente della disposizione sparsa dei fasci metaxilematici delle prime in seno al parenchima assile; tutte le divergenze di struttura tra i due organi vanno conside- rate come devolute a cause posteriori di adattamento funzionale (idea del Oormak) o biologico o rappresentano caratteri spiegabili con la filogenesi. Cosi l'endodermide, il periciclo, la cerchia vascolare, il cilindro assile, ecc., non possono considerarsi quali entità anatomiche as- solute, ma come modificazioni o evoluzioni delle due vere unità (1) Wolff. — Theoria generationis, 1769. (2) Braun Alex. — Verjungung in der Natur, 1861 ; Das Individuum der Pflanze, Berlin, 1863. Annali di Botanica — Vol. X. 7 — 98 — anatomiche — il desma e il parenchima fondamentale — sotto lo impero di momenti fìsio-biologici e filogenetici determinabili. Gli apici vegetativi radicali in alcune Palme {Washingtonia, Livistonia, ecc.) sono organizzati per una attività incrementale li- mitata, venendo rimpiazzati, per l'ulteriore sviluppo dell'apparato radicale, dal periciclo. Conseguenza di questa organizzazione è un tipo di ramifica- zione radicale che può assimilarsi alla dicotomia, ma che, avuto riguardo al modo di origine delle branche, va meglio chiamato < pseudo-dicotomico ». Accanto a tali Palme altre ve ne sono che presentano vere ra- dici dicotomiche {Phoenix dactylifera. Cocos, ecc.). Benché il concetto di « stela » si adatti il più delle volte alle strutture definitive pure è evidente che esso non può costituire il punto di partenza per la loro interpretazione. Ad esso va sostituito quello del « desma », confermandosi così le vedute del Bertrand e Cornaille, del Buscalioni e Lo Priore e di altri. SPIEGAZIONE DELLE FIGURE. Tav. II. Fig. 1. — Radice pseudo-dicotomica di Washingtonia filifera. Nel mezzo delle due branche vi è l'apice di vegetazione atrofizzato dell'asse principale. Fig. 2. — Sezione longitudinale mediana dell'apice di una vadice principale. Fra gli elementi del gruppo comune di iniziali sono intercalate numerose cellule suberificate. Fig. 3. — Sezione longitudiuale mediana dell'apice radicale totalmente sube- rificato di una Livistonia, dopo trattamento con acqua di Javelle. In seno al gruppo meristemale apicale si diiferenzia precocemente l'endodermide. Fig. 4. — Sezione longitudinale dell'apice radicale di Pandanus utilis. Il ci- lindro assile, eccentrico verso destra, è nettamente formato già nell'apice stesso, come pure nelle precedenti figure. Fig, 5. — Sezione trasversale di una radice principale di Livistonia australis in prossimità dell'apice, con radice laterale. Due dei fasci interni che qui accennano a staccarsi dalla cerchia periferica, più in alto si ritrovano completamente isolati in seno al parenchima fondamentale. Fig. 6. — Sezione trasversale di una grossa radice principale di Washingtonia filifera. Le gi-osse tracheidi circondate da astucci di fibre costituiscono delle isole in mezzo al parenchima fondamentale. Le più esterne sono fuse in una cerchia periferica, insieme col protoxilema. Tav. III. 4 fig^ 7, — Sezione trasversale di una grossa radice di Oreodoxa regia. Come sopra. Notevole lo sviluppo del parenchima fondamentale, in seno al quale stanno disseminate numerose cellule ispessite. ANN. BOT. X TAV. Il ì ( ' il FIG. 1 È- FIG. 2 Tfó^ FIG. 5 n ■m f FIG. 6 ANN. BOT. X TAV. 11! FIG. 7 «.V. FIG. 10 J FIO. 9 FIG. 11 ^ é^k^^m. k •'"V^ ^ ^^ • ^ FIG. 8. — 99 — Fiy. 8. — Sezione trasversale di una radice principale di Cocos flexuosa in via di schizostelia . Nella metà sinistra vi è un fascio interno nel quale si riconoscono, accanto alla grossa tracheide, due gruppetti di libro. Lo stesso si ha nel fascio posto al conline tra le due future stele, in cui l'endodermide interrotta in seguito all'introflessione, lascia libero contatto tra il parenchima interno e l'esterno. Fig. 9. — Sezione trasversale di una grossa radice di Chamaedorea elatior a costituzione apparentemente raggiata, ma in realtà con disposizione sparsa dei fasci. Qua e là si notano piccoli gruppi di libro. Fùj. 10. — Sezione trasversale di una radice di un'altra specie di Chamae- dorea. 1 fasci metaxilematici aderenti alla cerchia vascolare sono ut ti provvisti di libro (oltre a quello che alterna regolarmente coi gruppi del protoxilema). Fig. li. — Sezione trasversale di un grossa radice di Pandanus utilis. I fasci costituiti costantemente da una grossa tracheide, da un gruppetto di libro e da un astuccio di fibre sono spesso fusi a due a due o a tre a tre per mezzo di queste ultime. Delle zone di parenchima fondamentale, nelle quali si notano, non altrimenti che in quello esterno, dei cordoni di sclerenchima, separano fra loro questi gruppi. Un piccolo pugillo di piante raccolte nell'Enclave de Ladò per il Prof. E. Chiovenda Il dottore veterinario Ettore Bovone raccolse l'anno passato po- che specie che mandò al prof. Gola del R. Istituto Botanico di Torino, presso il cui Museo botanico ora si trovano. Furono comu- nicate senza indicazione precisa di località. Stimo opportuno ren- dere pubblico l'elenco di quelle specie, essendovene tra esse alcune che per la loro distribuzione geografica riescono assai interessanti. Ocyìuum basilicum Linn. Cyperus Sieberianus (Nees) K. Schum. Scleria Schiceinfurtliiana Bòckl. Imperata cijlindracea var. Koenigii (Retz.) Hackl. Cymhopogon (ilipendulus (Hochst.) Eendle. Digitar ia diagonali^ (Nees) Stapf. Panicunt falciferum Trin. » brizanthuììi Hochst. forma latifolium Oliv. » maximum Jacq. Pennisetuin Benthami Steud. Sporobolu.s elongatus E,. Br. » festivus Hochst. Chloris pychnoihrix Trin. Eleusine indica (Linn.) Gaertn. EragrostÌK aethiopica Chiov. » ciliaris (Linn.) Link. La Scleria SchiveinfurtJdana Bòckl, è propria della regione del Bahr el Gazai posta un po' più a N dell'Enclave. Jj Imperata cylindracea var. Koenigii Hackl. caratteristica per le larghe lamine fogliari e pei nodi cinti di un anello di lunghi peli argentini credo nuova per la regione. Per il Bahr el Gazai è indicata la Thumbergii e per la valle Semliki ad W del Ruwenzori è indicato il tipo. — 102 — Il Cymbopogon filipendulus cresce abbondante nelle regioni sab- biose aride lungo i fiumi più bassi e caldi. Io lo vidi abbondan- tissimo lungo i confluenti del Tacazzè nello Tzellemti ove cresce enormemente fino a raggiungere e talora sorpassare i 3 metri di altezza ed è in pieno sviluppo floreale alla fine del periodo imbri- fero. Secondo Dawe è comune nel territorio Acholi, nella parte più meridionale della valle del Nilo, poco discosto perciò da questa regione. La Digitaria diagonalis è diffusa nelle steppe di tutte le re- gioni Nilotiche tra 500 e 2500 m.. Il Panicum falciferum e il Pennisetum Benthami sono più pro- prie delle regioni più occidentali dell'Africa, dal Niger all'Angola. Lo Sporoholus festivus Hochst. è comunissimo in Abissinia in località aride e pietrose più o meno erbose, apriche : ed è in pieno sviluppo durante l'epoca delle pioggie. E anche indicato delle steppe a SW dei monti Kilimandjaro e Meru. Ìa Eragrostis aethiopica Chiov. è nota oltre che di Abissinia anche della Somalia e sembra diffusa in tutta l'Africa equatoriale. Differisce dalla E. piloaa P. B. per le spighette assai più sottili in pannocchie ricchissime assai sviluppate, con rametti capillari piuttosto lunghi. Cromofotomicrografia. Nota di tecnica fotomicrografica del dott. Giovanni Faure I fotomicrogrammi in nero nonostante che essi siano bene ese- guiti, pure non rappresentano un preparato microscopico in tutta la sua bellezza, poiché manca la riproduzione dei colori. Tutti i micrografi oramai sanno che per mettere in evidenza certi orga- niti cellulari, per far spiccare delle minute strutture, si ricorre alla colorazione delle preparazioni microscopiche, colorazione che non solo è semplice, ma doppia, tripla e qualche volta quadrupla. Ora qualcosa di più attraente, di più dimostrativo, di più utile che presentare un fotomicrogramma non più in nero, ma avente gli stessi colori del preparato da cui fu tratto? In base a ciò voglio qui trattare della cromofotomicrografìa, cioè della fotomicrografia dei colon illustrando tre processi diversi: il tricromico e quelli Lumière e Jougla. II primo permette di ottenere cromofotomicrogrammi su carta, gli altri solo cromofotomicrogrammi diapositivi potendosi essi os- servare per trasparenza o per proiezione. Il micrografo poi che volesse avere una guida facile e sicura per la fotomicrografia (non parlando io in questa nota delle ope- razioni fotomicrografìche generali) può consultare il mio Manuale pratico di fotomicrografia (1) che recentemente ho pubblicato. Processo tricromico. Gl'inventori furono Cros e Ducos de Hauron i quali indipen- dentemente l'uno dall'altro enunciarono il principio della tricromia, cioè : il colore di qualsiasi oggetto è dato da miscugli in certe pro- porzioni di tre colori fondamentali, del rosso, del giallo, dell'az- zurro. Ad esempio il verde risulterà della mescolanza del giallo e (1) Dott. Giovanni Faure. — Manuale pratico di fotomicrografia. — Sam- paolesi, Roma, 1911. — 104 — dell'azzurro, il violetto della unione dell'azzurro e del rosso, ecc., e le gradazioni di ciascun colore composto dipendono appunto dalle quantità dei componenti. Siccome ciascun colore assorbe tutti quanti gli altri colori eccetto quello che riflette, cioè il proprio, si potrà dedurre che la mescolanza dei nostri tre colori fondamentali li as- sorba tutti producendo cosi il nero. Ciò avviene quando i tre pig- menti coloranti si trovano ad un grado assoluto di saturazione, poiché se questo grado non è completo ma ciascun pigmento con- tiene la stessa quantità di bianco, si ottiene il grigio il quale sarà tanto più scuro quanto più i tre pigmenti mancheranno di bianco. Anzitutto nel processo tricromico dovremo selezionare i colori dell'oggetto ottenendo su tre negativi le parti rosse, gialle e az- zurre. Ciò si fa ricorrendo a filtri di luce speciali che abbiano il colore complementare di quello che vorremo imprimere, come risulta da questo quadro: Colori foudamentali Filtri di colore complementare Rosso Verde Giallo Violetto Azzurro Aranciato Ad esempio il filtro verde lascerà passare solo le radiazioni gialle e azzurre che nel loro insieme formano appunto il verde, ar- restando le rosse; il filtro violetto sarà permeabile ai raggi rossi e azzurri, ma non lascerà passare i gialli ; il filtro aranciato non ostacolerà le radiazioni rosse e gialle, ma tratterrà quelle azzurre. Dunque l'immagine negativa delle tre lastre avrà trasparenti le parti corrispondenti rispettivamente al rosso, al giallo, all'azzurro e al bianco e mostrerà coperte le porzioni relative agli altri colori e al nero. Se ora dai negativi ottenuti che rappresentano i colori dell'og- getto selezionati nei tre fondamentali rosso, giallo e azzurro, stam- piamo i positivi nelle stesse tinte e li sovrapponiamo, è chiaro che avremo riprodotti tutti i colori del soggetto con le più svariate gradazioni. Per conseguenza il processo tricromico si può riassumere in tre operazioni principali: 1^ Selezione dei colori del soggetto ottenendo tre negativi delle parti rosse, gialle e azzurre. 2^ Tiraggio dei positivi monocromi (colorati rispettivamente in rosso, giallo e azzurro). 3''^ Sintesi dei colori con la sovrapposizione dei monocromi. — 106 — Queste operazioni, bisogna dir la verità, sono lunghe e non scevre di qualche difficoltà: però con la pazienza che deve carat- terizzare un fotomicrografo, si ottiene una certa pratica che con- duce poi ad ottimi risultati. Per la tricromofotomicrografìa occorrono lastre al gelatino bro- muro d'argento che abbiano una spiccata sensibilità per tutte le radiazioni dello spettro: ormai nessuno ignora che le lastre ordi- narie non riproducono i colori di un oggetto, secondo il chiaroscuro cromatico percepito dal nostro occhio, cioè secondo la gamma delle luminosità, ma bensì completamente falsati. Infatti i colori affinici (azzurro e violetto) impressionano fortemente la lastra, per cui nella stampa del positivo vengono resi con luminosità diversa da quella percepita da noi, risultando chiari; altri colori meno affi- nici (rosso, giallo, verde) hanno un'azione molto lenta e quasi nulla sulla lastra, onde nella stampa si presentano scuri. Il Vogel nel 1873 ha trovato che ìtiescolando alla preparazione sensibile della lastra certi colori di anilina^ si aumenta la sensibilità della stessa preparazione per i raggi assorbiti dalle materie coloranti. Questo è il principio &%\V ortocromatismo e le lastre che presentano sensibilità per tutte le radiazioni dello spettro dicansi pancroma- tiche o panortocromatiche. I colori di anilina usati generalmente per sensibilizzare le lastre sono: l'eosina, l'eritrosina, il rosso d'etile, il violetto d'etile, come pure il pinacromo, il pinaciol, l'ortocro- mo, ecc. Lastre pancromatiche già preparate se ne trovano di buone in commercio, ad esempio le Perchromo Perutz, quelle della casa Meister Lucius e Bruning, quelle della casa Wratten e Wain- wrigt, e finalmente le nuove lastre Cappelli fotomeccaniche; però ognuno con un po' di buona volontà può prepararsi da se mede- simo delle buone lastre pancromatiche per tricromia sensibiliz- zando quelle comuni al gelatino bromuro d'argento. Le lastre da sensibilizzare adatte per tricromofotomicrografìa sono quelle del tipo lento, perchè appunto queste hanno una emul- sione a grana finissima indispensabile per ottenere una grande precisione e nettezza di particolari nell'immagine. Lastre che io consiglio sono : Luminosa — Marca verde. Cappelli — Marca verde. Lumière — Marca rossa. Schleussner — Marca gialla. — 106 Riguardo al bagno di sensibilizzazione riporterò solo quello sug-^ gerito dal prof. Namias, che generalmente si presta assai bene, a base di violetto d'etile, di eritrosina e di eosina : (1) l Violetto d'etile. ] Acqua distillata j Eritrosina gr. 1 ce. 1000 gr. 1 oc. 1000 gr. 1 ce. 1000 f Acqua distillata i Eosina .... I Acqua distillata Per l'uso si prendono: Acqua distillata ce. 500 Soluzione 1 » 3 » 2 > 4 > 3 » 6 Le lastre s'immergono stando all'oscuro nel bagno di sensibi- lizzazione e vi si lasciano per 20 minuti ; quindi si tolgono e si mettono in una bacinella contenente alcool a 96° per 5 minuti; finalmente si fanno asciugare al riparo della polvere. Preparate le lastre pancromatiche occorre allestire i tre filtri di selezione ; si prendano sei lastre per diapositive, ad esempio Jougla, Guilleminot, si fissano con iposolfito sodico, si lavano ab- bondantemente, quindi dopo asciugate si immergono a coppia nelle soluzioni coloranti le quali dovranno essere ben filtrate per non avere l'inconveniente di una ineguale colorazione della gelatina. Per il filtro verde si userà: Bleu carminio Tartrazina . . Acqua distillata . oppure : E,apid-Piltergrùn Acqua distillata Per il filtro violetto : Cristalvioletto .... Bleu metilene .... Acqua distillata ce (1) Le sostanze coloranti che ho nominato ed altre che citerò più avanti debbono essere pure. Si acquisteranno perciò dal Merk, dal Grubler, dal Mei- ater Lucius. gr- 1 » 0,5 ce. 1000 gr- 4 ce. 300 gr. 3 » 1 ce. 1000 — 107 — oppure : Filterblau gr. 1 Acqua distillata .... ce. 180 Per il filtro aranciato: Ponceau gr, 1 Tartrazina » 0,2 Acqua distillata ce. 1000 oppure : Rapid-Filterrot I . . . . gr. 5 Acqua distillata ce. 200 Le lastre debbono soggiornare nei bagni coloranti per 5 o 6 mi- nuti, mentre si agiteranno continuamente le bacinelle. Si estraggono quindi gli schermi, si lavano e si fanno seccare : quando l'essicca- mento è completo, ciascuna coppia dello stesso colore viene saldata» gelatina contro gelatina, mediante interposizione di balsamo del Canada sciolto in cloroformio, quindi si lascia bene aderire ed asciu- gare mettendovi su un peso: per finire si applicano agli orli delle coppie delle strisce di carta nera gommata che terranno unite sta- bilmente le due lastrine. Filtri di luce che servono anche assai bene possono essere fatti mettendo delle soluzioni colorate in una eu- vetta a faccio parallele dello spessore di 10 mm. Le formule per le soluzioni sono le seguenti : Per il filtro aranciato : fiapid-Filterrot I gr. 1,5 Acqua distillata ce. 2000 Per il filtro verde: Rapid-Filtergrùn I . . . . gr. 1,5 Acqua distillata ce. 2000 Per il filtro violetto : Cristalvioletto gr. 1,5 Aequa distillata ce. -±000 E chiaro che le soluzioni vanno filtrate prima dell'uso. Vediamo ora quali obiettivi si prestino per la tricromofotomi- crografia. Certamente per la riproduzione tricromica di un prepa- rato, come pure per ottenere cromofotomierogrammi con i processi Lumière e Jougla dei quali ci occuperemo poi, sarebbero necessari per non dire indispensabili obiettivi apocromatici; però siccome non tutti hanno la fortuna di procurarseli, dirò che con i comuni obiet- tivi semiapocromatici ed acromatici si ottengono pure buoni risul- — 108 — tati ; riguardo agli oculari è bene usare quelli di proiezione ed i compensatori (1). I filtri di luce (lastrine) si adatteranno nell'interno della camera oscura fotomicrografìca dietro l'oculare ; con questi filtri le pose re- lative per il verde, per l'aranciato e per il violetto sodio presso a poco le seguenti: 18 : 12: 1; del resto è cosa estremamente difficile dare dei rapporti precisi, in quanto che essi dipendono dall'inten- sità stessa dei filtri. Usando come filtri le sostanze coloranti entro la euvetta a facce parallele, il tempo di posa fra il violetto, il verde e l'aranciato ha questo rapporto : 1 : 3 : 2 ; il filtro violetto a sua volta allunga di 4 volte la posa data alla lastra senza l'uso di nes- sun filtro. Raccomando allorché si espongano le tre lastre di non far su- bire neanche la minima scossa all'apparecchio fotomicrografico, come potrebbe accadere quando si cambiano ad esempio i filtri di luce, poiché é chiaro che la più piccola oscillazione comprometterebbe un buon esito. Lo sviluppo dei tre negativi si farà nel laboratorio oscuro con lampada munita di carta Vivida messa in commercio dalla Casa Lumière in fogli di colore giallo e verde. Fra gli sviluppatori si dovranno adoperare quelli che conducono a negativi armoniosi e assai trasparenti ; consiglio dunque il rivelatore alla glicina il quale è di azione lenta e permette di seguire con comodo l'andamento dello sviluppo, di correggere molto bene gli errori di posa e final- mente dà un precipitato di argento metallico in forma di polvere finissima, cosa indispensabile per l'estrema finezza dei dettagli. Una buona formula alla glicina é la seguente : Acqua distillata calda . . . ce. 1000 Solfito sodico crist. . . . • gr- 100 Carbonato potassico . . . » 70 Glicina » 20 Soluzione di bromuro potassico al 10 % qualche goccia. Nel preparare lo sviluppo si usi acqua calda per facilitare la solu- zione della glicina : è ovvio che la soluzione sviluppatrice va lasciata raffreddare prima dell'uso. Si cerchi di sviluppare i tre negativi in (1) Dò qui un quadro degli obbiettivi apocromatici utili nella cromofoto- micrografìa fabbricati dal Koristka di Milano. . . ( a secco 16 mm. — 8 mm. — 4 mm. Apocromatici \ , . . / ad immersione omogenea 2 mm. Microplanar 76 mm, — 35 mm. — 109 — modo che abbiano all'incerca la stessa densità, affinchè poi nella stampa sintetica dei monocromi non si abbiano i colori di un pre- parato microscopico falsati per la preponderanza o per la deficienza di qualche colore fondamentale. Il bagno di fissaggio acido delle lastre avrà la formula seguente: Iposolfito sodico gr. 300 Bisolfito sodico » 25 Acqua distillata ce. 1000 A fissaggio terminato si lavano le lastre per un'ora in acqua corrente, quindi si lasciano asciugare, previo passaggio in una ba- cinella contenente alcool a 95" in cui dovranno rimanere per 15 minuti. Ed ora passiamo alla stampa dei tre negativi. Per il tiraggio dei monocromi si ricorre alla carta al pigmento ; questa è costituita da carta ricoperta da uno strato di gelatina che si può colorare con i più svariati colori rappresentati da pigmenti insolubili. Nel no- stro caso si prenderà della carta pigmentata di colore rosso, giallo e azzurro: tra le migliori carte pigmentate del commercio citerò quelle dell'Autotype Company di Londra e quelle della Rotary Comp, pure di Londra. Anzitutto occorre sensibilizzare le carte in un locale illuminato da debole luce artificiale ; siccome in fotomicrografia è bene avere copie contrastate, si userà il seguente bagno sensibilizzatore : Bicromato potassico puro. . . gr. 2 Acqua distillata ce. 100 Acido citrico gr. 0,5 Ammoniaca quanto basta per cambiare la colorazione aranciata della soluzione in sfiallo canario. f S'immerge la carta in una bacinella contenente detta soluzione e vi si lascia circa 5 mimiti, quindi si toglie, si fa sgocciolare e si stende con la gelatina ali 'ingiù sopra una lastra di vetro e per mezzo di un rullo di gomma passato sul rovescio si toglie l'eccesso della soluzione bicromatata. Si appende poi per un angolo per mezzo di una morsetta e si lascia asciugare all'oscuro spontaneamente : a completa essiccazione può essere adoperata. È bene usare subito la carta sensibilizzata, perchè dopo qualche giorno si altera e si va incontro a delle brutte sorprese nelle manipolazioni che seguono. — 110 — La stampa dei tre monocromi si fa alla luce diurna mettendo i fogli rispettivamente sotto al negativo ottenuto col filtro di colore complementare ad ognuno di essi, cioè il foglio giallo sotto al nega- tivo ottenuto attraverso il filtro violetto, il foglio rosso sotto al ne- gativo del verde e finalmente il foglio azzurro sotto al negativo dell'aranciato. È utile contornare i bordi del negativo con carta nera per ragioni che tra poco dirò. La stampa delle tre carte richiede tempi diversi che si possono determinare per mezzo della stampa sulla prova gialla nella quale tutti i dettagli si vedono chiaramente, e sempre alla stessa luce si fanno le esposizioni degli altri due monocromi dando per l'azzurro un terzo e per il rosso quasi il doppio della posa richiesta per il giallo. Si preparino intanto dei supporti provvisori di celluloide del formato un po' più grande delle prove e isi spalmino con una so- luzione di : Spermaceti gr. 5 Benzolo ce, 100 avendo cura di strofinare con della flanella in modo che non vi ri- manga eccesso di grasso. Su questi supporti bisogna trasportare -i monocromi : l'opera- zione si fa in un luogo illuminato da debole luce. Si immerge la carta stampata ed il supporto di celluloide in una bacinella con acqua fredda facendo aderire la superficie spalmata del supporto con quella gelatinata della carta; si tolgono poi dall'acqua, si sten- dono sopra una robusta lastra di vetro con la carta all'insù e si caccia via l'eccesso di acqua pa.ssaudovi sopra un rullo di gomma; si mettono quindi fra due fogli di carta bibula sotto un pressa per circa un'ora e poi si procede allo sviluppo. Questo si fa con acqua calda la quale serve ad asportare tutta la gelatina che non è stata insolubilizzata. Nelle parti che subirono più o meno l'azione della luce, il bicromato avendo reso insolubile la gelatina pigmentata, si formerà un'immagine con le relative gra- dazioni di tinta. La prova montata sul supporto di celluloide si mette ora in una bacinella con la carta all'insù e vi si versa dell'acqua tiepida che si sostituirà sempre con acqua un po' più calda (però non oltre i 60°); lo strato gelatinato della carta si scio- glierà a poco a poco cominciando dai bordi in corrispondenza cioè dei contorni di carta nera che ho consigliato di applicare al nega- tivo. Si può allora cominciare a staccare la carta con grande pre- cauzione; l'immagine rimarrà cosi sul supporto di celluloide ma apparirà confusa e senza dettagli, fin tanto che seguitando lo spo- — Ili - gliamento con acqua calda rinnovata continuamente, essa si mo- strerà nitida e brillante. La stessa operazione si compie per i tre monocromi. Siamo ora giunti all'ultima parte del processo tricromico, cioè alla sovrappo- sizione dei moiiocromi sopra un unico foglio di carta sul quale si compirà la sintesi dei colori del preparato fotografato. Per garantire una perfetta resa dei colori si cerchi di sovrap- porre per semplice contatto i tre monocromi e si guardino per trasparenza: si potrà allora giudicare se essi daranno una buona sintesi oppure se qualche monocromo dovrà essere indebolito o raf- forzato. L'indebolimento si fa seguitando a trattare il monocromo con acqua; il rafforzamento immergendo la prova di nuovo nel bagno colorante. Quando le immagini presentano una giusta intensità si passano in acqua fr,edda e si lasciano asciugare. Intanto si prende della buona carta da doppio trasporto e sott'acqua fredda si fa coin- cidere il monocromo giallo con la parte gelatinata di essa; si estrag- gono poi dall'acqua e con un rullo di gomma si premono sopra una lastra di vetro e si lasciano poi asciugare. Quando ciò è av- venuto, distaccando il foglio di celluloide l'immagine gialla rimarrà sulla carta; si strofina allora essa con un bioccolo di cotone idro- filo imbevuto di benzolo per eliminare le eventuali tracce di grasso, ed allora immergendo il foglio di nuovo nell'acqua fredda si pas- serà alla sovrapposizione del monocromo rosso e poi di quello azzurro ripetendo sempre lo stesso processo. In questo modo la sintesi dei colori è compiuta e, ripeto, se tutte le operazioni sono state condotte con molto cura e pazienza, il fotomicrografo vedrà le sue fatiche coronate da successo potendo contemplare l'immagine delle sue preparazioni microscopiche nella pienezza dei loro colori. Processo Lumière. I fratelli Lumière per la fotografia dei colori hanno messo in commercio da qualche anno le loro lastre « Autochromes ». Per la fabbricazione di queste lastre si procede a questo modo. S\ scelgono per mezzi di speciali apparecchi dei granuli d'amido aventi un diametro di 15-20 micron : questi granuli vengono divisi in tre categorie, gli uni verranno per mezzo di speciali soluzioni tinti in aranciato, altri in verde, altri in violetto. Dopo completa essic- cazione i granuli sono mescolati in modo che nella mescolanza non ai abbia dominante alcuna delle tinte di essi: quindi vengono spol- - 112 — verati sopra una lastra di vetro ricoperta da una sostanza agglu- tinante, in modo che i granuli si tocchino senza che avvengono tra loro delle sovrapposizioni. Le lacune fra un granulo e l'altro vengono riempite con polvere di grafite. La lastra in questa maniera porta uno strato, un milli- metro quadrato del quale è costituito da circa 5000-6000 granuli aranciati, verdi, violetti; sopra questo strato si stende una speciale vernice impermeabile con indice di rifrazione che si avvicina quanto più è possibile a quello della fecola. Finalmente sopra que- sto strato di vernice si cola una emulsione pancromatica al gela- tino-bromuro d'argento. Lo strato dei granuli rappresenta, direi cosi, un'enorme quan- tità di infinitesimi filtri di luce, avendo ciascun granulo di un dato colore affinità con raggi dello stesso colore e la luce prima di giun- gere all'emulsione deve attraversare lo strato granulare, poiché la lastra, come ripeterò più innanzi, si deve porre con il vetro ri- volto verso l'obiettivo. Per comprendere bene le formazione dei co- lori sulla lastra, cercherò di rendere schematico il procedimento il- lustrando la dimostrazione con un esempio. Possiamo considerare che i granuli aranciati, verdi e violetti risultino rispettivamente : ( di una porzione rossa, Aranciati ) ^- ^^^ porzione gialla. ) di una porzione gialla, / di una porzione azzurra. Violetti ) ^^ ^^^ porzione azzurra, I di una porzione rossa. Supponiamo ora di dover fotografare dei bacterì tinti in rossa ad esempio con la fuxina carbolica. Un raggio rosso proveniente dalla preparazione colorata attraversa il vetro della lastra e giunge sullo stato granulare in corrispondenza poniamo il caso di tre gra- nuli giustapposti e di colore diverso. Il granulo aranciato sarà at- traversato in corrispondenza della sua porzione rossa e dietro di esso la parte sensibile dell'emulsione pancromatica sarà impres- sionata proporzionalmente. Il granulo verde non contenendo al- cuna porzione rossa, dietro ad esso l'impressione sarà nulla. Final- mente in corri.spondenza della parte rossa del granulo violetto avremo parimenti impressione nello strato sensibile. Sviluppando ora la lastra, si formeranno tanti punti grigi in corrispondenza delle parti rosse dei granuli aranciati e violetti e — 113 — non si formerà nulla in corrispondenza dei granuli verdi, cioè tutte le parti non ridotte del bromuro d'argento rimarranno sensibili come in principio, vale a dire dietro la parte gialla del granulo aranciato, dietro la porzione azzurra del granulo violetto e dietro l'intero granulo verde. Se ora la lastra cosi sviluppata venisse fissata con iposolfito di sodio, si avrebbe l'immagine dei bacterì rossa? No, perchè le parti rosse sono coperte da argento ridotto. Si avrebbero trasparenti i granuli verdi e la parte gialla e az- zurra dei granuli aranciati e violetti, parti che danno insieme ap- punto un colore verde; dunque si avrebbe un'immagine verde, cioè del colore complementare del rosso. Occorre perciò invertire l'immagine, cioè far diventare trasparenti i punti rossi e coprire i verdi: il che si ottiene facendo agire in un bagno dissolvente le parti annerite ed allora verranno allo scoperto le porzioni rosse, e facendo seguire un nuovo sviluppo alla luce delle porzioni non impressionate del sale d'argento, in modo che ar- gento metallico si depositi in corrispondenza dei granuli verdi e delle porzioni gialle e azzurre dei granuli aranciati e violetti. Solo cosi esaminando per trasparenza la lastra si vedranno i bacterì rossia Lo stesso accade per la fotografia di preparazioni co- lorate in altro modo: dopo il primo sviluppo si avrà l'immagine con i colori complementari di quelli originali, e solo con l'inver- sione e con il secondo sviluppo si otterranno i colori reali di essa. Le diverse gradazioni di colore si ottengono per combinazioni delle diverse porzioni corrispondenti a ciascun granulo. Quando tutti i granuli sono completamente scoperti si ottiene luce bianca mentre il nero è dato dalla completa copertura dei granuli me- desimi. Come nelle lastre ortocromatiche per avere il vero chiaroscuro cromatico occorre uno schermo compensatore delle diverse radia- zioni, qui nelle lastre per la riproduzione diretta dei colori è as- solutamente indispensabile un filtro che assorba i raggi ultra-vio- letti ed arresti un po' i raggi attinici azzurri e violetti, poiché al- trimenti si avrebbero delle immagini false di un colore predomi- nante azzurrognolo. Il filtro compensatore messo in commercio dalla stessa casa Lu- mière è di color giallo e serve benissimo adoperando come luce quella solare o quella dell'arco voltaico. Però in quest'ultimo caso, come pure adoperando lampade Nernst, essendo allora lo schermo un po' intenso in rapporto a tali luci, ne occorrerà uno più debole. Hiibl dà delle formule per la preparazione di filtri tanto normali, Ankàli di Botanica — Vol. X. 8 — 114 — quanto meno intensi. Per quell normali si faranno le tre seguenti soluzioni : Tartrazina gr. 1 Acqua distillata ce. 600 Saffranina gr. 0,1 Acqua distillata ce. 700 j Gelatina gr. 6 1 Acqua distillata ce. 90 Si prendano ce. 40 di C -(- ce. 10 di A -|- ce. 10 di B. 1 2 3 Si aggiungerà quindi la seguente soluzione che ha lo scopo di arrestare abbastanza bene i raggi ultra-violetti: Esculina gr, 0,4 Acqua distillata ce. 20 Ammoniaca gocce 3 Questa soluzione si stende sopra una lastrina di cristallo di circa 1 mm. di spessore, priva il più che è possibile di bolle o di strie, accuratamente pulita. Si preparano due di queste lastrine, si lasciano asciugare, quindi dopo di averle scaldate dolcemente, si pone sopra una di esse un poco di balsamo del Canada puro sciolto in cloro- formio e si comprimono quindi delicatamente l'una contro l'altra mettendovi su un peso qualsiasi. Le eventuali bolle d'aria che po- trebbero formarsi tra le due lastrine scompaiono facilmente dopo breve tempo. A completa essicazione del balsamo, si circondano gli orli delle lastrine -con carta nera gommata ed il filtro compensa- tore è bell'e preparato. Usando luce artificiale (che è meglio sem- pre preferire in fotomicrografia per le varie ragioni che ho accen- nato nel mio manuale) con lampada elettrica ad arco, lo schermo sarà preparato con la soluzione seguente : ce. 40 di C + ce. 4 di A -|- ce. 1 di B. gr. 0,4 di esculina. ce. 35 di acqua distillata. 3 gocce d'ammoniaca. Per lampade Nernst occorrerà uno schermo ancora più debole che si otterrà con : ' ce. 40 di C -f ce. 3 di A gr. 0,4 di esculina. ce. 37 di acqua distillata. — 116 — Ho voluto indicare anche queste due ultime formule adatte quando si fa della fotomicrografia a luce artificiale per ottenere il più che è possibile il tono naturale dei colori di un oggetto. Però generalmente in fotomicrografia importa poco se il punto dei colori non è veramente esatto, essendo il più delle volte la colorazione dei preparati procurata artificialmente con colori di anilina ; onde non è un difetto se sul cromofotomicrogramma il colore appaia più o o meno vivace ovvero più o meno oscuro del reale : per conseguenza si può anche nel caso della lampada ad arco e della Nernst utiliz- zare benissimo il filtro normale che si trova in commercio senza avere il disturbo di fabbricarlo da sé stessi. - Wychgram indica un modo abbastanza semplice per fabbricare filtri compensatori : per lampada Nernst si prendono delle lastre per diapositive, (ottime sono quelle Jougla e Guilleminot) si fissano al- l'oscuro con iposolfito sodico e dopo lavate abbondantemente si im- mergono per circa due minuti nella soluzione: Tartrazina 1:500 ce. 65 Bleu carminio 1:500 .... ce. 35 dopo lavate si fanno asciugare e si uniscono due lastre insieme nella stessa maniera che ho indicato per gli altri filtri. Nella soluzione io aggiungo gr. 0,5 d'esculina con qualche goccia d'ammoniaca per arrestare i raggi ultra-violetti. Il filtro compensatore va collocato dietro l'oculare nell'interno della camera oscura fotomicrografica, dove si curerà che esso sia parallelo alla lente esterna dell'oculare e che la luce proveniente dall'oggetto sia completamente filtrata. L'illuminazione del laboratorio oscuro essendo l'emulsione pan- cromatica sensibilissima alle radizioni di ogni colore, occorrre che non sia quella solita rosso-rubino. Veramente sarebbe meglio trattare le lastre autocrome stando nella perfetta oscurità, però ciò per chi non ha abbastanza pratica riesce impossibile. Serve benissimo una lampada con carta virida Lumière della quale ho già parlato trat- tando della lampada da laboratorio oscuro adatta allo sviluppo delle lastre pancromatiche per il processo tricromico. Le lastre si pongono nello chassis alla luce di detta lampada nel laboratorio oscuro : nel caricare lo chassis si mette la faccia vetro della lastra rivolta verso l'esterno, in modo che lo strato sensibile si trovi a contatto del fondo del telaio. Per evitare sfregamenti o scalfitture, essendo l'emulsione fragilissima, si mette un cartoncino nero (che vien dato insieme alle lastre) fra l'emulsione della lastra e il fondo dello chassis. — 116 — Occorre anclie pulire bene il dorso delle lastre con un pannolino secco come pure bisogna badare che non vi sia polvere nell'interno dello chassis. È chiaro che collocando la lastra nello chassis colla faccia vetro rivolta verso l'esterno, bisognerà per la messa al fuoco, rovesciare il telaio con vetro spulito della camera oscura in modo che la sme- rigliatura sia esterna. Solo cosi la messa a fuoco sarà esatta per la lastra. Riguardo all'esposizione, essa a parità di condizioni è maggiore di circa 80 volte di quella che si darebbe adoperando una comune lastra rapida al gelatino-bromuro. Ciò è chiaro, poiché il filtro giallo compensatore moltiplica la posa cinque volte : di più la sensibilità dell'emulsione di una lastra autocroma è circa una metà di quella di una lastra normale: secondariamente, secondo le esperienze di Hiibl ogni granulo lascia passare in pratica un 1/8 della luce bianca che riceve. Ecco dunque le ragioni di una posa cosi lunga. Facendo il confronto fra l'esposizione che si dà adoperando una lastra Perutz all'eosinato d'argento e quella di una autocroma nelle identiche condizioni, e usando in ambedue i casi il medesimo filtro compensatore Lumière, ho calcolato che per l'autocroma bisogna posare il triplo della Perutz. Per conseguenza, per non esporsi al rischio di sciupare una lastra autocroma, si può dapprima ten- tare l'esposizione con una Perutz che viene a costare molto meno, poi conosciuta la posa giusta occorrente, si triplicherà questa so- stituendo la lastra a colori. Fatta l'esposizione, si procede nel laboratorio oscuro allo svi- luppo. Il rivelatore avrà questa formula : » Acqua distillata .... Metochinone Solfito sodico crist. .... Bromuro potassico .... Ammoniaca a 22° Be. . . Il metochinone è una combinazione di metolo e idrochinone, eh© mette in vendita la casa Lumière, certo non a buon mercato. Il prof. Namias nel suo libro « Fotografìa dei colori » propone di so- stituire ai gr. 4 di metochinone gr. 3 di idrochinone e gr. 1 di me- tolo. Seguendo il suo consiglio, ho sperimentato che i risultati ot- tenuti sono identici. Chi non volesse preparare da se lo sviluppatore, può approfittare ce. 1000 gr. 4 » 35 » 1 ce. 6 . . ce. 1000 • . gr. 15 » 100 » 6 . . ce. 32 — 117 — di quello concentrato Lumière che si trova in commercio speciale per le lastre autocrome. Esso ha la formula : Acqua distillata . . Metochinone . . . Solfito sodico anidro. Bromuro potassico . Ammoniaca a 22 " Be. Per l'uso si prendono 25 parti di questo bagno e 100 di acqua distillata. Se il tempo di posa è stato esatto, la durata dello sviluppo è di 150 secondi alla temperatura di 15°, se questa varia, è chiaro che varierà anche il tempo dello sviluppo, cosi ad esempio : a 4° sarà di 5',45" a 10" sarà di 4' a 18° sarà di 2',12" Durante lo sviluppo si avrà cura di coprire la bacinella in modo di evitare persino la debole luce filtrata dalla carta virida e solo dopo qualche minuto si potrà rapidamente osservare la lastra per riflessione. Sviluppata la lastra, si ritira dal bagno, si lava sommariamente, quindi si pone nella bacinella contenente il bagno d'inversione che è meglio preparare in due soluzioni separate per farlo conservare a lungo: Acqua distillata ce. 500 Permanganato potassico . . gr. 2 -p ( Aequa distillata ce. 500 / Acido solforico puro a 66° Be. gr. 10 Per l'uso si prendono parti eguali di A e B. La lastra jDosta nel bagno d'inversione, non temerà più la luce ed allora si potrà accendere nel laboratorio oscuro una lampada qualsiasi, alla cui luce si vedrà quando la lastra sia completamente trasparente nei punti dove vi era argento ridotto. Si lava per qualche minuto in acqua corrrente, quindi si pone nel secondo sviluppo (che può essere quello già servito la prima volta) che si compie in. piena luce. — 118 — Quando le parti non ridotte nel primo sviluppo lo saranno qui^ si toglie la lastra dalla bacinella, si lava per 5' in acqua corrente e si mette su uno sgocciolatoio ad asciugare. Si badi bene di non adoperare l'alcool per avere una rapida es- siccazione come vantaggiosamente consiglio per le comuni lastre fotografiche, poiché trattandosi qui di lastre autocrome, l'alcool scio- gliendo la vernice che protegge i granuli colorati, questi verrebbero bagnati e il loro colore si spanderebbe dappertutto rovinando irre- parabilmente l'immagine. Voglio far notare come per lo sviluppo oltre il metochinone proposto dal Lumière e il metolo-idrochinone nelle proporzioni sud- dette, può servire qualunque rivelatore che tenda a dare immagini trasparenti. Così ad esempio potrebbe servire lo sviluppatore alla glicina che ho dato per il processo tricromico. Similmente un buon rivelatore è dato dal Rodinal che la casa Agfa vende già preparato in soluzioni concentrate. Per l'uso si prenderà : E-odinal, 1 parte ; Acqua, 10 parti ; Soluzione di bromuro potassico 10 °o, alcune gocce. Processo Joiigla. La casa Jougla ha messo in commercio per la fotografia dei co- lori le lastre Omnicolores le quali differiscono dalle Autochromes per la struttura dei minuscoli filtri. Sopra una lastra di vetro gelatinata si tracciano con un inchio- stro grasso una serie di strie violette separate da spazi poco più. larghi delle righe stesse, i quali vengono colorati in giallo immer- gendo la lastra in una soluzione colorante la quale non attacca la gelatina nei punti protetti dall'inchiostro grasso. Sopra questo strato di gelatina se ne pone un altro sul quale si traccia un'altra serie di righe azzurre analoghe alle prime ma perpendicolari ad esse. Dove le righe azzurre intersecano con le righe violette, il colore rimane quasi inalterato avendosi una tinta bleu-violetta, ma si otterrà un colore verde nei punti in cui le ri- ghe bleu passano sulle gialle; finalmente colorando in rosso la ge- latina del secondo strato rimasto trasparente, si avrà una colora- zione aranciata dove il rosso si unirà al giallo. In tal maniera an- che qui lo strato dei filtri si comporrà di elementi violetti, verdi, aranciati, cioè degli stessi colori che avevamo nei granuli d'amido i — 119 — delle lastre autocrome. Come quest'ultime anche nelle lastre Omni' colores si ha un'emulsione pancromatica. Riguardo all'illuminazione del laboratorio oscuro, e al maneg- gio delle lastre, si terrà presente ciò che è stato detto circa le la- stre precedenti. Lo schermo compensatore giallo che prepara la me- desima casa Jougla è un po' più chiaro di quello Lumière, onde nonostante che da esperienze sembri che l'emulsione delle Omni- colores sia un pò meno sensibile di quella delle Authocromes^ pure a causa della minore densità del filtro giallo, la posa si riduce a 50 volte quella di una lastra al gelatino bromuro nell'identiche condizioni. Il rapporto di esposizione tra le lastre Perutz all'eosi- nato d'argento e le Omrdcolores adoperate ambedue con lo schermo giallo Jougla è come 1:2. Per lo sviluppo la casa Jougla prescrive il seguente rivelatore: Acqua distillata ce, 100 Metolo gr. 4 Idrochinone » 2 Solfito sodico anidro » 60 Carbonato potassico » 30 Bromuro potassico » 1 Iposolfito sodico 1 % ce. 15 Lo sviluppo deve durare 5 minuti. Dopo sviluppata la lastra si lava per 20" in acqua e s'immerge nel bagno d'inversione che può essere quello stesso adoperato per le lastre autocrome oppure quest'altro : Acqua distillata ce. 1000 Bicromato potassico gr. 8 Acido solforico puro ce. 12 Dopo l'inversione che durerà circa due minuti si lava la lastra per 30 " in acqua corrente per eliminare il bicromato : questo si può mandar via meglio e più rapidamente immergendo la lastra dopo un lavaggio sommario in una soluzione di Acqua distillata ce. 100 Solfito sodico crist gr. 20 Si lava infine per poco tempo in acqua corrente e si pone ad asciugare. Il fissaggio benché evidentemente non sia necessario come nelle lastre autocrome, pure esso sembra conferire all'imma- — 120 — gine più vivacità e brillantezza. Si curi che la temperatura di tutti i bagni sia compresa fra i 15° e i IS*^ C. Rinforzo. — Può darsi che la lastra, terminate le operazioni, non presenti dei colori vivaci e vigorosi per avere errato nella posa e nella durata dello sviluppo. Se si è ecceduto nella posa o nello sviluppo, il cromofotomicrogramma si presenta debole, poiché essen- dosi ridotto nel primo sviluppo più sale d'argento di quello ne- cessario, ed asportato l'argento con l'inversione, succede che nel secondo sviluppo se ne ridurrà poco, onde essendovi scoperti dei granuli di colore estraneo, ne risulterà un'immagine a colori sbia- diti, perchè tenderà al bianco. In questo caso rinforzando l'immagine si potrà dare maggior vivacità ai colori. Per ambedue le specie di lastre per la cromofotomicrografia io consiglio un rinforzatore di questa formula : Ì Acqua distillata ce. 1000 Cloruro sodico gr. 20 Cloruro mercurico > 20 jj \ Acqua distillata ce. 1000 \ Solfito sodico crist gr. 50 L'immagine si lascia imbiancare nella soluzione 1, si lava ac- curatamente la lastra per qualche minuto e si passa nel bagno 2 ove annerisce senza alterare i colori del soggetto. Si lava quindi in acqua corrente per 5 minuti e si mette ad asciugare. Indebolimento. — Quando la posa è stata scarsa o la durata di sviluppo insufficiente, si ha dopo il secondo sviluppo un velo ge- nerale d'argento che rende le prove opache e mancanti di vivacità. Veramente è difficilissimo togliere questo velo senza danneggiare l'immagine ; perciò se qualche volta si può ricorrere con vantaggio al rinforzo, non conviene quasi mai di tentare l'indebolimento di un cromofotomicrogramma. È molto meglio non perdere inutilmente del tempo, e rifarlo dando maggiore esposizione. Tuttavia per chi volesse indebolire le lastre velate usi la seguente soluzione : Acqua distillata ce. 1000 Iposolfito sodico gr. 150 Ferricianuro potassico ...» 10 Si segue la riduzione guardando la lastra per trasparenza e sf arresta un po' prima di giungere al punto desiderato. Si lava dopo — 121 accuratamente. Se la lastra è poco velata e deve essere perciò solo un poco schiarita, si può usare la soluzione seguente : Soluzione dì bicromato potassico acido (quella solita) ce. 12 Acqua distillata » 1000 Dopo un lavaggio accurato si fa seccare. Ambedue le qualità di lastre che ho nominate, cioè le Auto- chromes e le Omnicolores, occorre montarle come i comuni diapo- sitivi, cioè dalla parte emulsionata si pone un vetro trasparente dello stesso formato del cromofotomicrogramma e si uniscono le due lastre stabilmente applicando agli orli strisele di carta nera gommata. Si consiglia prima di applicare il vetro di protezione, di verniciare la superficie gelatinata con la seguente soluzione: Resina Dammar gr. 15 Benzolo ce. 100 La lastra viene tenuta orizzontalmente e si fa colare la vernice per l'angolo superiore sinistro in quantità tale da coprirla tutta : s'inclina la lastra per versare il liquido in eccesso che sgocciolerà per l'angolo inferiore destro. Per mezzo di movimenti d' inclina- zione a destra e a sinistra si cercherà di evitare una verniciatura non uniforme e la formazione di zone. Se la verniciatura di una lastra venisse male, si può rimediare con una nuova verniciatura previa immersione e lavaggio in benzolo. La lastra verniciata presenta l'immagine più trasparente, è vero, ma la verniciatura del resto non è strettamente necessaria. Nel montare il cromofotomicrogramma si eviti di incollare di- rettamente della carta nera sulla prova non verniciata poiché in seguito si potrebbero formare delle zone iridescenti prodotte dalla umidità della gomma interposta. 122 — BIBLIOGRAFIA. 1. Benda — Das Lumièresche Verfahren der Farbenphotographie in Dienste der Medizin (Berliner Klin. "Wochenschr. 1907). 2. HÙBL — Das Gelbfilter der Autochromplatte (Photogr. Rundschau 1910). 3. Id. — Die photogr aphischen Lichtfilter (Halle 1910). 4. Law — La photographie des couleurs, 1908. 5. Namias — La fotografia dei colori. Milano 1909. 6. RouSLACROix — Mikrophotographies sitr plaques autochromes (Compt. Rend. de la Soc. de Biol. t. LXIX-1910). 7. Wiener — tJber Farbenphotographie. Leipzig 1909. 8. WycHGRAM — Ùber Mikrophotographie in naturelischen Farben (Zeitsch. fui- Wissensch. Mikrosc. Band. XXVIII, 1911). Di due pi«aiite interessanti dellii Flora Italiana per il Prof. E. Chiovenda Il sig. Loreto Grande, raccolse nel 1906, in aprile tra i monti Marsicani e precisamente alla Malanotte a e. 1700 m. alcuni esem- plari di Bulbocodhim da lui determinati per B. alpinum e come tali furon pure pubblicati dal prof. Ad. Fiori (1) ed anch'io per tali li ritenni in principio anche in lettere che ebbi a scrivere al racco- glitore. Un ulteriore esame però mi ha convinto di trovarmi in pre- senza di un tipo distinto dal vero E. alpinum e che è da riferire alla var. vebsicolor (Ker Gawl) Richter, alla quale gli autori rife- riscono come sinonimi il E. ruthenicnm Bunge, il 7^. edentatum Schur, e il E. trigynum Janka. 11 tipo è caratterizzato dai tepali con lamina sagittata, munita alla base di due orecchiette refratte triangolari acute, e dalla cassula lunga e. 3 cm. La var. versicolor dall'essere una pianta più gracile, più allungata, con tepali più stretti e più allungati, muniti alla base di denti ottusi, rotondati o indistinti, con cassula della metà più piccola che nel tipo (2). La variabilità dei tepali. degli stami e delle divisioni stimma- tiche nel E. alpimim è grandissima ed è nota. Io ho potuto averne un saggio assai istruttivo esaminando gli esemplari di E. alpinmn dell'erbario Valdostano del prof. L. Vaccari di Tivoli, che con grande cortesia mise a mia disposizione. Egli distinse nei suoi esemplari due forme, macrantha e micrantha ; le quali, come egli ha annotato nei suoi esemplari crescono promiscuamente. La forma macrantha è certamente una forma lussureggiante, probabilmente di pascoli pingui: i tepali ifìg. 1, 5, 6, 7), hanno lamine più lunghe e più (1) Fiori Ad. — Flora Italica, IV, p. 44, n. ()22. • (2) AscHERsoN u. Graebnior — Sijn. Mittelaeurop. FI., IH, p. 17; 0. Von KiRCiiNER, E, LoEW u. C. Scuròter; Lebensgesch. lìluienpfl. Mitteleurop. Band I. Abth. Ili rl911), p. 2^1-296. 124 — larghe, con apice più o meno rotondato, quantunque siano sempre alquanto attenuati, la larghezza loro arriva fino a 2 cm. nei tepali esterni; alla base sono i tepali esterni per lo più appendicolati (fig. 1), le appendici sono per lo più refratte e acute lunghe 3-8 mm.; i tepali esterni invece sono alla base rotondati e bruscamente con- tratti nell'unghia. In un ca- so (fig. 7) (raccolto ad Aosta alla Croix de la Saligne, ove ne crescevano insieme le forme macrantha e niicran- tha) le orecchiette basilari erano saldate tra loro, pre- sentando la base della la- mina dei tepali esterni fog- giata ad ampio imbuto con il margine verso l'interno del fiore munito di qualche dente. In un altro caso (fig. 5), della stessa località la lamina alla base era ro- tondata, nel punto d'inser- zione dello stame si preserl- tava saccato, e vi stava una grossa glandola, munita ai lati di due nervi dilatati in ale alte e. 1 mm. e decor- renti sulla lamina per 2-3 cm.; con tepali siffatti av- vene un bel esemplare nel nostro erbario generale pro- veniente dall'erbario H. Siegfried raccolto a Sion nel Yallese. In un altro saggio pure della Croix de la Sa- ligne (fig. 6) i tepali tanto interni che esterni erano ro- tondati alla base e per la loro superficie nel punto d'inserzione dei filamenti non differivano dalla forma normale : hanno pure la stessa forma gli esemplari raccolti dal Rostan sulle alpi Valdesi e conservati nel- l'erbario Cesati. 125 — La forma niicrantha (fig. 2, 3, 4, 8) ha tepali lineari lunghi 3-4 cm., per lo più acutissimi all'apice, alla base per lo più eviden- temente sagittati nei tepali esterni (fig. 1 di Kantalaizena)un po' meno nei tepali interni. In alcuni esemplari raccolti nei prati della Kauta- laizena a 2000 m., i tepali esterni sono lanceolati acutissimi con orecchiette brevi ottusette (fig. 2), in altri, i tepali esterni sono ovati- lanceolati con orecchiette rotondate (fig. 3). In alcuni esemplari rac- colti a Croix de la Saligne (fig. 4) i tepali sono lineari, e gli esterni colla base ro- tondata intera. Un esem- plare raccolto a Chamoli nei prati a 2000 m. (fig. 8) è notevole per i tepali tutti oscuramente auricolati. Questi esemplari distinti dal prof. Vaccari come for- ma micrantha corrisponde- rebbero abbastanza bene al- le descrizioni che i vari au- tori danno dal B. variega- tum. L'esemplare testé ci- tato di Chamoli (fig. 8) è pur assai notevole per avere in un fiore lo stilo assai profon- damente diviso, quasi sino alla base: mentre in tutti gli altri esemplari i j-ami stimmatici sono lunghi 2-6 mm., in questo sono lunghi e. 4 cm. Negli esemplari della Marsica da me esaminati nessun fiore presenta tepali muniti di orecchiette alla base. Per il loro aspetto esteriore, per le dimensioni di forma dei tepali corri- spondono tutti alla forma micrantha e precisamente alla figura 8, eccetto un solo individuo che per il suo sviluppo più considerevole so- miglia alla forma macrantha. Le divisioni stimmatiche e gli stami pre- sentano le stesse variazioni che ho segnalato per il Bulbocodiiim della et ^ — 126 — valle d'Aosta anche in alcuni fiori degli esemplari del Grande noto de- gli stili con rami stimmatici lunghi e. 3 cm. La medesima variabilità nella grandezza dei tepali si osserva nel B, versicolor dell'Europa orientale. Infatti gli esemplari determinati dal Janka per B. eden- tatum Schur, che ho visti nell'erbario Cesati, corrispondono alla forma macrantTia: mentre quelli determinati per B. rutJienicum raccolti in Ungheria dal Freyn e in Russia dal Rogowitz come pure la figura del Reichenbach (1) corrispondono alla forma micrantha. Notai poi in alcuni esemplari freschi ricevuti dal raccoglitore che le foglie avevano un colorito verde vivace e non glauco come è detto per il B. vernum da alcuni autori e la larghezza delle foglie tanto negli esemplari della Marsica, che della valle d'Aosta, erano in propor- zione colle dimensioni fiorali, nella forma micrantha larghe 4-8 mm. nella macrantha 10-20 mm. Lo studio di queste forme poi ci fornisce materia per alcune considerazioni relative alla classificazione delle ColcMceae. I quattro generi della tribù Meredera, Bulhocodium^ ColcMcum e Synsiphon, sono certamente assai affini tra loro : i generi ColcMcum e Meren- derà hanno ambedue stili liberi, il primo con tepali saldati in tubo, il secondo con tepali liberi. I generi Bulbocodmm e Synsiphon hanno ambedue stili saldati insieme per la maggior parte della loro lunghezza, però il primo ha i tepali liberi, il secondo li ha saldati in tubo. Evidentemente il trovare esemplare di Bidhocodium con stili quasi liberi, toglie- rebbe assai d'importanza all'unico carattere differenziale tra Me- redera e Bulbocodium. E se (come sembra anche a me giusto) i due generi ColcMcum e Synsiphon (2), la cui differenza è solo nel ca- rattere che separa Merenderà da Bulbocodium, sono da fondersi in- sieme, come ha fatto il prof. Engler (3), anche i generi Merenderà e Bulbocodium sono da fondere insieme. Sono poi interessantissimi gli esemplari accennati (fig. 4 e 7), aventi la base dei tepali colle orecchiette saldate tra loro a for- manti quasi un imbuto. Certamente il fatto nell'esemplare è occa- sionale, teratologico; tuttavia ha importanza, essendo esso una prova che convalida la fusione dei due generi Androcymbium in cui la forma della base dei tepali concava è analoga a quella di questa (1) Reichenbach. — Deutschl. FI., Ser. I, voi. V, t. 428, fig. 955, (2) A proposito della fusione dei generi ColcMcum e Synsiphon è assai istruttiva la forma teratologica illustrata dal compianto prof. S. Rossi e da me (in Mem. Pontif. Accad. dei Nuovi Lincei, voi. VI (1890) estrat , p. 5, tab, 3-4, fig. 1. avente gli stili saldati in uno unico diritto all'apice. (3) ExGLBR u. Prantl. — Nat. Pflanzenf. Nachtrag I, p. 72. — 127 — forma, ed Erythrostichtus nel quale la base dei tepali non è concava. L'affinità poi tra questi due generi e il Bulbocodmm oltre che dall'abito della pianta simile è anche messa in rilievo dalla forma del B. alpinum disegnata alla fig. 5 nella quale alla base dello stame si ha pure evidente la glandola nettarica caratteristica di quei due generi e che si riscontra pure frequente nel genere Merenderà. Però tra i due generi Androcymhium e Bulhocodium rimane come diffe- renza fondamentale la diversità di deiscenza delle antere che come ben si sa è assunta a contradistinguere le due tribù delle Anguil- larieae con antere estrorse e delle Colchiceae con antere introrse. * * * Una seconda pianta assai interessante per la Flora Italiana dob- biamo pure al sig. L. Grande e questa oltre a rappresentare un tipo specifico distintissimo, del più alto interesse per la geografia botanica costituisce una varietà che ritengo nuova e che io dedico all'egregio scopritore di essa. RuMEx NEPALENsis Sprcng. var. Geaxdeanus Chiov. : a typo re- cedit caule simplicissimo, apice racemo simplici elongato, interrupto, terminato. Folla radicalia elliptica rotundata vel vix cordata, apice obtusa: caulina petiolata, ovata basi parnm sed evidenter cordata, apice acuta vel suprema acuminata; folla floralia, lanceolata, vel linearla. Tepala fructifera ovato-subrotunda ampia, crebre reticu- lato-nervosa, marginibus pectinatim laciniatis, laciniis, subsetaceis 12-15 in quoque latere, apice uncinatis ; in dorso plerumque unicum calliferum, callo ovato, crasso, ruguloso. Fibrae radicales nigrae anguste fusiformes. Il E. nepalensis tipico (=: R. hamatus Trev.) differisce per avere il caule ripetutamente ramificato, coi rami divaricati quasi dalla base; ha foglie radicali più grandi, più allungate. Per questi medesimi caratteri la pianta italiana differisce dal E. Steudelii Hochst. dell'Abissinia, il quale per altro differisce dai E. nepalensis per le foglie radicali relativamente più allungate e più strette e per i tepali fruttiferi normalmente tutti e tre calli- feri; e come varietà almeno stimo sia ben caratterizzato dal R. ne- palensis. La var. Grandeanus è stata raccolta nella Marsica alle Pianelle a circa 1400 m. il 29 luglio 1905 (Grande n. 25 con frutti maturi) ; al Malpasso a 1100 m. tra le siepi il 12 luglio 1906 (Grande s. n.). — 128 — Il R. nepalensis in senso lato ha una grande area di vegetazione: dai monti dell'isola di Giava, dell'India, per la Persia e l'Asia Mi- nore arriva alla Grecia settentrionale nel monte Pindo. E poi dif- fuso nei monti dell'Africa meridionale e tropicale. Riesce quindi interessantissimo il ritrovare questa specie nell'Italia Centrale, la cui Flora ha già tanti punti di contatto con la Flora Orientale. La figura del perigonio fruttifero disegnata dal Dammer (1) cor- risponde perfettamente a quello anche della nostra varietà. (1) Dammer ap. Engler u. Prantl. — Nat. Pflanzenf. III. I. A., p. 17, fig. 8. S. Suireiidemìsmo deirisoetes Malinverniaiuim (li Cesati e De Notaris Nota del Prof. 0. Mattieolo 'ì^eWIìidex Seminum Horti botanici Genuensis, edito nell'anno 1858, Vincenzo Cesati e Giuseppe De Notaris pubblicavano, come preziosa primizia, la descrizione della Isoetes Malinverniana^ allora allora scoperta da Alessio Malinverni (1) circa pagos Greggio e Oldenico nel Vercellese. In questo scritto gli Autori sopracitati emettono l'opinione che la interessante hoetes sia da considerarsi come specie di origine antica^ cioè, come si direbbe oggi, relitto^ conservatosi in quella lo- calità dopo i disboscamenti e i cambiamenti di cultura, sussegui- tisi nel territorio della Valle padana. Essi infatti, brillantemente, così espongono questa loro opinione: « Eoque magis quod decennia abbine nonnulla sylvae et nemora « adhuc spectabilia passim se extollebant, stagna cryptogamis aqua- « ticis sedem praebebant aptissimam, ubi nunc longe lateque arva < feracia, pinguia prata, oryzeta extensa se pandunt. Quot eximias « stirpes proinde periisse censendum sit, nos docent reliquiae quas « bue illuc coUigere sors amica nobis concessit. Exemplum exi- < mium nunc oflferimus in Isoéteos memorabili specie, quae fa- « cile maximum Hydropteridum europaearum decus dicetur, nu- (1) Alessio Malinverni — n. 4 febbraio 1830 a Vinzaglio (Novara), mo- riva a Quinto Vercellese ^Novara) 14 febbraio 1887. Agricoltore insigne, era nello stesso tempo un profondo conoscitore della Flora vercellese, nell'ambito della quale egli fece importanti scoperte di specie rare, illustrate dagli amici suoi Cesati e De Notaris. Collaborò in molte collezioni classiche di Exiccata estere e nazionali, e specialmente diede opera attiva &\V Erbario crittogamico italiano. Le sue. collezioni importantissime sono oggi proprietà dell'Istituto botanico dell'Università di Torino. Vedi: Saccardo. — La Botanica in Italia, 1895, pag. 100. 0. Mattirolo, a. Malinverni. — Rivista mensile del C. A. I. Voi. VI, 1887, N. 12. — La Sesia, 1887. — La Nuova Vercelli, 1887. Saccardo. — La Botanica in Italia, Voi. II, pag. 66. Annali di Botanica — Vol. X. 9 — 130 — « perrime detecta ab amicissimo, et in explorandis Cryptogamis « Vercellensis ditiocis solertissimo socio nostro D. Alexi Malinverni •e cui merito et prò grati animi tessera eam dicavimus ». L'opinione espressa cosi chiaramente nel 1858 da Cesati e De Notaris sull'origine di questa specie, che essi consideravano en- demica della Flora italiana, non fu poi, più tardi, ammessa dai botanici; e ciò per una serie di circostanze e di fatti che cre- diamo utile riferire e analizzare brevemente. Ohe essa fosse da ritenersi di origine esotica, venne primiera- mente (1863) pensato da A. Braun, il quale a questo riguardo cosi si esprime : « Diese Art schliesst sich keiner der anderen Arten aus dem < Gebiete der mittellàndischen Flora an, und ktinftige Entdec- « kungen miissen wohl iiber ihre verwandtschaftlichen Verhàlt- « nisse und ihr wahres Yaterlaud, das schwerlich in den kiinstlich < gezogenen Gràben Piemonts gesucht werden kann, Aufschluss « geben » (1). A questa opinione, forse frutto di preconcetti, (non avendo il grande botanico berlinese osservato la pianta nel luogo di ori- gine) si accostarono poi, ossequienti all' ipse dixit, la maggior parte degli Autori; cosi che in poco tempo noi vediamo senz'altro prender corpo non solo il dubbio hrauniaìio\ ma specificarsi anche novissime idee sulla patria probabile della specie; le quali eb- bero il loro fondamento sulla erronea interpretazione delle condi- zioni di stazione àeW Isoetes Malinvernianum (2). Mentre Cesati e De Notaris, avevano segnalato la specie in aquaeductis, « in aqua tarde fluente (v. loc. cit.) ; mentre Cesati stesso aveva più tardi (3) indicata la specie in einem wassergraben; e Cesati, Passerini e Gibelli (4) la indicavano « negli acquedotti »; (1) A. Braun. — Sitzung. der Phys .Math. Klasse der Akademie, Bevlin. — Ueber die Isoetes Arten der Insel Sardinien, p. 622, 7 Die. 1863. (2) Osserva Asoherson (Syiiop., p. 163. 1° voi.) che il nome di Isoetes fu usato da Plinio (Libro XXVI) come neutro, e sinonimo di Aizon (Sedum) ; ora, non trovandosi ragione alcuna clie ne consigli l'uso al genere femminile» crediamo necessario seguire la dicitura già adottata dall'Ascherson, dal Sa- debeck (Engler et Prantl. — Die natiirlichen Pflanzenfamilien, 1° Th., 1902) e da altri. (B) Cesati. — Die Pflinzenwelt ira Gebiete Zwischen den Tessin, dem Po, der Sesia und der Alpen — Linnea, voi. XXXII, Halle 1862 — ricorda la herrliche Isoetes (I. Malinverniana) in einem Wassergraben . . . (4) Cesati, Passerini e Gibelli. — Compendio della Flora italiana, pag. 25. — Ivi, per errore tipografico, sta scritto Gaggio in luogo di Greggio. Questa indicazione sbagliata, compare, tale quale, nella maggior parte delle opere si- — 131 — dove Ascherson (loc. cit.) l'aveva raccolta nel 1863 « in stets mit « òfter rasch fliessendem Wasser gefiillten Gràben der Reisfeldern... » (dove io pure la ritrovai, e dove la rinvennero i successivi racco- glitori); si era invece cominciato nel 1863, senza alcuna ragione plausibile, a variare a poco a poco le indicazioni di località, e ciò per colpa di botanici, i quali non si peritavano di descrivere la località di stazione, senza averla osservata in natura. Cosi il Braun nel 1863 (1) inizia la serie di queste erronee in- terpretazioni, scrivendo che Vlsoetes Malinvernianum si raccoglieva; « in den kilnstlich gezogenen gràbern Piemonts » ; e più tardi il Christ a questo proposito cosi si esprimeva: « .....wàhrend die Po « Ebene Piemonts bei Vercelli, die Riesenform des Genus (I. Ma- « linverniana) in den Reisfeldern begt » (2); frase che nell'edizione francese della sua celebrata opera, suona così tradotta: «....tandis que < l'espèce géante (I. Malinv.) se rencontre dans les champs de Riz « du bassin du Po en Piemont près Verceil » (3). Così, a poco a poco, per un equivoco, si venne ad indicare la pisaia come luogo di stazione della nostra pianta, ciò che è affatto contrario alla verità. La confusione della stazione dei canali di acqua sorgiva scor- rente, con quella delle risaie, ove il sottile velo di acqua è quasi stagnante, condusse alla persuasione che Vlsoetes Malinvernianum fosse da riguardarsi come pianta casualmente introdotta in Italia col riso da semina, di cui, come tutti sanno, numerosissime varietà vennero e vengono tuttora coltivate nelle risaie del vercellese e del novarese, importatevi dai principali centri risicoli asiatici. Questa opinione confortata nel 1897, dall'autorevole parere del- l'Ascherson (4), ci appare evidente già dalla comunicazione indi- rizzatami assai prima, cioè il 15 luglio 1892, dall'illustre botanico berlinese nella quale cosi egli si esprimeva (in litt.) : « Dal 1863, nel quale anno io raccolsi a Oldenico insieme ai com- < pianti amici Cesati e Malinverni quella importante specie, ho stematiche venute posteriormente; così la vediamo nel Compendìo di Akcax- GELi (1" e 2" ediz.), nella Flora analitica di Fiori e Paoletti, e in altri lavori che registrano la specie. (1) Braun. — Loc. cit., pag. 622. (2) Christ. — Pflanzen/eben der Schweiz., 1879, p. 66. (3) Id. — Edit. fran^aise, 1883, pag. 66 (4) « Die Vermuthung dass die stattlichste Art der Gattung aus dem tropi - « schen Asien eingeschleppt sei,liegt nahe; indessistdiese in den fast 40 jahren, « die seit ihre Auffindung in Ober — Italien verflossen sind, nirgends anderswo « beobachtet worden » (v. Ascherson et Graebner, Synopsis, loc. cit , pag. 171. — 132 — « sempre aspettato la scoperta di questa pianta dall'Asia, ma la no- « tizia non mi pervenne ». Cosi nel Trattato popolare di Geografia universale : La Terra (1), il Fiori, parlando delle specie endemiche della Pianura Padana, ri- corda: « la sola I. Malinverniana Ces. et DeNtrs, la quale benché « non ancora identificata con altra specie esotica, si ritiene intro- « dotta col riso ». Nella Flora analitica (2) riferendo le indicazioni del Compendio del Cesati, Passerini e Gibelli aggiunge : forse importata col riso. E finalmente nel Prodromo di una Geografia botanica delV Italia (1908), parlando delle specie endemiche del distretto della Pianura Padana, ricorda la nostra pianta : « a quanto pare importata col riso, « j^i'obabilmente da identificarsi con specie esotica, ovvero ancora da « scoprirsi nella sua patria d'origine » (3). Una volta messi gli A. sopra questa via, ammessa cioè l'origine esotica della pianta, non solo si ritenne possibile la sua origine asia- tica; ma si pensò anche ad una probabile sua introduzione dall'A- frica, siccome è chiaramente indicato dal Nyman (4) e dall'Arcan- geli (5). Cosi ebbe corpo quella opinione circa l'origine àoìV Isoetes Ma- linvernianum che si mantenne nel campo sistematico sino a quando non venne il fortunato ritrovamento della specie in provincia di Torino, per opera del solerte conservatore dell'Istituto botanico nostro, cav. Enrico Ferrari, alla sagacia del quale siamo debitori di molte importanti scoperte nel campo della Flora piemoatese. Questo rinvenimento (corroborato in seguito dalla scoperta di molte altre stazioni) valse a farmi riprendere con nuova lena le ricerche che avevo iniziate fino dall'anno 1888, quando, convinto, e lo dichiaro senza esitazioni, della esoticità della specie mi ero dedicato a scoprirne la patria, con una serie di ricerche che credo utile ricordare qui brevemente. (1) (Marinelli). Voi. IV, disp. 444-446, pag. 429. (2j Ivi, pag. 26, 1896-98. (3) Ivi, pag. LVIII. Va notato che il Fiori neW Apjiendice al suo Com- pendio (1907-908) ricorda già la località allora comunicatagli dall'Orto di To- rino — Vanda di Leynì nel Rio dietro la Fornace Migliettl. (4) Nyman C. F. — Conspectus Florae Europeae, 1878-82, pag. 871. Cosi si esprime: « In aquaeductibus circa pagos Greggio et Oldenico, sed « verosimiliter ex Aegypto vel India advecta cum Oryza ». (5) Nella 1^ Edizione del suo Compendio della Flora italiana — I'Arcan- GELi ricorda soltanto le indicazioni precedenti di Cesati-Passerini e Gibellit mentre nella 2^ Edizione (1894, pag. 12) aggiunge la seguente indicazione du- bitativa: Introdotta dall' Egitto (?). — 138 — Nell'intento di scoprire l'origine delVIsoetes e le modalità della sua introduzione in Italia, mi ero rivolto ai principali Erbarii (Parigi, Berlino, Roma, Firenze, ecc. ) e ai più accreditati conosci- tori del gruppo, quali Ascherson, Motelay, Christ... (1), non trala- sciando di fare opportune ricerche nelle opere più importanti che andavano pubblicandosi relativamente alla Flora Asiatica e in specie in quelle che trattavano della Flora Cinese e Giappo- nese. (2). L'unica notizia di qualche importanza venuta fuori durante questa lunga e minuziosa inchiesta io l'ebbi dalla cortesia del ben noto monografo signor Christ di Basilea, il quale, gentilmente, (nel- l'anno 1905) mi segnalava una specie di Isoetes del Giappone, avuta m un unico esemplare dal botanico Matsumura; esemplare che il si- gnor Christ mi comunicava pure, stimando dovesse essere identico coir Isoetes italiano. Rivoltomi allora all'illustre collega giapponese per ottenere ma- teriali più adatti alle mie ricerche (essendo l'esemplare inviatomi dal Christ assai malandato), ebbi la ventura di ottenere da lui al- cuni splendidi individui, dallo studio dei quali non tardai ad avere la certezza che la specie giapponese indicatami fosse identica alV Isoetes japonicum di A. Braun (3) Questa, se per l'esterna /hc?e5 è parago- nabile dAV Isoetes Malinvernianum^ da esso differisce per una quantità di caratteri importantissimi e in specie per quelli che si riferiscono alle macrospore profondamente e regolarmente reticolato-alveolate. Comunicatami tosto dal Ferrari la sua scoperta (quando ancora mi trovavo in Bologna) non tardai ad occuparmi dei nuovi oriz- zonti che essa poteva indicare, visitando quindi le località che si andavano mano mano rivelando, studiandone la corrispondenza geo- logica, a poco a poco convincendomi che V Isoetes Malinvernianum non poteva avere altra origine che quella delle regioni nelle quali (1) Mi è gradito dovere quello di ringraziare cordialmente i colleghi e gli a- mici: Hiiriot, Ascherson, Christ, Pirottn, Pampanini, Motelay, Matsumura, Negri, Parona, Gola, Prever, Ferrari, Vallino e mio fratello Ing. Ettore, sia per la gentile cooperazione loro a queste ricerche, sia per i loro aiuti e consigli. (2) Oltre le opere di Thunbeug (1784-1805) e quelle di Siebold e ZuccA- RiNi (1835-1870); consultai le recenti di Franchet, di Savatier, di Matsu- mura... e di Franchet et Savatier, nella quale ultima è ricordata la sola Isoetes japonica di Alexander Braun. (V. A. Braun. — Zicei deuische Isoetes-Arten nebst Winken zur Aufsuchung derselben — Anliang ilber einige ausUindische Arten der Gattung Isoetes — Verhandl. des Bot. Vereius fiir Prowinz Branden- burg III, IV Heft. Berhn, 1861-G-2, pag. 329). — Francùet et Savatier, — Enumer alio piantar urti in Japonia sponte crescentium, voi. II, (1879), pag. 201. (3) V. A. Braun. — Loc. cit. Zwei deutsch. Isoet. pag. 329. - 134 — Oggi si trova circoscritta e nelle quali si è conservata, cosi come avevano giustamente intuito i compianti Cesati e De Notaris. La dimostrazione deìV endemismo della nostra specie, si appoggia sopra alcuni ordini di fatti e di considerazioni che si completano a vicenda e che rispondono in modo esauriente a tutti i dubbi emessi circa l'origine di questo fra i più interessanti tipi vegetali che vedremo probabilissimamente, (ora che la questione è risolta), comparire in nuove località corrispondenti a quelle già numerose nelle quali (dopo la scoperta del Ferrari nel 1897) venne ritrovato. Il mio modo di vedere si fonda; I. Sulla notevole molteplicità delle stazioni oggi- note. II. Sui luoghi di sua stazione, in acque sorgive (più o meno rapidamente fluenti) ; e sulla sua mancanza assoluta nelle risaie. Sulla spiccata tendenza antisociale di questa pianta, la quale scom- pare non appena nuove condizioni permettano la vegetazione di altre specie acquatiche. III. Sulla corrispondenza geologica di tutti i luoghi di sta- zione oggi noti. Di ciascuno di questi argomenti dirò adunque brevemente; ri- sultando da queste mie osservazioni dimostrato il significato che assume questa specie nel quadro della vegetazione attuale, dove essa sta a rappresentare un tipo caratteristico di periodi geologici anteriori (Terziario e Plistocene), tipo che va ora scomparendo anche dagli ultimi suoi rifugi sotto l'azione distruggitrice del fattore an- tropico. Ho fede che il risultato di queste osservazioni possa essere di qualche importanza anche per il giudizio che la Scienza dovrà dare intorno al significato del gruppo intiero delle Isoetaceae, che, io credo, si debbano considerare oggi quasi come « anacronismi > desti- nati ad una più o meno rapida scomparsa. Se durante 39 anni, come si è detto, Vlsoetes Alalinvernianum fu raccolto sempre in una sola località; se questa esclusività di stazione fu una delle cause determinanti dei dubbi, emessi da Braun, Ascherson, Nyman, Arcangeli, Fiori, sullo endetnismo della specie che si ritenne casualmente introdotta coi semi del riso; ciò non vuol dire che la pianta, la quale venne raccolta per tanti anni in località unica, non sia oggi diventata nota in una certa quantità — 135 — di stazioni, come si rileva dallo specchietto, cronologicamente or- dinato, che presento, indicando i nomi dei raccoglitori e le singole località da essi scoperte: 1858. — Cesati, e De Notaris. — Submersa in aquaeductibus — solo lutoso-argillaceo-siliceo, circa pagos Greggio et Oldenico in Pedemontii ditione Vercellensi. Ab initio Aestatis in Hyemem ipsis- simam laete fructifìcans, facile per totum annum. In aqua tarde fluente, limoque profundo vegetior. Ces. et D. Ntrs, loc. cit. (In questa stessa località la pianta era stata scoperta circa il 1857 da Alessio Malinverni, che la comunicava per lo studio ai due ci- tati autori suoi amicissimi, e la pubblicava quindi in alcune clas- siche collezioni, inviando copia di esemplari a tutti i principali Erbarii del mondo). La specie fu dal Malinverni comunicata pure fra le altre, alle seguenti Exsiccata: io. A) Erhario Crittogamico italiano. I Edizione, N. 103 B) Erhario Crittogamico italiano. II Serie, N. 61. C) Rabenhorst — Crijpt. cascular. Europazar^ N. 26. 1869. — Domenico Lisa. — 15 Sett. identica località. 1862. — Cesati. — Die Pflanzenwelt im Gebiete dem Tes- sin, ecc. in einem Wassergraben. 1863. — Ascherson. — In litt., loc. id. Gli esemplari raccolti da questo Autore furono studiati e coltivati da A. Braun. (V. loc. cit., p. 583. Monatsbericht der K. Akad. d. Wiss, Berlin 1863). 1871, — A. Malinverni. — Nel cavo principale del Bordone presso Quinto (Vercelli). 1888. — G. Gibelli, 0. Mattirolo. — Presso Quinto (Vercelli) nei fossi di acqua corrente presso il Molino. 1895, — E. Ferrari, F. Vallino. — Oldenico, lungo un Rio di acqua corrente presso la Cascina nuova (Cascina Olgata), 23 agosto. 1897. — E, Ferrari, F, Vallino, V. Valbusa, — 15 luglio. Nel Rio dietro la Fornace Miglietti, verso la Cascina Dente nella Vauda di Leynì (Torino), 1902, — E, Ferrari, F. Vallino, G. Gola, G. Negri, 0, Matti- rolo, — Campo di Lombardore nei fossi a Nord della Cascina Ra- notta a fianco del Terrapieno del Campo di Tiro dell'Artiglieria, 24 giugno. 1904. — G. Gola. — l'' aprile. Nei Fontanili di Isarno presso il Sifone sotto al Canale Cavour, a Vignale (Novara). 1904, — E. Ferrari, F. Vallino, E. Mussa. — Nei pressi della Cascina Babiasso sopra Rivarossa alla sinistra del Torrente Malone, 27 agosto. — 136 — 1906. — G. Burlandi. — A Front Canavese nella Roggia del Molino Martinetti, 1" gennaio. 1905-1910. — G. Gola. — In numerosi fontanili situati alle falde e all'estremo della zona diluviale di Codemonte. Tra l'Argine Vignale e Isarno (Novara). 1907. — E. Ferrari, F. Santi. — Pianezza (Torino) a S. Pan- crazio lungo il Eio Fellone. Tra la Cascina Medica e la Cascina Pey voleri, 17 maggio. 1908. — E. Ferrari, F. Vallino, F. Santi. — Nel canale morto tra la strada provinciale ed il Malone sotto E-ivarossa, 1° maggio. 1912. — Ferrari, Vallino, Mattirolo. — • Nel Rio di acqua sor- gente che si immette nel Canale del Mulino a Monte del Ponte a Front Canavese, 28 febbraio 1912. In complesso dal suesposto specchietto risulta che. a tutt'oggi, Vlsoetes Mal iìir ernia num è stato già ritrovato in tredici località dif- ferenti, appartenenti alle due provincie di Torino e di Novara. Le due località estreme distano l'ana dall'altra di circa chilo- metri novanta! Da quanto ho esposto risulta sfatato l'argomento principale sul quale si fondavano i sostenitori della importazione della specie, che cioè essa fosse legata ad una stazione unica, quella scoperta nel 1858 dal Malinverni. II. La seconda causa di dubbio circa V endemismo dell' Isoetes Ma- linvernianum era dovuta all'erronea interpretazione delle sue con- dizioni di stazione, le quali, pure essendo state opportunamente descritte dai raccoglitori, vennero mano mano (senza che se ne possa penetrare la ragione) falsamente indicate. Senza avvedersene gli autori si convinsero di ciò che non era e non è ! La pianta doveva essere importata; la importazione doveva es- sere avvenuta coi semi del riso; quindi, per conseguenza, doveva la specie vivere nelle risaie: e ciò si scrisse, mentre Vlsoetes Ma- linvernianum manca assolutamente nelle risaie, perocché ben altro sono i canali che alimentano le risaie, dalle risaie stesse ! Nelle risaie l' acqua è quasi stagnante, o almeno lentissima- mente scorrente. Lo specchio d'acqua, immenso e sottile velo che ricopre estensioni talora imponenti e prive di vegetazione arborea altro che sui margini dei campi, ha temperatura relativamente ele- vata. Questo ambiente adunque presenta carattere e condizioni af- — 137 — fatto contrarie a quelle che sono indispensabili alla vita della no- stra specie. Secondo le ricerche surriferite, la indicazione che l' Isoetes Ma- linvernianiim fosse pianta delle risaie risale al 1879, mentre prima Cesati e De Notaris — (1858) — segnalarono la specie in aquae- ductis — in aqua tarde finente — (v, loc. cit.). I canali che portano l'acqua alle risaie del Piemonte si origi- nano naturalmente o si scavano artificialmente nella zona diluviale dei fontanili della quale parleremo in appresso. In essi l'acqua è sempre abbondante, limpida, fresca, più o meno rapidamente scor- rente, ma sempre scorrente^ fra due sponde più o meno alte e di- stanti fra loro (1). Nei luoghi più adatti, ove V Isoetes meglio si sviluppa, lo spes- sore deMiquido scorrente è superiore molte volte a un metro, come nelle roggie dei mulini e nei canali primarii. In queste condizioni i ceppi di Isoetes^ impiantati come pennacchi gaiamente colorati in verde, traspaiono attraverso lo spessore dell'acqua limpida scor- rente, quasi completamente tappezzando il fondo ghiaioso del canale. Cesati ricorda la herrliche Isoetes « in einem Wassergraben »; Braun, Ascherson (loc. cit.) in stets mit (oft rascli fliessenden) Wasser ge- fùllten Gràben ». In condizioni identiche ritrovai la specie ; cosi la incontrarono il Ferrari e tutti gli altri; fatta eccezione per la località della Vanda di Leijni. ove la pianta cresce solitaria nelle pozzanghere, certe volte anche assai profonde e relativamente larghe, nelle quali si raccolgono le acque di scolo dei terreni diluviali che compon- gono la Vanda stessa; ma nelle quali l'acqua tuttavia scorre con- tinua dall'una all'altra per tutta l'annata. L' Isoetes Malinverniannm è adunque sempre legato all'acqua di sorgenti e quindi all'acqua corrente. L' Isoetes Malinverniannm è pianta che si potrebbe dire solitaria perchè là dove essa vive sommersa, quando per mutate condizioni è reso possibile lo sviluppo di nuove specie essa va scomparendo. Poche, rade e nemmeno costanti sono le piante concomitanti] e ciò a differenza di altre congeneri (I. velata ad es.) che sono sempre (1) L'acqua di questi fontanili diluviali, e per la sua temperatura troppo bassa e per le condizioni di livello nelle quali si origina per rispetto al livello più elevato delle risaie, non viene adoperata, e non può essere adoperata per le risaie se non molto più a valle, quando ha aumentata la temperatura e rag- giunto il livello dei campi. In generale l'acqua di questi fontanili viene usata per le marcite. Col crescere della temperatura scompare Vlsoefes anche in questi canali stessi. — 138 — accompagnate dalle caratteristiche Isoetofile ricordate da Gennari, Braun, Ascherson e Rheinard, Barbey, Pirotta (1). Tra le piante viventi colla nostra specie, notiamo, per la loca- lità della Vanda di Leyni (Torino), nei fossati ove l'acqua è len- tamente fluente : Alisma Plantago Linn. Olyceria fluitans R. Br. nonché abbastanza rari individui di: Eleocharis carniolico, Koch. Veronica scutellata Linn. mentre ai bordi di questi fossatelli, sono ovunque: Juncus eff'tisus Linn. e Carex caespitosa Good. Solo nella località presso Front (Oanavese) vari cespi di /soefes si accompagnano con CalUtriche, Myriophylhim, Veronica, Fontinalis; ma eccezionalmente; mentre nei canali, ove Vlsoetes si trova ab- bondante, sono i cespi solitari o al più accompagnati da fronde di Fontinalis che si dispongono, come i ciuffi dell' Isoetes, in dire- zione della corrente. Nel Vercellese e nel Novarese invece la nostra pianta abita il fondo ghiaioso dei canali, ove la si scopre attraverso il liquido limpidissimo sotto la forma di pennacchi ondeggianti disposti nella direzione della corrente. Coltivata V Isoetes resiste abbastanza a lungo, adattandosi a con- dizioni affatto diverse da quelle naturali. Se si raccoglie con cura per non strappare e danneggiare le radici, essa si accomoda a vivere nei vasi acquatici anche per alcuni anni; ma poi iniziandosi il di- stacco dalle foglie esterne, la pianta deperisce rapidamente e muore, come ho potuto tante volte constatare nel E,. Orto botanico di Torino. L' Isoetes Malinvernianum per la limitata sua adattabilità ai cambiamenti delle condizioni originarie di stazione, è destinato ir- remissibilmente ad una non lontana scomparsa. Questo purtroppo ci è dimostrato da quanto abbiamo noi stessi, in pochi anni, già po- tuto osservare seguendo gli effetti dei lavori che si vanno attuando nei canali, nell'intento di poterli utilizzare in quelle pratiche agricole che a poco a poco vanno cambiando l'aspetto primitivo delle an- (1) G-ENNARi. — Bivista delle Isoetee della Flora italiana. Comment. della Soc. crittog. italiana, 1861, n, 2, n 3, 1862, pag. 112. Braun. — Loc cit,, pag. 601. Ascherson et Rheinard, — Bine hot. Excursion. — Verhandl. bot. Vereia Provinz. Brandeburg, 1863, pag. 196. Barbsy. — Florae Sardoae Compendium. Lausanne, 1884, pag. 178. Pirotta. — Sulle Isoetes delVAyro Romano. Malpighia, anno 1, 1886, pag. 69. — 139 — tiche Vaude, delle aride Baraggie e delle monotone Brughiere, oramai quasi ovunque sottoposte a coltura. L'agricoltore oggigiorno non disdegna più i terrazzi diluviali che erano rimasti finora incolti allo stato di magri pascoli o di cedui poverissimi. Egli, industriandosi a renderli irrigabili, scava e modifica i canali primitivi naturali, sul fondo dei quali indistur- bata cresceva Vlsoetes. La pulitura annuale dei canali stessi è pure tale operazione che riesce dannosissima allo sviluppo della nostra pianta, massime quando questo lavoro sia fatto profondamente con la raschiatura e l'asportazione del limo depositatosi. Canali che noi stessi alcuni anni or sono, avevamo veduto ric- chissimi di cespi di Isoetes, sono oggi quasi spopolati. I giganteschi individui già cosi facili a trovarsi, alcuni dei quali misuravano sino ad un metro di lunghezza di foglie e più di 5 centimetri di base si sono fatti rari assai. A Leyni (Torino) presso il poligono dell'Artiglieria da pochi anni van scomparendo anche i piccoli giovani individui, e cosi in certe località prossime a Novara. Né credo di essere lontano dal vero indicando fra le cause ef- ficienti della futura scomparsa dell' Lsoetes, anche l'inconsulto di- sboscamento alpino per effetto del quale va sempre più scemando la portata annua dei canali isoeticoli che hanno origine dalla zona dei fontanili. ^ IIL Per stabilire l' omogeneità e la corrispondenza geologica dei luoghi di stazione nei quali oggi vive V lsoetes Malinvernianum, oc- corre dare uno sguardo al valore dei terreni che compongono la Valle Padana superiore. Seguendo le idee degli Autori più competenti, fra i quali ri- corderò Taramelli (1), Stella (2), Parona (3), Prever (4) e Fischer (5), (1) Taramelli T. — Alcune osservazioni sul Ferretto della Brianza, Atti Soc. ItaJ. Scienze Nat. — Milano, 1877, Voi. XIX. Taramelli T. — La Valle del Po neW Epoca quaternaria. Atti del Con- gresso geografico italiano. — Genova, 1892. Taram FOLLI T. — L'epoca glaciale in Italia. — Atti della Soc. italiana per il Progi-. delle scienze. IV riunione. — Napoli, 1910. (2) Stella A. — Sui terreni quaternavii della Valle del Po in rapporto alla carta geologica d^Italia — Boll. R. Coiiiit. geologico d'Italia, 1885. (3) C. F. Parona. — Trattato di Geologia. — Milano, Vallardi, 1903. (4) Prevkr P. L. — 7 terreni quaternarii della Valle del Po, dalle Alpi marittime alla Sesia. Boll, della Soc. geologica Italiana, XXVI. — Roma, 1907. (6) T. Fischer, — La penisola italiana. — Torino, 1902. — 140 — oramai da tutti accettate, indicherò per sommi capi i depositi qua- ternari più interessanti che stanno in relazione coll'area di sta- zione àelV Isoetes. Avverto che intendo valermi di questi dati unicamente per ricercare e specificare le condizioni di stazione della pianta in esame : perchè essi ci permettono di determinare con si- curezza il significato di questa specie, conservatasi fino a noi at- traverso le importanti vicissitudini geologiche, come rappresentante di un tipo antichissimo, come un relitto di epoche anteriori, legato a quella sola parte dei terreni rimasti a testimoniare l' importanza di orizzonti geologici oggimai nella massima loro estensione sopra- fatti e scomparsi in seguito all'avvento di più recenti formazioni. Come è noto, la Pianura padana è costituita da terreni allu- vionali, provenienti dalle Alpi e in minima quantità dagli Apen- nini (1). Queste alluvioni che si stendono e ricoprono il letto pliocenico, in molti punti profondissimo, vengono dai geologi divisi in due serie o zone rispettivamente indicate coi nomi di zone diluviali e zone alluviali. Le prime, più prossime o meglio, in contatto col massiccio al- pino, più elevate, quindi di formazione più antica, che rappresen- tano il sistema subalpino della Pianura Padana, a loro volta sono formate dai terreni a cui furono dati i nomi di diluviale {antico e medio) e di morenico. Le seconde, più prossime al Po, formano il sistema basso della pianura rispettivamente composto dal diluvium recente e dall'aZ- luvium. La zona antica, in qualche punto residua, formando piccoli al- tipiani isolati nella zona bassa della pianura ; ma di questi però non avremo ad occuparci, come non avremo a trattare della zona bassa ove non si osserva la presenza dell' Isoetes Malinvernianum. La zona diluviale antica, limitrofa alle Alpi, è costituita da de- triti grossolani ed è la sede delle conoidi fluviali antiche e degli ammassi dei sistemi morenici. Il terreno antico ovunque sassoso e asciutto, forma quelle carat- teristiche zone note in Piemonte col nome di Vaude, Baraggie, Ger- hidi^ e in Lombardia con quello di Brughiere e Groane. Questa zona, talora ricoprente estensioni assai considerevoli, rap- presenta uno dei distretti più caratteristici per rapporto alla Flora, (1) Questi terreni ci danno l' idea della imponente denudazione operatasi nelle due catene montuose nell'epoca quaternaria ed in specie nel periodo glaciale. — 141 — speciale ben nota ai botanici, e del quale pure non ci occu- piamo (1). Davanti a queste colline di origine morenica interrotte qua e là da ampie lacune, nei tratti ove non esistevano i ghiacciai, si distende una seconda zona di detriti diluviali collegati pure cogli avanzi delle prime antiche conoidi fluviali. Queste conoidi secondarie si presentano esse pure sotto la forma di altipiani, limitati verso le valli dei fiumi da scarpe più o meno ripide; e formano, esse pure, delle vaude o delle brughiere^ con terreno composto di banchi di ciottoli più o meno grossi, talora cementati in specie di puddinghe. In generale, tanto i più antichi altipiani, come questi più re- centi, sono difììcilmente irrigabili, sterili in gran parte, e solo adatti alla coltivazione della vite e del gelso. Un processo di disgregazione ha spesso trasformato in posto questi terreni, anche quelli ad elementi più grossi, in una argilla sabbiosa di colore rossastro designata col nome di ferretto {%, nel quale a mala pena si distinguono gli elementi primitivi. A questi terreni antichi che costituiscono le conoidi più pros- sime alle Alpi, formanti, come si è detto, altipiani limitati verso le valli dei fiumi da scarpe più o meno ripide, fanno seguito quelli che formano la zona bassa o parte inferiore della pianura, com- prendenti anche essi due suhzone (Stella). Si ha dapprima quella di origine diluviale alla quale succede quella di origine attuale, costituite tutte e due da elementi più sot- tili di quelli che caratterizzano il Diluvium a,nt\co e medio. Nella subzona diluviale, {diluvium recente), più alta, nella quale gli elementi sono ancora grossolanamente composti (quasi come (1) Limitandoci qui a ricordare come i ghiacciai quaternari successivi alle formazioni conoidali, abbiano distrutto in parte le antiche conoidi, sostituen- dovi quegli apparati morenici che in alcuni punti (specialmente in Piemonte) hanno lasciato esempi tipici e celebri, come quelli corrispondenti agli antichi ghiacciai che scendevano dalle Alpi, specie allo sbocco delle due Dora e del Ticino. (2) La trasformazione delle alluvioni primitive che ci interessano (Di- luvium antico e medioj e particolarmente dei loro elementi di natura felds- patica, è dovuta a complesse azioni chimiche e fisiche in essi determinate dagli agenti esterni che vi inducono disaggregazione e mutamenti con par- ziale asportazione, per dissoluzione, di alcuni elementi dei materiali stessi. Sono processi analoghi alla caolinizzazione, o meglio arf/iliificazione. Le varie roccie costituenti l'alluvione, se calcifere perdono la loro calce; ed il ferro in esse contenuto, trasformandosi tutto in sesquiossido idrato, impar- tisce alla massa del ferretto quel colore speciale ocraceo caratteristico. — 142 - nelle formazioni diluviali antiche alle quali si è accennato prima), le acque meteoriche sono rapidamente assorbite dal suolo; mentre le abbondanti acque sotterranee rinascono a valle nel limite in- feriore della zona medesima e per conseguenza nella zona bassa diluviale recente compaiono numerosissime le fonti perenni, dando luogo ad una regione indicata col nome di regione dei fontanili. La regione dei fontanili., in origine, coperta da densissime fore- ste, è ampia in certi punti, angusta in molti altri e assai vicina alla base del diluviale medio e recente e specialmente nelle regioni dove si avanzano nella valle le conoidi diluviali antiche. Questa zona ha per le nostre osservazioni una importanza af- fatto speciale perocché è precisamente nei canali derivanti dai fon- tanili che si incontrano le stazioni dell' Isoetes Malinvernianum. Finalmente V Alluvione recente è il terreno situato più in basso più prossimo al fondo della valle e al decorso del Po, mentre i ter- reni diluviali, (i soli che per il nostro studio hanno interesse), si tro- vano più in alto e più all'esterno della valle ed i piani successivi di deposizione interposti fra di essi (che abbiamo indicato seguendo la distinzione proposta dallo Stella., senza preoccuparci delle distin- zioni più o meno evidenti riferibili all'influenza delle glaciazioni successive), sono distinti da un grado sempre crescente di altera- zione dei materiali dall'interno verso l'esterno e da terrazzamenti più o meno evidenti. Ma per quanto interessa la fìtostatica, importa essenzialmente la distinzione fra i terreni elevati nettamente ferrettizzati e decal- cifìcati, e quelli bassi che ancora si trovano, per così dire, freschi nel loro stato originario. Le due zone seguono quasi parallamente il decorso dei fiumi attuali e si osservano molto bene in quella parte della pianura pie- montese nella quale è stato raccolto V Isoetes Malinvernianum^ fra la Dora Riparia e il Ticino. Quivi appunto il Diluvium superiore e me- dio, due piani spiccatamente ferrettizzati, stanno disposti lungo l'e- streme falde alpine, alla base delle quali si adagiano appoggian- dosi direttamente sulle formazioni rocciose antiche, laddove non sono ricoperte dal morenico; circondando invece queste ultime verso l'esterno, quando esse si sono deposte allo sbocco delle valli (Dora Riparia, Stura, Mallone, Ohiusella, Orco, Dora Baltea, Lago d'Orta, Lago Maggiore). In quanto esse rappresentano le più antiche colmate alluvio- nali della Pianura padana, sempre più ridottesi nei periodi di ero- sione susseguentisi, esse si avanzano dalle falde montuose verso la linea mediana della pianura, sotto forma di conoidi più o meno — 143 — estese in superficie, più o meno prolungate verso il basso, limitate dalle correnti acquee attuali, che si sono scavate nella compagine degli altipiani diluviali primitivi i loro profondi letti ripetuta- mente terrazzati sui margini. Per riuscire a qualche particolare interessante più direttamente le ricerche presenti, questi altipiani diluviali nel medio e basso Piemonte, ovunque quasi in contatto colla ricordata zona dei fonta- nili, costituiscono due grandi gruppi. 1. Quello delle Vaude del Canavese fra le due Dorè. 2. Quello delle Baraggie o Brughiere del Biellese e del Novarese tra la Dora Baltea e il Ticino. Lasciando da parte i terreni diluviali antichi, ridotti quasi ovunque ad una stretta fascia rivestente le estreme falde alpine, (come un cordone continuo di terreno in stato di profondissima alterazione), si può ritenere che la porzione pianeggiante della su- perficie coperta dalle Vaude, Baraggie e Brughiere, sia quasi esclu- sivamente costituita dal diluviale medio. Nel Canavese le due Vaude principali sono quelle della Man- dria, colla base fra Givoletto e Fiano e l'apice alla Venaria ; e quella di Volpiano, Rivarossa e S. Maurizio colla base che va da Balangero a Rivara e l'apice a Volpiano. Nel Biellese, la più avanzata è la piccola Barraggia, che all'e- sterno dei terreni morenici si estende da Caraglià a Carisio. Ne segue quindi una grandissima colla base da Mongrando a Cassato e l'estremità a Villanova Biellese, divisa tuttavia in due lembi da una incisione fra Candelo e Villanova occupata da terreno dilu- viale recente (1). Poi una terza colla base tra Cossato e Gattinara e l'estremità a Villarboit, pure molto estesa e continua fra la Sesia e il Ticino. Un altipiano maggiore colla base tra Eomagnano e Maggiora si spinge a Sud sino oltre Fara in vicinanza di Novara; ed un se- condo distaccatosi dal morenico tra Borgomanero e Borgoticino si avanza nellapianura sino a Mezzomerico. In corrispondenza degli anfiteatri morenici i terreni ferrettiz- zati degli altipiani si continuano coi terreni pure ferretizzati della Morena e l'analogia del suhstratum sembra determinare il passag- gio à.e\V Isoetes da quelli a questi, come è avvenuto in una stazione sola (almeno per quanto oggi è noto) quella della Fraglia di Pia- (1) Questi dati sono tratti dai rilievi geologici tuttora inediti, della pianura piemontese, gentilmente favoritimi da P. Prever. Confrontisi pure P. Prever, / Terreni guaternarii, loc. cit. — 144 — nezza (Torino) ove la pianta si ritrova in un canale scorrente in una formazione, sincrona ai terreni ferrettizzati diluviali. L'esame accurato delle stazioni nelle quali è stata finora tro- vato Vlsoetes Malinvernianuni, ci mostra come esse sieno tutte si- tuate in terreno diluviale ferrettizzato o nella zona immediata- mente sottostante, pure di origine diluviale detta dei fontanili^ ad eccezione di una sola stazione, quella già ricordata della Fraglia di Pianezza, che si trova, come abbiamo accennato, bensì in zona mo- renica, ma essa pure ferrettizzata. Dalle osservazioni ora riferite, le quali dimostrano una corri- spondenza assoluta tra i terreni diluviali della Valle Padana e le stazioni odierne àeìVIsoetes Malinvernianum, ci pare sufficiente- mente provato il nostro asserto, che cioè la specie in discorso sia da ritenersi come specie di origine probabilmente molto antica, conservatasi insino a noi, grazie al rifugio trovato nelle stazioni sopra descritte, in corrispondenza alle quali soltanto si manten- nero le condizioni ecologiche indispensabili al suo sviluppo. Ciò che è pure nettamente dimostrato dalle considerazioni che precedono, intorno alla scomparsa costante delle specie, alla quale noi assistiamo tuttodì in tutte quelle stazioni (Leynì ad esempio) dove lavori di qualsiasi genere (dissodamenti, cambiamenti cultu- rali, ecc.), riescono in qualsiasi modo ad alterare le primitive con- dizioni del terreno, indispensabili alla continuazione della vita della nostra specie. Le precedenti considerazioni dimostrano colla più grande delle probabilità che r/5oe^es Malinvernianum debba, riguardarsi come un re- litto della vegetazione preglaciale. D'altronde in tutto questo periodo geologico, a noi relativamente vicino, che, attraverso il periodo glacia- le, confina cioè coi periodi storici, non vi furono rivolgimenti cosi pro- fondi da necessitare la cessazione della vita vegetale, nelle aree non occupate dai ghiacciai. Questa da noi, come è dimostrato, durante i periodi delle successive glaciazioni si potè continuare sopra un'area vastissima, attesoché il limite dei ghiacci non raggiunse mai nel suo massimo abbassamento (salvo lungo le valli) i 1000 metri sul livello del mare (1). Del resto questa conservazione non solo di vegetali ma di ani- mali ci è dimostrata pure dalle grandi quantità di specie se- gnalateci degli studi malacologici (2), dalle ricerche sulla ori- (1) Fatta eccezione per le fronti dei ghiacciai che si spinsero sino al piano costruendo gli anfiteatri morenici allo sbocco delle Valli. (2) Ricordiamo i lavori di Locard, di Pini, di Adami, di Pollonera, di Sacco, ecc. — 145 — giiie della Fauna pelagica (1), dalle indicazioni entomologiche (2), ecc. ecc. * * * Come conclusione di queste note, che rivendicano al suolo d'Italia uno dei tipi vegetali più interessanti, del quale dimostrano l'ori- gine locale preglaciale, mi sia concesso accennare ad una questione indirettamente legata al soggetto che ho trattato; come quella che ha riguardo alle giuste suscettibilità del sentimento nazionale dei botanici italiani, molto spesso, a proposito delle indicazioni di sta- zione delle piante nostre e della nostra Flora, scientemente mal- trattato o negletto da certi colleglli dei popoli a noi viciniori, che ci invidiano anche quel poco di cui siamo debitori riconoscenti alla benignità dell'Alma mater e al nostro lavoro. "Non è sotto l'influenza di un attacco di quelle malattie che i tedeschi indicano col nome intraducibile e significativo di Selhstzuf- riedenheit ed i francesi con quello di chauvinisme che mi sono de- ciso a scrivere queste cose; ma sibbene per il desiderio che abbia a cessare una condizione di cose acutizzatasi davanti all'affermarsi odierno del risveglio della nostra azione. Intendo qui accennare più precisamente alle modalità certe volte assai poco riguardose, colle quali alcuni botanici stranieri sogliono indicare le località italiane delle piante, e parlare delle piante e delle cose botaniche italiane, adoperando con ostentazione evidente, non i nomi italiani, ma quelli da loro stessi fabbricati; mai preoc- cupandosi né degli autori italiani, né degli studi loro (come non (1) Secondo le idee di Pavesi, (in molti punti però dimostrate erronee dal Forel) la Fauna pelagica dei nostri laghi sarebbe da riguardarsi come una Fauna relieta, forse pliocenica, mantenutasi durante il periodo glaciale nei laghi che a guisa di fiordi si internavano nelle Vallate Alpine. Pavesi P. — Altra serie di Iticerche e di Studi sulla Fauna pelagica. Pa- dova, 1883. Società Veneto Trentina di Storia Naturale, voi. Vili, fase. 2°. Pavesi P. — Ulteriori Studi sulla Fauna pelagica dei Laghi italiani. Ren- diconti R. ISTiT. Lombardo. Serie II, voi. XII, fase. XVI. Pavesi P. — Nuova serie di ricerche .ndla Fauna pelagica dei Laghi ita- liani. R. IsTiT. Lombardo, 1879. Rendiconti, Serie II, voi. XII, fase. XI, XII. FoREL F. A. — Le Léman. — Monographie limnologique. Tom III, Lau- sanne, 1904. D. V. BoRBÀs voN Dejter. — Die pftanzengeographischen Verhdltnisse der Baiato Hseegegend. "VVien, 1907. in Resultate Erforsch. Balatonsees. (2) Ricorderò per la Valle di Susa le osservazioni specialmente di Ghi- liani e Gianelli. Giuliani V. — Materiali per servire alla compilazione della Fauna ento- mologica italiana ossia Elenco delle specie di I^epidofteri riconosciute esistenti negli Stati Sardi. Men. Acc. delle Scienze di Torino, Serie II, voi. XIV, 1862. Annali di Botanica — Vol. X. 10 — 146 — esistesse una letteratura botanica in Italia!), quasi fossero pau- rosi di scrivere anche solo il nome del nostro paese, al quale pure, giovani e vecchi, uomini e donne accorrono bramosi di go- dervi la bellezza della natura, la luminosità del cielo, la libertà, la giocondità, la facilità della vita ! A centinaia, potrei documentare le attestazioni di quanto io la- mento ; ma non desidero farlo, onde tenere le mie jjarole in quella sfera elevata ove non dovrebbe imperare altra divinità che quella nobilissima della figliola di Saturno e della Madre della virtù. Per quali ragioni in questo nostro campo botanico che pur do- vrebbe essere nobile, elevata palestra dedicata alla ricerca della ve- rità, si ricorre al sistema dei piccoli, meschini, volgari tentativi di ingiurie, delle larvate ipocrisie, delle noiose punture di spilli, che non saranno certo i mezzi più adatti per fecondare quella intimità sana di rapporti che dovrebbero regolare le relazioni fra gli uomini di scienza? Chi fa uso di così ridicole, ma pure velenose e sottili armi di offesa, non comprende, che oltre al rivelare la sua ignoranza e cattiveria, ingenera condannabili confusioni nella scienza, semina diffidenza, urtando quel sentimento di nazionalità che dovrebbe pure essere cosa sacra per tutti gli umani. Io non intendo far nomi di persone e tanto meno di nazioni ; so purtroppo che quanto io scrivo è vero, e come italiano e come botanico sento il dovere di protestare contro tali gratuite offese. Oggi non è più il tempo delle egemonie a oltranza, le quali, se si possono imporre colla forza, non si impongono certo colla mali- gnità, che è il mezzo più adatto invece per porre in guardia chi ha orecchi per vedere e mente per riflettere. Io, in conclusione, non chiedo altro che giustizia e rispetto; e nel campo floristico l'applicazione del detto evangelico che ardisco parafrasare nel modo seguente: Assegnate al suolo d'Italia le specie che vi crescono e ricorda- tevi che esiste un paese che ha questo nome ; che esso ha una lingua ed una bandiera ! R. Orto Botanico di Torino, marzo 1912. ^ s_/ \^ \^ \^ Ancora sul Ficus Carica di B. LoNGO. Solo da poco — quantunque porti la data del 1911 — è uscita la Dissertazione del dott. Ravasini sul Fico (1), fatta come tesi di laurea sotto la direzione del prof. Tschirch, il quale ne assunse già interamente la responsabilità (2). Questa Dissertazione in diversi punti non corrisponde più alla Nota preliminare pubblicata dai si- gnori Tschirch e Ravasini (3); essa è stata modificata in seguito all'aver il Ravasini appresso dalla mia voce e dai miei preparati, in occasione del Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze tenutosi a Roma nell'ottobre dell'anno passato, come stiano effettivamente le cose. Di ciò però non si fa punto cenno; e, sia per questo, sia soprattutto perchè, come vedremo, vi si con- tengono affermazioni a mio riguardo non rispondenti al vero, sono costretto — per evitare che sia sorpresa la buona fede di chi legge — a ritornare sull'argomento. Com'è mia abitudine, esporrò oggettiva- mente i fatti : il lettore giudicherà. to' (1) Ravasini R. — Die Feigenbàume Italiens und ihre Beziehungen zu ei- nander. Inaug. — Diss. Bern., 1911. (2) Tschirch A. — Die Feifjenbaume Italiens (Ficus Carica (L.), Ficus Ca- rica % Capri ficus und Ficus Carica ^ domestica und ihre Bezieliunrjen zu ei- nander Ber. d. deutsch. Bot. Ges. Bd. XXIX, Heft 3 (3 marzo 1911). Incidentalmente, domando al prof. Tschirch, il quale scriveva a pag. 84 « lek ìiabe alle Beohachta/ifjen kontrolliert », come avrebbe fatto, restandosene a Berna, a controllare in Italia la raccolta delle diverse infiorescenze sulle stesse piante? Perchè, proprio su questo sta il cardine della questione circa la pretesa esistenza dell' f/r/e/ye ! (Cfr.: Longo B., Sul Ficus Carica. Annali di Bot, Voi. IX, fase. 4°, pp. 418-423). (3) Tschirch A. — Op. cit. ; e Tschirch et Ravasini — Le type sauvage du Figuier et ses relations avec le Caprifiguier et le Figuier domestique. Compt. Rend. d. séanc. de l'Acad. des Se, T. 152, n. l) (27 marzo 1911). Io non so in quante altre edizioni e lingue sia stata pubblicata tale Nota preliminare! — 148 — Dopo ciie il prof. Tschirch (1) ebbe resa di pubblica ragione con la prima edizione della Nota preliminare le pretese scoperte sul Fico, io pubblicai, nel giugno dell'anno scorso, una breve Nota (2), ac- compagnata da due microfotografie di sezioni di ovuli pronti per essere fecondati, per provare l'infondatezza dell'affermazione dello Tschirch circa l'esistenza del micropilo — questione questa che mi riguardava più personalmente. Nella stessa Nota preannun- ziavo anche che intendevo confutare al Congresso della Società Ita- liana per il Progresso delle Scienze, indetto per l'ottobre a Roma, molte altre affermazioni. Il 25 luglio, appena ricevuti gli Estratti, ne spedivo, in plico raccomandato, una copia al prof. Tschirch a Berna, perchè — com'era da supporsi — incaricasse almeno il Ea- vasini (che si trovava appunto di residenza a Roma quale Procu- ratore generale dell'Istituto Nazionale Medico Farmacologico) d'in- tervenire all'adunanza per la discussione in contradditorio e la esi- bizione, anche da parte loro, dei preparati. All'adunanza del 13 ottobre intervenne infatti il Eavasini, in rappresentanza anche, com'egli disse, del prof. Tschirch. Io, par- lando lungamente al Congresso e illustrando il mio dire con disegni, fotografìe, proiezioni e, più che altro, con preparati macroscopici e microscopici, dimostrai l'infondatezza delle seguenti asserzioni dei signori Tschirch e Eavasini : Il Caprifico è stato sempre da tutti gli autori ritenuto identico al Fico selvatico ; Il Fico selvatico è diverso dal Caprifico e dal Fico; esso rap- presenta la specie originaria « Urfeige » in Italia, e porta cratiri e fioroni come il Caprifico e forniti come il Fico ; Da semi di Fico non si ottengono mai né Fico né Caprifico, ma sempre l' Urfeige (VErinosijce del Pontedera) ; Il Caprifico ed il Fico non possono essere riprodotti che ve- getativamente ; I fiori galligeni non sono fiori essendo privi di ovulo ; La Blastofaga depone l'uovo nel pseudo-ovario; Le Blastofaghe, uscite in luglio dai fioroni, entrano nei for- niti senza sciuparsi le ali, giacché l'ostiolo è aperto sì da permet- tere alle Blastofaghe di entrare ed uscire durante tutta l'estate fino (1) Tschirch A. — Op. cit. (2) LoNGO B. — Su la pretesa esistenza del micropilo nel Ficus Carica L. Annali di Bot., Voi. IX, fase. b°. — 149 — a che poi nel settembre le stesse Blastofaghe li abbandonano defi- nitivamente per andare a deporre le uova nei cratiri ; Non si può parlare di dicogamia proteroginica nel Fico sel- vatico ; L'ovulo dei forniti è sempre provvisto di micropilo ; Nessun ricettacolo di Caprifico porta mai semi; I fiori pistilliferi dei fioroni di Fico sono privi di ovuli. Di preparati macroscopici, esibii ricettacoli di Fichi selvatici (1) e Caprifichi selvatici raccolti nell'annata sulle mura di Roma ed in Toscana (Senese); anzi portai dei rami freschi con qualche for- nito (bianco e nero) maturo e buono a mangiare, di quegli stessi Fichi selvatici delle mura di Roma sui quali il 3 giugno, insieme col prof. Carano, avevo raccolti i fioroni ed il 22 luglio quest'ul- timo mi aveva raccolti i foì'niti. Portai inoltre — come prova ir- refutabile — in un vaso con formalina, un ramo di Fico selvatico, sul quale si trovavano contemporaneamente i forniti all'ascella delle prime foglie, e, presso la cicatrice, lasciata da una foglia nel ramo dell'anno antecedente, ancora un fiorone quasi maturo. Mostrai an- che ricettacoli di Fico selvatico e Caprifico selvatico con l'ostiolo perfettamente chiuso prima e dopo l'entrata della Blastofaga, e con- tenenti Blastofaghe morte e prive di ali, che avevano perdute nel- l'entrare nei ricettacoli forzando le squamrae di chiusura; ed al- tresì forniti maturi di Caprifico contenenti qualche seme. Di preparati microscopici, ne esibii abbondanti per dimostrare l'esattezza di quanto avevo pubblicato ; e cioè : — Che nei foì'niti del Fico l'ovulo, prima della fecondazione, è privo di micropilo; — Che nei fiori dei fioroni del Fico, quando vi è un ovulo solo, esso è costituito normalmente; ma quando ve ne sono parecchi, questi sono più o meno deformati, di forma e costituzione diversa, con sviluppo per lo più ridotto o mancato addirittura, però in ogni ovario alcuni o almeno uno degli ovali si presentano con sacco embrionale più o meno normalmente costituito ; — Che i fiori gal- ligeni sono veri fiori, giacché nel loro ovario c'è un ovulo normal- mente costituito ; — che la Blastofaga depone l'uovo nell'ovulo tra ii tegumento interno e la nucella, talora anche nell'interno stesso della nucella; — che, in seguito alla deposizione dell'uovo della Bla- stofaga, nel sacco embrionale si sviluppa partenogeneticamente l'en- dosperma. Terminata la lunga esposizione della mia Relazione — ch'è stata (1) Credo non inutile far rilevare che per Fico selvatico io intendo il vero Fico allo stato selvatico. — 150 — pubblicata integralmente negli Annali di Botanica, ed alla quale^ rimando il lettore (1) — , il Ravasini, ottenuta la parola, dichiarò, di non aver portato alcun preparato microscopico perchè i suoi pre- parati si trovavano presso il prof. Tschirch [!?], e soggiunse che,, davanti all'evidenza dei miei preparati macroscopici e microsco- pici, egli non aveva nulla da obiettare ; che, riguardo alla que- stione del micropilo, il prof. Tschirch riteneva ch'io avessi voluto dire i"s/c/] che l'ovulo del Fico non ha mai micrapilo; che, riguardo zlVErinosijce, esso si trovava in diversi esemplari e pretese dimo- strarne l'esistenza con la esibizione di ricettacoli staccati in un ba- rattolo [gli unici preparati macroscopici da lui esibiti !j ; e si ri- servò in fine di riferire al prof. Tschirch per rispondere alle altre critiche da me mosse. Replicai al Ravasini che prendevo atto delle sue dichiarazioni,. e che anzi, per meglio convincerlo, mettevo a sua completa dispo- sizione lo stesso materiale esibito al Congresso. Feci peraltro rile- vare la stranezza del fatto che i preparati microscopici, dopo due mesi e mezzo dall'invito da me fatto, restassero ancora a Berna, e che proprio non ne rimanesse neppure uno presso il Ravasini a Roma; che, per quanto riguardava la dichiarazione circa il mi- cropilo, faceva veramente meraviglia che una cosa cosi elementare fosse ignorata dallo Tschirch : che, cioè, quando noi diciamo man- canza di micropilo, noi vogliamo dire che il micropilo manca nel- l'ovulo maturo, vale a dire quando esso è pronto per essere fecon- dato, ma non durante lo sviluppo dell'ovulo ; che (a prescindere dal fatto che — dopo avere i sigg. Tschirch e Ravasini lanciato ai quattro venti che tutti gli esemplari di Ficus Carica spontanei d'Italia non fossero né Fico né Caprifico, ma soltanto Erinosijce, e che anzi seminando semi di Fico non si ottenessero mai né Fico né Caprifico, ma sempre, senza eccezione, Erinosyce — il Ravasini veniva allora a dire che detto Erinosyce si trovava soltanto in di- versi esemplari!) i ricettacoli staccati da lui esibiti per provare l'esi- stenza àeW Erinosyce non erano dimostrativi, giacché, per le ragioni da me addotte, potevano essere raccolti rispettivamente da esemplari di Fico selvatico e Caprifico selvatico ; e che la prova irrefutabile era soltanto quella da me data, cioè un ramo di Fico selvatico por- tante fioroni di Fico e forniti di Fico; e che finalmente io non comprendevo su quali altri punti il prof. Tschirch mi avrebbe potuto ribattere, dal momento che io avevo tutto comprovato con preparati macroscopici e microscopici, dallo stesso Ravasini con- trollati de visu e riconosciuti esatti ! (1) LoNGO B. — Sul Ficus Carica. Annali di Bot., Voi. IX, fase. 4" — 151 — Esaurita cosi la questione, e messa ai voti la mia Relazione venne approvata all'unanimità. Il giorno successivo, per tutta la mattinata, all'Istituto Botanico di Roma, presente il prof. Carano, feci esaminare attentamente tutti i miei preparati al Ravasini e gli mostrai come effettivamente stes- sero le cose. Egli, davanti all'evidenza dei fatti ed alla chiarezza dei miei preparati, si con-vinse sempre più dei suoi errori, tanto che affermò di non avere mai veduto preparati cosi perfetti, e che, con la sua tecnica, assolutamente non avrebbe potuto vedere quanto così chiaramente aveva veduto nei miei preparati. Poi, messo alle strette dalle mie insistenti domande, perchè almeno mi mostrasse quel preparato in cui egli una sola volta, come mi assicurava, aveva veduto il tubetto pollinico percorrere il canale micropilare, mi con- fessò di non potere assolutamente esibirlo, giacché non era mai riuscito a fare un preparato stabile in balsamo ! (1). Aggiunse che egli doveva però pubblicare la sua Dissertazione perchè era condi- zione sine qua non per ottenere il diploma; che, in ogni modo, avrebbe inteso il prof. Tschirch se e fino a qual punto avrebbe do- vuto modificare detta Dissertazione; e che perciò, anzi, mi pre- gava d'inviargli, appena pubblicata, una copia della mia Relazione per averla sott'occhio nel modificare la sua Dissertazione. Mi pregò inoltre di accompagnarlo dal prof. Pirotta, al quale, me presente, ripetè quanto sopra. Un paio di giorni dopo, il Ra casini consegnò al Segretario della Sezione botanica del Congresso, per essere inserita negli Atti, la seguente dichiarazione da lui scritta e che qui riporto integral- mente: « Il dott. R. Ravasini fa al riguardo alcune osservazioni, ed esamiiiJito il materiale macroscopico e microscopico presentato dal professor Longo, riconosce lealmente l'esattezza delle comu- nicazioni fatte in questo riguardo dal prof. Longo, dichiarando però a sua volta che esiste in Italia in diversi esemplari il tipo « Eri- nosj^ce » già descritto dal Pontedera, del quale egli presenta i ri- cettacoli staccati, le fotografie dei singoli individui da lui sotto- posti ad osservazione continuata per due anni ed una pianta stradale sulla quale ha segnato le posizioni precise nelle quali questi si trovano. Sulle altre critiche mosse dal prof. Longo si riserva di rispondere dettagliatamente appena sarà uscito il lavoro del pro- fessor Longo » (2). (1) Sfido io che si facevano tante scoperte ! (2) Cfr. Atti della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Quinta Riunione, Roma, ottobre 1911, p. 857-868. — 152 * * * Vediamo ora nella Dissertazione, se e fino a qual punto il B,a- vasini si sia attenuto alla sua dichiarazione. Ebbene, contrariamente alla medesima, egli ora ritira soltanto alcune delle affermazioni della Nota preliminare: — come quella che nessun ricettacolo di Caprifico porti mai semi, e l'altra che i fiori galligeni ed i fiori pistilliferi dei fioroni di Fico siano privi di ovuli. Non accenna però affatto di avere appreso dalla mia voce e dai miei preparati come effettivamente stiano le cose, ma spiega (pag. 96) asserendo di avere studiato più esattamente, usando m'i- gliori mezzi di fissaggio, imparaffinando e sezionando al micro- tomo ! (1). Egli dice anche nella Dissertazione di avere osservato miei preparati, ma senza circostanziare né dove né quando; polemizza anzi in qualche punto anche con quanto io ho pubblicato solo nella mia Relazione, che egli però non cita affatto! Inoltre — e questo è più grave — egli riporta in modo non conforme al vero ciò che os- servò nei miei preparati circa le questioni della deposizione del- l'uovo della Blastofaga e della mancanza del micropilo! Non ostante che al Congresso io avessi, con la prova alla mano, dimostrato l'esistenza in Italia del Fico e del Caprifico allo stato spontaneo, e contrariamente anche alla surriferita sua dichiara- zione, il Eavasini nella Dissertazione torna ora ad affermare che i Fichi selvatici d' Italia non sono né Fichi né Caprifichi, ma Eri- nosyce ; torna anche ad affermare [senza aver fatto alcun esperi- mento in proposito; anzi contrariamente ai risultati sperimentali ottenuti da altri!] che seminando semi di Fico non si ottiene né Fico né Caprifico, ma sempre Erinosyce\ aggiungendo (pag. 106) che 1' esperienza del Gasparrini (da me riferita come decisiva nella Relazione) (2) non verrebbe, secondo lui, ad alcun risultato chiaro (3j [?!]. Di più, interpretando arbitrariamente quanto scrive il Trabut sul Caprifico, afferma (pag. 117) che il Trabut avrebbe confuso il j)i"eteso Erinosyce col Caprifico [? !]. (1) Io non so come il Ravasini abbia potuto in cosi poco tempo improv- visarsi tecnico fine, e contemporaneamente procurarsi i fioroni durante l'au- tunno e r inverno ! (2) LoxGO B. — Sul Ficus Carica. — Annali di Bot., voi. IX, fase. 4°, 1911, pag. 423-421. (3) Ebbene, giacché ciò non basta ai signori Tscbirch e Ravasini, posso assicurare levo che in Algeria si coltiva una buona razza di Fico detta « Isly », ottenuta appunto da seme colà all'Orto Botanico di Algeri e che il Trabut de- scrive, raffigura e raccomanda! (Cfr. Trabut, Le Figuier en Alyérie. Gouvern. génér. de l'Algerie. Direct, de l'Agric. Service Bot. Bull. 88 [1904], pag. 16-16). — 1B3 — Il Ravasini inoltre, con la sua abituale disinvoltura, afferma (pag. 119) che il Pontedera avrebbe stabilito V Erinos/jce in To- scana! Sarei veramente curioso di sapere a quale fonte i signori Tschirch e Ravasini avrebbero attinta tale notizia, giacché a me risulta che il Pontedera non parla di località, ma soltanto di sta- zione (1). Ed ho ragione anzi di credere che il Pontedera (nato a Vicenza (2), e non a Pisa, come inesattamente vien detto da qualche autore, ma soltanto oriundo di questa città) non abbia mai fatto ricerche botaniche in Toscana; — ciò che mi vien confermato dal prof. E. Chiovenda. Anzi, a questa posso aggiungere anche l'auto- revole conferma del prof. P. A. Saccardo. Il Ravasini dice ancora (pag. 150) [al solito senza citare la mia Relazione al Congresso, ove soltanto fo di ciò parola!] che io ho opposto che le Blastofaghe, una volta entrate nei forniti (fichi), non posseggono la possibilità di uscirne e volare ancora sui cratiri (mamme), giacché, nell'entrare in detti forniti, dovrebbero perdere le ali e, nell' uscire, dovrebbero essere prese dalle formiche (3). Eb- bene — come dato di fatto — mi limito a ripetere, che io gli feci anche vedere che l'ostiolo dei forniti era chiuso prima e dopo l'en- trata della Blastofaga, e che dentro si trovava morta e priva di ali la Blastofaga che vi era entrata! E se nella mia Relazione (-1) scrivevo : « se le Blastofaghe — dato anche che potessero vivere cosi a lungo (6) — si rifugiassero, come pretendono i signori Tschirch e Ravasini, per tutta l'estate in ricettacoli con l'ostiolo aperto, forse neppure una di esse potrebbe sfuggire alla caccia che le formiche loro danno », fu perchè era stato pubblicato, nella Nota preliminare dei signori Tschirch e Ravasini, che le Blastofa- ghe, uscite in luglio dai fioroni, entrano nei forniti (fichi) senza sciuparsi le ali, giacché Vodiolo è aperto, si da permettere alle Bla- stofaghe di entrare ed uscire durante l'estate fino a che poi nel settembre le stesse li abbandonano definitivamente per andare a de- ci) PoNTEDERAE — Antologia. — Patavii (1720), pag. 230. (2) Saccardo P. A. — La Botanica in Italia. I (1895), pag. 731 ; e II (1901), pag. 87. Id. Pontedera G. Biobibliografia. — Bergamo, 1898 (3) Inoltre, svisando la questione, fa rilevare che anch'io dico che le Blastofaghe escono dai fioroni, dai forniti e dai cratiri. — Sicuro, che io icario di uscita, ma naturalmente dai ricettacoli maturi in cui le Blastofaghe. sono nate, e non da quei ricettacoli in cui poi sono entrate ! (i) LoNGO B. — Sul Ficics Carica. — Annali di Bot., voi. IX, fase. 4, pag. 429, nota 2». (5) Senza voler anche entrare nella questione se le Blastofaghe di questa generazione potessero restare un paio di mesi senza deporre le uova! — 154 — porre le uova nei cratiri {mamme) ! — Il Ravasini poi aggiunge con meraviglia (pag. 151) [provando con ciò di non aver compreso l'a- dattamento biologico tra la pianta e 1' insetto] che, allora, quelle Blastofaghe che entrano nei forniti {fichi) sarebbero perdute! [Pre- cisamente cosi! ma operano, in uno dei modi più meravigliosi, la impollinazione! ]. E veniamo alle questioni relative rispettivamente alla deposi- zione dell'uovo della Blastofaga ed al micropilo. Per quanto riguarda la deposizione dell'uovo della Blastofaga, il Ravasini afferma (pag. 143) che, nei preparati di fiori galligeni da me esibiti, l'uovo della Blastofaga, si trovava sempre deposto nel- l'interno della nucella. — Ora, ciò non è vero : io gli feci invece vedere che l'uovo della Blastofaga viene deposto, come ho già detto, tra il tegumento interno e la nucella, e talora anche nell'interno della nucella stessa. Anzi, con i preparati sott'occhio, gli feci con- statare l'esattezza di quanto avevo già pubblicato in proposito e che qui riporto integralmente : « L'uovo della Blastofaga viene de- posto nell'ovario dei fiori pistilliferi del Caprifico, non, come ine- sattamente ritenne il Gasparrini, tra l'ovulo e la j^arete ovarica, bensì tra il tegumento interno e la nucella, come esattamente dice e raffigura il Solms-Laubach, talora però anche nell'interno stesso della nucella in prossimità del sacco embrionale. In tale deposi- zione però l'ovopositore dell'insetto segue da prima la via del ca- nale stilare fino alla base, poi, perforando il funicolo, depone l'uova nella posizione suddetta. Non è quindi esatto parlare di canale di puntura « Stichcanal » come fa il Solms-Laubach per tutta la via seguita dall'ovopositore nella deposizione dell'uovo » (1). Quindi la divergenza tra le mie osservazioni e quelle del Solms-Laubach non è che di dettaglio: e perciò non arrivo a comprendere la gra- tuita asserzione del Ravasini (pag. 51) che il Solms-Laubach avrebbe descritto in modo fantastico « in phantasievoller Weise » la maniera, della deposizione dell'uovo della Blastofaga! Se mai, veramente del tutto fantastica, era l'asserzione fatta dai signori Tschirch e Rava- sini nella Nota preliminare, che cioè i fiori galligeni non sarebbero veri fiori, essendo privi di ovuli, e che l'uovo della Blastofaga ver- rebbe deposto nel pseudo-ovario; asserzione tanto fantastica, che ora iJ Eavasini (ripeto, dopo averlo constatato a Roma nei miei preparati) ha dovuto completamente ritirare ! Pei; quanto poi riguarda la questione del micropilo, il Ravasini (1) LoNGO B., Osservazioni e ricerche sul Ficus Carica L. Annali di Bot^ Voi. VII, fase. 2% 1909, pag. 242. — 155 — pubblica (pag. 93 in nota) che questo sarebbe sempre presente finO' ad uno stadio in cui i lobi del tegumento interno si fondono l'uno- coll'altro, il che corrisponderebbe col momento in cui i fiori femmi- nei sono pronti per essere fecondati; e ciò perchè, egli dice, avrebbe veduto dei tubetti pollinici giungere al sacco embrionale normal- mente attraverso il micropilo ancora visibile. Nello sviluppo succes- sivo scomparirebbe il micropilo, e Tautore non si perita di aggiun- gere che questo stadio corrisponderebbe alle mie descrizioni ed ai preparati da cui furono tratte le microfotografie da me pubblicate, perchè, egli dice, il micropilo è chiuso, ma non si vede nessun tu- betto pollinico ! [Sfido io che non si vede alcun tubetto pollinico'. lo stadio e antecedente alla fecondazione!] E l'autore poi aggiunge, con grande meraviglia [sic /], di aver saputo da me ch'io non volevo sostenere che nel Ficus Carica non si presenta mai micropilo, ma che esso si chiude precocemente, in modo analogo a quello che avviene nel Ficus hirta (1). — Nell'interesse della scienza, e per evi- tare anche che la buona fede del lettore sia sorpresa dalle parole del E-avasini, è bene esporre i fatti. Io gli feci chiaramente osservare, nei preparati, come ho già detto, esibiti al Congresso, che pi-ecocemente, ai di sopra dell'apice della giovane nucella, i bordi del tegumento interno si congiungono e concrescono in un tessuto omogeneo, in modo che — abbastanza prim^a che il sacco embrionale sia pronto per essere fecondato — non resta traccia di canale micropilare. Tale processo s'inizia quando già il giovanissimo sacco embrionale ha appena un nucleo; quando poi è avvenuta la prima divisione del nucleo primario {o al massimo la seconda dioisione), in modo che nel giovane sacco embrionale si trovano due nuclei appena (o al massimo quattro nuclei), il canale micropilare è già scomparso : quindi il pro- (1) La meraviglia per questa mia spiegazione, che al Ravaslni(ed al professor Tschirch) pare in contraddizione col titolo della mia Nota « Su la pretesa esi- stenza del micropilo nel Ficus Carica L. », sembrerebbe mostrare la insufficienza della coltura botanica non solo di lui, il che sarebbe poco, ma anche del professor Tschirch (un'altra prova ne è la fig. 2G, a pag. 9-1 della Dissertazione, che io non so diversamente qualificare che un fantastico sgorbio!); giacché tutti sanno (e già, come ho detto, lo feci notare al Ravasini al Congresso) che quando noi parliamo di non esistenza di micropilo (es. Cynomorium coccineum, Alchemilla arvensis, ecc.), non vogliamo dire che il micropilo non esiste in tutti gli stadi dello sviluppo dell'ovulo, ma che si chiude precocemente più o meno prima della fecondazione, in modo che il tubetto pollinico abbia nell'ovulo un per- corso endotropico! E — si noti bene — a pag. 137 della Dissertazione, stessa, il Ravasini dice in sostanza — senza volerlo — di aver veduto in un mio preparato che il percoi'so del tubetto pollinico è acrogamo aporogamoi — 156 — •cesso dell'otturazione del micropilo si compie — lo ripeto ancora una volta — abbastanza prima che il sacco embrionale si sia com- pletamente differenziato e quindi sia pronto per essere fecondato (1). Ed io, è bene ripeterlo, feci a suo bell'agio osservare al Ravasini nei miei preparati tutto il processo in parola (ma di ciò egli, come di altre cose, tace !), anzi contemporaneamente (e ciò per maggiore chiarezza e perchè non gli restasse alcun dubbio che nel Ficus Carica il fenomeno è del tutto analogo a quello studiato dal Treub nel Ficus hirta) gli mostravo anche le figure corrispondenti che ac- compagnano il lavoro del Treub ! Questi, i rilievi di fatto: giudichino i lettori. Siena, 31 marzo 1912. Nota inserita ddeante la stampa. Nel fascicolo 5 della Zeitschrift fur BotaniJc, or ora uscito, trovo un'interessante critica del Solms-Laubach (2) sulla stessa Disserta- zione del Ravasini. In questa critica — alla quale rimando il let- tore — il Solms-Laubach si associa anche a quanto io avevo esposto nella mia Relazione al Congresso. * * Poche parole ancora voglio ora aggiungere al riguardo del pre- teso Urfeige {Erinost/ce) dei signori Tschirch e Ravasini. Poiché, come ho già pubblicato, tanto in Calabria (alta Valle del fiume Lao), quanto sulle mura di Roma ed in Toscana (Senese), io ho sempre trovato allo stato selvatico soltanto Fichi e Caprifichi, ho voluto recarmi ora nella località della Fattucchia presso Firenze: questa località, in fatti, è già specialmente indicata dai signori Tschirch e Ravasini nell'edizione italiana della loro nota prelimi- nare (3) ; il Ravasini a Eoma, a voce, assicurava che poteva garantire (1) I signori Tschirch e Ravasini, che al solito si limitano soltanto ad as- serire, mi mostrino (o mostrino a Botanici competenti) un preparato solo in cui il sacco embrionale si sia differenziato e il canale tnicropilare sia presente nell'ovulo. (2) Cfr.: Zeitschrift fib' BotaniJc, 4. Jahrg. Heft 5, pp. 407-410. (3) Tschirch A. e Eavasini E. — Il Fico primitivo ed i suoi rapporti col Ca- jyrifico e col Fico domestico Ardi, di Farmac. sperim. e Se. affini. Anno X, voi. XII, fase. Il, 15 luglio 1911, p. 49. — 157 — l'enstenza deWUrfeige almeno alla FatUicchia ; e finalmente nella sua Dissertazione egli assegna alla Fattacchia, dirò cosi, un posto di onore con una fotografia (pag. 114) e con una carta topografica (pag. 118), aggiungendo anche la fotografia (pag. 115) di un altro esemplare esistente nella vicina località Spedaletto — e ciò, egli dice, allo scopo di rendere a tutti possìbile il controllo. Da Firenze, il mattino dell'I 1 maggio, insieme col Tecnico del R. Istituto Botanico di Firenze, signor Fanfani, che conosceva bene i luoghi, mi recai alla Fattucchia. Servendoci della carta topogra- fica suddetta ci fu possibile rintracciare l'esemplare, che anche il con- tadino del podere, ove trovasi la pianta, ci confermò essere quello fo- tografato e dal quale il cav. Bianchi aveva raccolti i ricettacoli per spedirli ad un signore [evidentemente al Ravasini j. Ebbene detto esem- plare (1) non aveva alcun fiorone; anzi il contadino mi assicurò che egli non aveva mai veduto la pianta portare alcun «fico primaticcio » [fio- rone] ! Inoltre mi assicurava ohe i ricettacoli di questo Fico selva- tico e?'a no ]f?fY^« della stessa qualità e buoni a mangiare ! Cercando tra i rami, trovai i resti di due ricettacoli disseccati sulla pianta e che suppongo maturati tardivamente e quindi cimaruoU; osservati sul posto con una lente e poi meglio appena giunto all'Istituto Bo- tanico di Firenze, potei stabilire la natura longistila dei loro fiori. Ho perciò tutte le ragioni di ritenere che questo esemplare sia un vero Fico (2). — Richiesto poi al contadino se conoscesse un altro esem- plare di Fico selvatico nella vicina località Spedaletto^ egli rispose affermativamente e si offri di accompagnarci. Ivi discesi, trovammo il contadino del podere Spedaletto che subito ci indicò l'esem* piare fotografato, dal cav. Bianchi e che, come ora dirò, ho mo- tivo di ì'itenere un Caprifico. Esso era straordinariamente carico di fioroni tanto che io non vidi ramo, per quanto piccolo, che non ne contenesse. Alle mie domande quel contadino disse che non solo i « fichi primaticci » non sono buoni, ma neppure tutti gli altri ricetta- coli che porta all'ascella delle foglie; anzi, nel dirmi ciò, espri- meva il suo rammarico che una pianta cosi vigorosa e cosi produttiva non portasse mai alcun ricettacolo buono a mangiare ! Inoltre detto (1) Veramente io non posso dire con certezza se trattasi di uno o di due esemplari, giacché sono due i tronchi che escono dal terreno a breve distanza l'uno dall'altro, il che potrebbe far supporre che le piante fossero due ; in ogni modo il contadino mi assicurava che i fichi erano della stessa razza. (2) Il fatto di non portare fioroni non ci deve meravigliare (salvo per la affermazione dei signori Tscliircli e Ravasini che Pesemjdare portasse i fioroni come quelli del Caprifico !) giacché la produzione normale dei Fichi sono i for- niti, come dei Caprifichi i fioroni. — 158 — •contadino di Spedaletto mi disse che essi distinguono due qualità di Fichi selvatici, secondo che i ricettacoli sono tutti buoni a man- giarsi o tutti cattivi, e che chiamano « Fichi sarvatici », distin- guendo però i primi con l'aggiunto di buoni. E ciò proprio come nell'alta Valle del fiume Lao in Calabria, dove i contadini chia- mano col nome di « Ficu salivaggiu » o di « Ficara salivaggia» tanto i Caprifichi quanto i Fichi che colà frequentemente si trovano allo stato spontaneo, distinguendo i secondi dai primi con l'aggiunta di honi. Dunque anche gli esemplari presso Firenze, che gli autori hanno contrassegnato esattamente in modo che mi è stato possibile il con- trollo, ho ragione di ritenere che non corrispondano ai caratteri da oro assegnati all' Urfeige. Ritengo perciò oramai del tutto inutile spendere altre parole per discutere sul valore e sul significato di questo preteso Fico primitivo : per quanto i signori Tschirch e Ra- vasini, con la più grande disinvoltura, non abbiano esitato ad iden- tificarlo con tutti i Fichi selvatici d'Italia, l'esistenza del loro Urfeige è ben lungi dall'essere dimostrata ! \^ ^/ \_/ \,^s^ \_/" BREVI COMUl^riCxVZIONI Aggiunte e correzioni all'articolo: Della priorità di alcuni nomi specifici di piante contenuti nell' " Auctariuni ad Synopsim Metliodicam Stirpium horti Regi Taurinensis „ deirAllioni. Senecio uniflorus Ali. FI. Pedem. I (1785) 200 n. 728, t. 17, tìg. 3 = Solldago uniflorus Ali. (177^1:), p. 70, n. 67. Arahis utricta Huds. (1762) = Arabis scabra Ali. (1774), p. 74, n. 83, non Ali. FI. Pedem. I, p. 268, n. 974, la quale è VA. ser- pyllifolia Jacq. La sinonimia dell'Auctarium va cosi rettificata per il sinonimo dell'Haller n. 453 dall'Allioni citato, mentre il sino- nimo Halleriano dell'yl. mrpylUfolia è il n. 447 ed è esatto perciò quanto scrisse in proposito il Thellung. AUine rupestris (Scop.) Fenzl = Stellarla rupestris Scop. (1772) = Arenaria lanceolata Ali. (1774) 87, n. 120. Silene nicaeensis AH. (1774), p. 88, n. 123. Achyranthes sicula (Linn.) Ali. (1774), p. 93, n. 138; Eoth (1787) = A. a.spera ^ sicula Linn. = A. argenteo, Lam. (1789). Prof. E. Ohio VENDA. RIVISTA DI MORFOLOGIA Gli elementi vascolari delle Pteridopliyta. Sono essi vasi o tracheidi? Da principio si è sostenuto che fos- sero dei veri vasi. In seguito però De Bary e anche Strasburger hanno ammesso che fossero tracheidi per la persistenza di una mem- brana trasversale tra un elemento e l'altro. Presentemente due sole eccezioni si conoscono nelle radici di Nephrodium Filix-mas e di Pteris aquilina, che posseggono veri vasi, come è stato riconosciuto fin dal Russow. Gwynne-Vaughan però, riprendendo la questione ed estenden- dendola anche a piante fossili, ha sostenuto recentemente che si tratta di vasi veri, boaichè speciali in certi casi. A due anni ap- pena dal lavoro di Gwynne-Vaughan, una memoria di Halft torna ad ammettere che gli elementi vascolari delle Pteridophyta sono tracheidi e non vasi. L'opinione di Halft è ora confermata da Ban- croft (1), che studia a questo riguardo 30 specie appartenenti a 21 generi diifereiiti ed accenna ai mezzi chimici (reazioni micro- chimiche) e fisici (iniezioni con inchiostro di china) adoperati per mettere in evidenza la membrana primaria esistente fra i diversi tracheidi. Mentre però Halft spiega la formazione delle fessure, che si osservano di frequente in una sezione trasversale fra gli ele- menti vascolari delle Pteridofite, col semplice slontanamento delle liste d'ispessimento secondario, rimanendo in mezzo all'area cosi formata la membrana primaria, Bancroft ammette che tali fessure sieno in parte determinate dalla parziale dissoluzione delle sostanze pectiche su un lato e l'altro della membrana primaria, dimodoché in questi punti non persiste che la sola lamella mediana, ed in parte dallo slontanamento degli strati secondari. E. Carano. (1) On the Xyleia-Elements of the Pteridophyta. — Annals of Botany, Voi. XXV, 1911. Annali di Botanica — Vol. X. 11 — 162 — Origine del midollo nella stele caulinare delle Pieri dopliyta. E questo un argomento di grande importanza per l'anatomia comparata delle piante vascolari; ond'è che ad esso hanno rivolto l'attenzione numerosi autori, specialmente i paleofitologi. Due teorie diametralmente opposte si disputano il campo : la prima sostenuta da Jeffrey e dai suoi scolari ammette che il midollo sia sempre di origine estrastelare, provenga cioè da introflessione della corteccia nella stele; la seconda invece sostenuta da numerosi altri valenti competitori ammette per il midollo un'origine intrastelare^ giacché esso proverrebbe da una modificazione degli elementi xilematici centrali della stele solida primitiva (protostele). È inutile far ri- levare che dai sostenitori delle due differenti teorie sono esibite delle prove abbastanza convincenti, sicché é probabile che delle buone ragioni militino in favore degli uni come degli altri e se torto v'è, deve attribuirsi alla soverchia recisione con cui essi af- fermano le proprie idee. Tre recenti pubblicazioni, di cui una del Gwynne-Vaughan e le altre del Bower costituiscono appunto una specie di reazione all'asserto troppo rigido del Jeffrey « che il mi- « dolio deve in tutti i casi essere considerato come una derivazione « della corteccia ». Formazione del midollo nelle Osmundaceae. — Gwynue- Vau- ghan (1) ha seguito lo sviluppo di piantine germinanti di Osmunda regalis nell'intento di osservare se di alcuni caratteri primitivi mo- strati da Pteridofite fossili ora ascritte alle Osmundaceae, rimanesse traccia nei giovani individui dei rappresentanti tuttora viventi di questa famiglia. Egli ha rivolto speciale attenzione all'effetto pro- dotto su la stele del caulicino dalla fuoruscita delle prime tracce fo- gliari. In tutti i casi esaminati le prime due tracce si dipartono in un modo perfettamente protostelico, vale a dire senza produrre nessuna depressione nella stele solida. Anche la 3^ traccia si com- porta il più delle volte come le due prime, ed in alcuni casi per- fino la 4* e la 5\ Più o meno presto però al punto di distacco di una traccia fogliare un isolotto di parenchima della guaina che cinge lo xilema si fa breccia nello xilema medesimo e spesso è que- sto il primo parenchima che compare nello xilema solido della stele. Non meno spesso però il parenchima che si rende per la prima volta manifesto nella stele è un vero e proprio midollo che si ori- gina del tutto indipendentemente dalla fuoruscita delle tracce fo- (1) Some Remarks on the Anatomy of the Osmundaceae. — Annals of Botany, XXV, 1911. — 163 — gliari, perchè esso si continua verso Falto per un buon tratto senza assumere alcun contatto con gli isolotti di parenchima suaccennato. Il contatto si stabilisce soltanto al livello della 5^ o 6^ traccia fo- gliare. Una volta stabilito il midollo, raramente scompare ; nondi- meno in alcuni casi l'autore ha osservato che lo xilema della stele ridiventa solido al disopra del livello della 7* foglia. Lo stesso suc- cede, ma in maniera ancora piìi accentuata in Osmunda cinnamo- mea studiata da Faull. Per illustrare il graduale costituirsi del mi- dollo ed i rapporti che esso assume con le tracce fogliari l'autore l'i- porta 5 diagrammi molto dimostrativi, oltre le tavole. Egli poi dà dei dettagli istologici della piantina e delle tracce fogliari, facendo rilevare, fra le altre cose, per la piantina che gli elementi del mi- dollo, al primo comparire sono molto lunghi, presso a poco come gli elementi del legno, la qual cosa è in accordo con l'origine del midollo dai tracheidi centrali della protostele per degradazione. Non ha mai però trovato fra gli elementi parenchimatici del midollo dei tracheidi sparsi, com'egli si sarebbe aspettato dal confronto con gli affini fossili Thamnopteris e Zalesskya. Quanto alla struttura delle tracce fogliari, le prime sono molto esili e non posseggono un distinto protoxilema, probabilmente perchè i pochi tracheidi che le costituiscono si differenziano simultaneamente. Quando pero un pro- toxilema si rende manifesto, la struttura è generalmente endarca, salvo in qualche caso in cui l'autore ha potuto con sicurezza sta- bilire che è mesarca. Tale particolarità, benché occasionale, si può ad ogni modo considerare come un ricordo atavico, in quanto il tipo mesarco era costante alla base delle tracce fogliari in Thamnopte- ris e Zales-kya. In base allo studio delle piantine di Osmunda re- galis ed a quanto è noto per altre piante affini viventi e fossili Gwynne-Vaughan conclude che il midollo delle Osmundacee, con- trariamente all'affermazione di Jeffrey e dei suoi scolari, è di ori- gine intrastelare. Formazione del midollo nelle Ophioglossaceae. — Il Bower (1) è stato indotto a queste ricerche principalmente perchè in Bo- trychium, unico genere vivente di Ophioglossaceae con accrescimento secondario nel caule, poca importanza è stata data finora al legno primario, considerato dalla maggioranza degli autori come virtual- mente assente. Con tale questione però era strettamente legata l'altra non meno importante della prima comparsa del midollo nella stele delle Ophioglossaceae; per cui il Bower ha preso in esame (l) On the primari/ Xylem and the Origin of Medullation in the Ophioglossa- ceae. — Annals of Botany. XXV, liJll. — 164 — parecchie specie non solo del gen. Botrychium ma anche di Ophio- glossum, ed ha poi comparato le sue osservazioni con quelle fatte su altre specie da autori precedenti, dal Farmer e Freeman sul gen. Helminthostachys, da Scott sul gen. fossile Botryoxylon. Parecchi fatti interessanti sono emersi da questo esame. Cosi per ciò che riguarda la stele al suo primo inizio nella piantina, l'autore ha stabilito che può presentarsi con struttura dififerente non solo nello stesso genere ma anche nella stessa specie, essendo in alcuni casi solida in altri fornita già di un midollo. Tale dif- ferenza è dall'autore messa in rapporto con la quantità di nutri- mento a disposizione della pianta. Nei casi in cui la stele è solida (pro- tostele) il midollo compare prima ancora della fuoruscita della prima traoia fogliare. Infatti nel centro delle protostele si rendono a poco a poco manifeste delle cellule isolate o riunite in piccoli gruppi, le quali conservano le pareti sottili ed il contenuto protoplasmatico. I gruppi o le cellule isolate confluiscono insieme, costituendo il midollo, che da principio è mal delimitato dallo xilema circostante e presenta sparsi fra le sue cellule parenchimatiche dei tracheidi talora scarsi, talora numerosi. Non vi è nessun dubbio quindi che il midollo al suo primo inizio sia non solo di origine intrastelare, ma più precisamente in- traxilica. Con la fuoruscita delle prime tracce fogliari il midollo viene accresciuto per la penetrazione del tessuto parenchimatico della guaina che circonda lo xilema, anch'esso però di origine intra- stelare. In Ophioglossum manca fin da principio nel caule una di- stinta endodermide, mentre è abbastanza evidente nel tratto infe- riore del caule di Botrychium. Questa endodermide non viene in nessun modo interrotta dalla fuoruscita delle prime tracce fogliari^ ciò che conferma che il midollo da principio è soltanto intrastelare. Verso l'alto però l'endodermide a poco a poco scompare e delle in- troflessioni di parenchima estrastelare si fanno strada con la fuo- scita di nuove tracce fogliari. Il midollo definitivo proviene perciò- da 3 sorgenti distinte : 1° dal parenchima intraxilico; 2'' dal paranchima della guaina circondante lo xilema ; 3^ dal parenchima estrastelare. Quanto alla questione del legno primario in Botrychium si può con l'autore in linea generale ammettere che sia in parte o quasi in totalità fisiologicamente sostituito dallo xilema secondario pro- veniente dall'attività del cambio, e che di esso non rimangano, al- meno nel caule adulto, che delle vestigia appunto nei tracheidi sparsi occasionalmente nel midollo e nei tracheidi più interni del- l'anello legnoso. Studiando però lo sviluppo del legno in una re- — 165 — gione poco discosta dall'apice in Botrychium Lunaria, lo xilema primario si mostra in notevole quantità, costituendo da solo, per mancanza ancora dell'attività del cambio, l'anello legnoso. Inoltre nella medesima regione, verso il centro del midollo, si trovano sparsi parecchi tracheidi i quali rappresentano probabilmente tracce di uno xilema primario un tempo sviluppato ed ora in corso di so stituzione per lo sviluppo del legno secondario. Non sempre esi- stono di questi tracheidi sparsi in B. Lunaria, ma dove si riscon- trano, la loro presenza non si riesce certo a spiegare con la teoria di un midollo d'origine corticale. Un'altra osservazione interessante ha fatto il Bower in B. ternatum: in un esemplare che aveva su- bito dei disturbi traumatici dovuti probabilmente a puntura d'in- setto, proprio nel punto dove la causa aveva agito v'erano nume- rosi tracheidi sparsi nel midollo. Al di sopra ed al di sotto di questo punto, cessata la causa perturbatrice, il midollo ritornava normale e privo di tracheidi. Se si deve ammettere, come del resto ha con- fermato recentemente anche JefFrey, che un'azione traumatica sia capace di determinare nei tessuti un risveglio di caratteri ance- strali, può anche da ciò desumersi che in questa specie il midollo sia d'origine intrastelare. Concludendo, vediamo che la prima comparsa del midollo presenta dei caratteri comuni nelle Osmundaceae e nelle Ophioglossaceae. Il secondo lavoro del Bower (1) mentre è una critica severa al- l'idea troppo rigida del Jeffrey di nuovo affermata e senza alcuna restrizione in una recente memoria, che cioè i-I midollo devesi in ogni caso riguardare come una derivazione della corteccia, è nello stesso tempo una discussione generale su quanto fino ad oggi è noto riguardo alla formazione del midollo nelle Pteridophj^ta. Di nuovo egli non aggiunge che le osservazioni sulla struttura delia stele di Selaginella spinulosa nel tratto del caule immediatamente sottostante allo strobilo. Dalla discussione emerge chiaro che il mi- dollo nelle Pteridophyta non ha sempre la medesima origine, come dimostra lo studio sia dell'anatomia delle piante adulte, sia dello sviluppo delle piantine con le loro particolarità ontogenetiche, sia infine dei fossili, in particolar modo delle Osmundaceae e Lepido- dendraceae. L'origine del midollo può anche variare nello stesso individuo a seconda dello stadio di sviluppo e delle condizioni d'ambiente in cui esso viene a trovarsi. Il midollo può quindi essere derivato nei modi seguenti : (1) Ori Medullation in the Pteridophyta. Annals of Botany, XXV, 1911. — 166 — 1. Completamente per degradazione del tessuto vascolare del centro della protostele, nel qual caso è di origine intraxilica (Le- pidodendraceae, Osmundaceae primitive e forse anche Equisetales)' o in parte soltanto (Selaginella spinulosa, Ophioglossaceae, Osmun- daceae attuali da giovani, e Marattia). 2. Per partecipazione, oltre che del tessuto vascolare suddetto, del parenchima della guaina che circonda lo xilema, anch'esso in- trastelare (Ophioglossaceae da giovani, piantine di Osmunda, Sela- ginella spinulosa). 3. Per partecipazione dello strato interno dell'endodermide doppia, quale sembra sia il caso per le piantine di Marattia. 4. Per introflessione della corteccia (Ophioglossaceae allo stato adulto e Felci leptosporangiate). Analogamente alle Felci leptosporangiate anche nel rizoma di Selaginella laevigata var. Lyallii le stele sono così ordinate da de- limitare nel centro un midollo d'origine corticale. Senonchè mentre nelle Felci la corteccia penetra nella stele attraverso le lacune de- terminate dalla fuoruscita delle tracce fogliari (lacune fogliari), in Selaginella la corteccia penetra nella stele attraverso le lacune de- terminate dalle tracce dei rami aerei (lacune rameali). Evidente, mente però più che di affinità di questa pianta con le Felci, trat- tasi, secondo l'autore, di un semplice caso di omoplasia, determinato dalla posizione orizzontale del rizoma. Importante a tal proposito è una teoria emessa dal Bower, secondo la quale l'origine intra-ed estrastelare del midollo sarebbe in rapporto con la posizione del- l'asse e con le dimensioni delle sue appendici (foglie e rami). Così un caule eretto e microfiUo favorirebbe la formazione di un midolla intrastelare ; un caule sdraiato e megafillo permetterebbe la forma- zione di un midollo estrastelare. All'obbiezione che potrebbe muo- versi a questa teoria e che l'autore stesso si pone, che cioè le Dik- sonieae, le Cyatheae e numerose altre Felci leptosporangiate sono megafiUe, hanno un asse eretto e pure conservano un midollo estra- stelare, il Bower oppone parecchi fatti, i quali dimostrano come, una volta iniziata o l'una o l'altra sorta di formazione di midollo in un phylum, essa si conserva anche se ad un determinato mo- mento nello sviluppo filogenetico un cambiamento intervenga nella posizione dell'asse, appunto perchè la causa agirebbe soltanto nel tempo in cui si inizia per la prima volta la formazione del mi- dollo. Ora per le Cyatheaceae l'autore è riuscito a stabilire che il portamento eretto è secondario e che questa famiglia è derivata-^ da antenati rizomatosi probabilmente affini alle Gleicheniaceae. E. ARANO. — 167 — Tessuto di trasfusione. Il tessuto di trasfusione delle foglie di Conifere è stato oggetto di numerose ricerche. Recentemente dal Worsdell e poscia da altri autori è stato considerato come omologo del legno centripeto dei fasci cotiledonari di Cycas e di Ginkgo. Carter (1) riprende la que- stione, studiando lo sviluppo di tale tessuto nei cotiledoni delle se- guenti specie: Ta-cus baccata, Cephalotaxus pedimculata, C. For- tunei, Araticaria brasiliensis^ Pinus sylvestris^ Sequoia sempervirens^ Sciadopitys verticillata, Cupressus Lawsoniana, C. tortulosa, Tlmja orientalis, T. spheroidea, e Juniperus communis. E giunge alla conclusione che i primi tracheidi formati del tes- suto di trasfusione nei cotiledoni tolti in esame occupano tale po- sizione ed hanno una forma tale da rendere improbabile che essi rappresentino una continuazione dello sviluppo del legno centripeto. Un paragone fra questi tracheidi e gli altri tessuti del fascio va- scolare suggerisce piuttosto che essi sono una differenziazione del parenchima. Quanto alla funzione del tessuto di trasfusione l'autore è d'avviso che piuttosto che a trasportare esso serva ad immagaz- zinare acqua. E. Cakano. (1) ^ Reconsideration of the Origin of «. Transfusion Tissue ì> Annals of Botany Voi XXV, 1911. RIVISTA DI FISIOLOGIA Alberti Alberto. — Gli orgaui di senso nelle piante in relazione allo stimolo della luce. Bologna, 1911. Questa memoria può dividersi in due parti. La prima, la più estesa, è un esame critico della teoria dell'Haberlandt sul mecca- nismo di recezione dello stimolo luminoso e di reazione da parte dei vegetali; essa comprende i capitoli I, II e III. La seconda parte, capitolo IV, è dedicata alla descrizione di ricerche originali dell'A. È la parte più importante del lavoro; di essa adunque sarà op- portuno occuparci brevemente. Guidato, come altri sperimentatori, dal concetto di disturbare la formazione dei fochi nell' interno delle supposte cellule sensibili, l'A. ricorre a due mezzi. Dapprima egli usa degli schermi in cui si trovano disseminati numerosi e minutissimi corpicciuoli oscuri, i quali intercettino la luce. Servono bene all' uopo « certe carte sot- tili di qualità molto ordinaria, che contengono frammenti gialli di paglia non intieramente spappolata e scolorita. Si può anche in- toisificare il giuoco del chiaro oscuro, spargendo con un sottile se- taccio un po' di gesso o di biacca sulla carta, che poi si scuote e si deterge. Traccie minime di queste sostanze rimangono aderenti sempre, di preferenza a certi punti più rilevati della carta (e qualche volta ai più depressi ), i quali, dopo una opportuna manipolazione rendono la carta più ineguale alla luce ». Inoltre l'A. adopera pellicole « sulle quali erano distese delle fi- nissime emulsioni di varia natura. Vennero adunque dapprima uti- lizzate le pellicole fotografiche nelle quali il metallo, come è noto, dopo l'esposizione alla luce e lo sviluppo, è raccolto in minutis- simi aggruppamenti variamente lontani fra loro. Poi furono provati gli olii nei quali erano emulsionati sali alcalini terrosi ». — 170 — Lo scopo di tutti questi mezzi è di provocare sulle foglie sotto- poste alla luce a traverso questi schermi un giuoco di chiari e di ombre, atti ad alterare la posizione nella quale ordinariamente si for- mano i fochi. L" A. sperimentò su diverse piante, ed ottenne il risultato che queste erano ancora sensibili all' azione direttiva della luce. Poi furono impiegate delle polveri di vetro, che secondo l'A., ap- parvero più adeguate allo scopo. Esse naturalmente funzionano come altrettanti prismi, i quali debbono alterare il giuoco di rifra- zione nelle papille convesse, funzionanti da lenti, delle foglie. Ma anche con questo mezzo l'A. osservava che si compivano i consueti movimenti di orientamento, onde egli è tratto a conclu- dere contro r ipotesi dell'Haberlandt. Ora lo scrivente non può esimersi da brevi osservazioni critiche. È difficile comprendere come nell'esperienza degli schermi conte- nenti numerosi e finissimi punti oscuri si possa giungere allo scopo di disturbare la formazione dei fochi o di alterare comunque la loro posizione. Certamente se di fronte ad una lente vi è una zona oscura che lascia passare poca luce il foco corrispondente sarà meno intenso, ma la sua posizione dev'essere assolutamente la stessa. Si potrebbe tutt'alpiù pensare che una granulazione oscura, ricoprendo casualmente una metà di una lente, permettesse soltanto la forma- zione di una parte dell'area focale, e che quindi questa, essendo lie- vemente eccentrica, potesse provocare un'alterazione nell'eccitazione e quindi nella reazione della foglia. Ma ciò non e ammissibile per la ragione che nella foglia esiste un numero straordinariamente grande di lenti, il quale deve dar luogo ad un numero parimente assai grande di varie combinazioni tra la posizione delle lenti medesime e quella dei vari granuli dello schermo ; si deve quindi trat- tare di un complesso di piccole alterazioni in direzione contraria, il quale complesso non può dar luogo ad alcun effetto. Ciò oppor- tunamente ha pi^evisto lo stesso autore a pag. 55, ma non ha forse ' data la dovuta importanza all'obbiezione, che secondo il parere dello scrivente, ha invece un valore decisivo. Anche l'altra prova con polvere di vetro non può andare esente da obbiezione. Certamente i piccoli prismi che costituiscono la polvere deviano i raggi, ma anche in questo caso le combinazioni possibili di posizione di questi prismetti devono, secondo la legge di probabilità, risultare tali che si avrà infine una moltitudine di deviazioni luminose in opposte direzioni, le quali non possono in- durre le alterazioni previste dall'A. E non sarà neanche esatto il dire che tutti questi punti luminosi deviati eccentricamente in- — 171 — opposte direzioni dovranno dar luogo ad una risultante mdla^ poi- ché dalla loro azione antagonistica può risultarne uno stimolo cen- trico^ come nelle condizioni ordiìiarie. Ciò in casi analoghi ha dot- tamente dimostrato lo stesso Haberlandt nelle risposte ai suoi op- positori, e il suo ragionamento dal punto di vista fisico appare as- solutamente esatto. Se poi anche si volesse ammettere che tutti questi vari stimoli finiscano per dare una risultante zero, resta sempre il caso di possibili lenti non coperte da prismi, le quali de- vono originare lo stimolo di orientamento. Importante invece è l'altra serie di esperienze e osservazioni intraprese dall'A. lo quali consistono nel privare le foglie di epi- dermide e di ricercare se esse reagiscono ancora alla luce. In questo caso l'esperimento è veramente decisivo, ma le difficoltà non sono piccole e le prove vogliono essere ripetute numerose volte. Già il Nordhausen tentò un analogo esperimento mortificando l'epider- mide con mezzi meccanici e constatò come la sensibilità persistesse anche dopo la distruzione dell'epidermide. Analogamente l'Alberti trova che foglie private della loro epidermide reagiscono ancora alla luce. Ciò ottiene con un ibrido dal Tropaeolum Lobbianum e con fo- glie giovanissime di Colocasia esculenta. E da augurarsi che simili studi siano continuati e ripetuti e che l'A. mantenga la promessa di rendere noti quanto prima i risultati di nuovi esperimenti, che saranno certamente interessanti. RiTTER voN GuTTEMBERG HERMANN. — Ubei* die Verteiluiii^ der geotropìscheu Empfiwdliclikeit iuderKoleoptite der Grani iiieen. — Jalu-b. f. Wiiis. Bot. Bd. L., H. '6' no L'A. riassume dettagliatamente la quistione se la sensibilità geotropica debba ritenersi localizzata o almeno maggiormente ac- centuata all'apice del coleottile. La numerosa letteratura in propo- sito ci ha dato spesso conclusioni incerte e contraddittorie; tuttavia s'inclina a ritenere che la sensibilità sia ristretta prevalentemente (od anche esclusivamente) all'apice suddetto. Tuttavia la quistione, in taluni casi specialmente, è sempre controversa e l'A. si accinge a risolverla impiegando nelle sue ricerche il metodo dell'azione della forza centrifuga escogitato dal Piccard, secondo il quale, po- nendo l'oggetto in una certa inclinazione sull'apparecchio, è possi- bile fare agire in regioni contigue forze antagoniste. Le ricerche furono eseguite sulle seguenti specie : Avena satina, Hordeiim vul^ gare, Phalaris canariensis, Setaria italica, Sorgham vulgare. I risultati principali sono i seguenti: — 172 — In Avena, Hordeiim e Phalaris una breve zona apicale del coleot- tile è più sensibile della zona sottostante. La zona di maggiore sensibilità è in genere dai 3 ai 5 millimetri. Nelle Panicee non si verifica una sensibilità apicale cosi pro- nunciata. Nel Sorghum la metà superiore è più sensibile della ba- sale, nella Setaria al contrario le due metà sono parimenti sensi- bili. Nei coleottili delle specie studiate ha luogo senza dubbio un trasporto di stimolo tanto basipeto quanto acropeto. Quando la maggiore sensibilità geotropica è localizzata nella regione apicale, v'ha in quella dell'amido mobile in tutte le cel- lule fino all'epidermide ed ai fasci conduttori. E questa zona cor- risponde in lunghezza alla zona della sensibilità. Questi ultimi fatti parlano grandemente in lavore della teoria statolitica. Arpàd Paal. — Analyse des geotropischen Zeigyorgangs mittels. LuftYerdtmnung. — Jalirb f. Wiss. Bot. Bd. L. H, 1. È noto che una diminuzione nella pressione dell'aria fa sentire la sua azione sui fenomeni geotropici, i quali, essendo legati ad un accrescimento, restano influenzati dalla quantità dell'ossigeno pre- sente nell'ambiente esterno. L'A. dopo di aver tracciato brevemente la storia della quistione, si propone di studiare l'azione della ra- refazione dell'aria prendendo di mira le due fasi fondamentali del processo geotropico, cioè a dire la percezione dell'eccitazione e la reazione. Materiale di osservazione il Phaseolus vulgaris. I principali risultati sono i seguenti. Nell'aria rarefatta il tempo di reazione aumenta, ma questo au- mento non è in proporzione ne con la diminuzione di pressione, né con la variazione dell'attività respiratoria. Anche la fase sen- soria (misura della rapidità della percezione), ossia il tempo di pre- sentazione (che meglio potremo designare come tempo di eccitazione) si comporta analogamente. Così anche una forte rarefazione allunga la durata della fase motrice. Eenner 0. — Experlmentelle Beitràge ziir Keuutiiis der Wasser- bewegung. — F/ora, N. F. Bd. III. H. 3. In questo lavoro l'A. si propone di ricercare se le cellule vi- venti pertinenti alla regione legnosa abbiano una importanza nel fenomeno del movimento dell'acqua ; in altri termini se questo debba -attribuirsi a cause puramente fisiche ovvero anche a cause vitali. — 17d — Il metodo adoperato è sempre quello di misurare il movimento dell'acqua per mezzo di un sensibile potetometro in parti di piante sottoposte a diverse condizioni. Il migliore materiale è per l'A. al Syringa vulgaris; furono anche impiegate piante da seme di Pha- seolus multiflorus fatte sviluppare in soluzione di Knop. L'A. studia cosi i fenomeni di regolazione nel movimento del- l'acqua allorquando la traspirazione resta improvvisamente abbas- sata o riattivata e in diversi casi, cioè a dire in piante intere o in parti di piante aventi un numero maggiore o minore di foglie, ecc. Sono presi anche in esame i fenomeni di aspirazione da parte delle foglie in condizioni anormali come nel caso di resistenze o im- pedimenti al movimento dell'acqua, provocati sia con la pressione^ sia con intaccature, o con l'ostruzione dalle superfici assorbenti. Anche l'influenza della lunghezza del ramo viene studiata. Inte- ressanti sono le esperienze con organi vivi o morti, o parzialmente mortificati. Dai risultati delle moltissime esperienze l'A. è tratto a confer- mare r ipotesi del Dixon sul valore dei fenomeni di adesione nel movimento dell'acqua. ' Prova che nelle foglie traspiranti si manifesta sempre una de- ficienza di acqua, per cui la regolazione nel movimento si fa sempre lentamente allorquando cambiano le condizioni esterne che influen- zano la traspirazione. Abbassandosi questa improvvisamente, con- tinua ancora l'aspirazione dell'acqua per un certo tempo. Così la forza dell'aspirazione fogliare si definisce come una differenza tra la pressione nella foglia e la pressione atmosferica. Gli impedimenti al trasporto dell'acqua provocano dapprima una diminuzione, ma poi il fenomeno si riattiva per un adattamento dell'organo alle nuove condizioni. Questo fatto interessante si verifica anche non soltanto per organi vivi, ma anche per organi morti. La forza massima di aspirazione dell'acqua da parte delle fo- glie corrisponde alla pressione osmotica nelle cellule di queste; il maggior valore viene raggiunto quando le foglie tendono ad appas- sire. Anche in condizioni normali le cellule di una foglia in tra- spirazione si trovano sempre sotto il maximum di saturazione di acqua, d'onde la tendenza ad assorbirne, determinando la formazione di correnti di liquido verso di esse. Da questi e da altri risultati, che per brevità debbono essere omessi, l'A., come già si è detto, è tratto a conferinare la nota ipo- tesi del Dixon. — 174 — Pfeffer W. — Der Einfluss von meclianisclier Hemmung und Ton Belastung auf die Sclilafbeweguiig. — Abhandl. d. Math. Phijs. Kl. der Kónigl. Sachsischen GeseìUcliaft der Wissensckaften, XXXII Bd., N. Ili, 1911. L'A. prima di descrivere le sue esperienze s'intrattiene sui me- "todi impiegati per rendere visibili i movimenti. Si tratta di im- piegai'e delle piccole leve, le quali ingrandiscono il movimento di spostamento, permettendone la facile lettura. A questo modo compie lo studio sull' influenza che può eseroi- tare un ostacolo sul movimento, e conchiude che in genere la ten- denza al movimento non è modificata dall'ostacolo. Studia anche i fenomeni di reazione che eventualmente possono manifestarsi allorquando si esercita una torsione. In talune piante come nel Phaseolus questa reazione è nulla, ma altre volte, come nella Mimosa^ può esercitare il suo valore e turbare cosi quei movimenti che si sarebbero esercitati liberamente senza alcuna azione perturbatrice. Compie infine delle esperienze sui movimenti provocati dalla luce, la quale agisca non sull'intera foglia, ma soltanto su di una parte di essa, restando l'altra oscurata. Ne risulterebbe una azione da parte del lembo, il quale tra- smetterebbe l'eccitazione alla articolazione, influenzandone i mo- vimenti. Ramann e. und Bauer H. — Trockensubstauz, Stickstofi und Mi- neralstoffe von Bauniarten wàlirend einer Tegetations periodo. Jahrh. f. Wùs. Bot. Bd. L. H. 1. Se sono abbastanza numerosi i lavori intorno al contenuto di sostanza secca e degli elementi di questa nelle piante, mancano al contrario, affermano gli A A., delle ricerche su di un intero periodo di vegetazione. Questa lacuna essi vogliono colmare compiendo delle ricerche su parecchie specie, durante 1' intero periodo vegetativo dal principio della primavera alla fine dell'autunno. I risultati sono vari per le diverse specie e non si prestano a conclusioni ge- nerali. Ciò non ostante questo lavoro è importante per le molte indica- zioni e tabelle che esso contiene. — 175 — Ramann e. — Miueralstoft*i::elialt vou Bauniblatteni zur Tagcs- und zur Nachtzeit. — Jahrh. f. Whs. Bot. Bd. L., H. 1. Il titolo di questo breve ma importante lavoro ne spiega l'ar- gomento. Esiste" una differenza nel contenuto di sostanze minerali delle foglie degli alberi alla fine del giorno e della notte? Dopo numerose ricerche l'A. trova che mentre per la maggior parte degli elementi costituenti le ceneri delle piante una differenza non esiste, per il calcio invece si verifica sempre un aumento du- rante la notte ed una diminuzione durante il giorno. Questo fatto è senza dubbio in relazione con il valore del calcio per il trasporto degli assimilati. Weevers Th. — Bemerknns^eii ueber die Physiologisclie Bedeutung des Koffeins. — Annales du Jard. Bot. de Bnitenzorg^ 11'"^ S., V. IX, 1911. "» La conclusione cui giunge l'A. in questa breve nota è che la caffeina (come la teobromina) ha origine in seguito a processi se- condari della disassimilazione degli albuminoidi, che può restare per un tempo più o meno lungo accumulata e che infine è di nuovo riutilizzata per la sintesi degli albuminoidi. KCsTER E. — Ueber die Aufiialnne von Aiiiliufarbeu iu lebeude Pflaiizeiizellen. - Jahrh. f. Wiss. Boi. Bd. L. H. 3. Come è noto lo Pfeffer in un suo lavoro di importanza fonda- mentale studiava la permeabilità dei protoplasti viventi da parte dei colori di anilina, additando così un mezzo assai proficuo per il loro studio. L'A. riprende la quistione e compie lo studio della penetrazione di numerose sostanze coloranti nelle cellule viventi di molte piante. Dai risultati ottenuti egli trae partito per discutere su talune teorie recentemente emesse sui fenomeni di penetrazione di vari corpi nella materia vivente. Tra le sue conclusioni riporta, come più importanti, le seguenti. Molti colori di anilina penetrano le cellule viventi di organi intatti, quando le loro soluzioni circolino nelle vie conduttrici. Nu- merose sostanze coloranti acide, che fino ad ora erano ritenute non vitali, possono invece penetrare cellule viventi accumulandovisi. Cosi colorazioni vitali possono ottenersi con la Fucsina acida, con la — 176 — Cocciniglia, con l'Orange G., ecc. ed in genere con sostanze coloranti acide facilmente diffusibili. Con le sostanze coloranti acide allo stato di soluzioni colloidali non si ha in genere colorazione; havvi tuttavia qualche eccezione. La teoria lipoidica dell'Overton non è in grado di spiegare tali fenomeni. Così dicasi anche dell'asserzione del E-uhland, che cioè tra la diifusibilità, ossia tra lo stato colloi- dale, delle sostanze coloranti e la loro penetrazione nelle cellule vegetali viventi non vi sia nessun rapporto, asserzione che non è in armonia con quanto fu esposto. C. Acqua. RIVISTA DI SISTEMATICA Origine delle Monocotiledoni. Man mano che aumentano le nostre conoscenze su la Morfologia e su la sistematica delle Angiosperme, si sente sempre più intenso il bisogno di chiarire quali siano i rapporti di parentela che cor- rono fra Mono- e Dicotiledoni. Senza dubbio dei passi si sono fatti nell'importante questione, come chiaramente dimostra l'accordo quasi unanime fra gli autori nel riconoscere che le Monocotiledoni piuttosto che un gruppo iso- lato e primitivo di Angiosperme, come prima si riteneva, rappre- sentino uno e forse anche più rami laterali derivati in epoche re- mote dal ramo principale e più antico dicotiledone. In che modo però i due gruppi si colleghino e come le Monocotiledoni abbiano col tempo acquistato dei caratteri ad esse abbastanza peculiari, sono delle questioni che esercitano, e forse eserciteranno per molto tempo ancora, la perspicacia degli studiosi. Henslow (1), basandosi su le numerose coincidenze che esistono nella morfologia esterna ed interna fra le Monocotiledoni e le Di- cotiledoni acquatiche, conferma quanto sostenne già nel 1892 in un'altra sua memoria, che cioè le Monocotiledoni derivino dalle Dicotiledoni per un adattamento ad un ambiente umido o acqueo. Oggi egli riporta a sostegno del suo modo di vedere, oltre a nume- rosi nuovi fatti acquisiti alla scienza nei vent'anni trascorsi dal suo primo lavoro, anche dei dati sperimentali da lui ottenuti. Fra i diversi argomenti esposti, meritano di essere ricordati quelli che riguardano : 1. La degenerazione delle Monocotiledoni, la quale, secondo Henslow, è manifesta in ogni organo e la cui caus.i deve senz'altro ricercarsi nell'azione degradante operata dall'acqua. 2. La possibile origine acquatica delle Palme, come mostre- rebbero sia le abbondanti lacune aerifere nel parenchima fonda- (1) The Oriffin of Monocotyìedons from Dicotyledons, throtujh Self-adaptation to a Moist or Aquatic Hahit. — Annah of Botauy, XXV, 1911. Annali di Botanica — Vol. X. 12 ^_ 178 — mentale delle radici di molti p:eneri tuttora viventi e del caule fossile di Palmoxylon lacunosum, sia la formazione di pneumatodi. 3. La presenza frequente nelle Monocotiledoni di organi per la conservazione dell'acqua (rizomi, tuberi, bulbi) i quali di solito si manifestano in piante che, dapprima acquatiche, sono in seguito diventate xerofìte. 4. Il bisogno di molt' acqua per una vegetazione rigogliosa di molte Monocotiledoni terrestri. 5. Il confronto fra le Cycadaceae e le Monocotiledoni, nel quale l'autore tende specialmente a mettere in rilievo che in Cera- tozamia, alla stessa guisa che in Avena e in Nymphaea, si svi- luppa soltanto un solo cotiledone, mentre l'altro rimane rudimen- tale. Precisamente il cotiledone che si sviluppa è l'inferiore rispetto alla posizione del seme sul suolo. Ora tale particolarità è da lui attri- buita, in seguito ad esperimenti col clinostato ed altri dispositivi, piuttosto che all'azione della gravità, come vogliono altri autori, all'umidità del suolo. 6. Le Dicotiledoni monocotiledoni, di cui alcune sono anche oggi acquatiche, mentre altre portano delle tracce evidenti di una vita primitivamente acquatica ; ad ogni modo tutte posseggono in comune con le Monocotiledoni altri caratteri oltre la presenza di un unico cotiledone. 7. L'efi'etto dell'acqua sulle radici. Nelle Monocotiledoni la radice primaria più o meno presto cessa di crescere e muore. Lo stesso particolare è constatabile, secondo Henslow, non solo nelle Dicotiledoni acquatiche, ma anche nelle terrestri i cui semi si met- tano a germinare su una reticella alla superficie dell'acqua. La ra- dice primaria, penetrando nell'acqua, ben presto muore, mentre delle nuove radici si sviluppano dall' ipocotile. Altra caratteristica delle Monocotiledoni è che il meristema produttore della caliptra è in- dipendente da quello che origina il resto della radice. Ora nume- rose osservazioni fatte su piantine di Dicotiledoni allevate in acqua hanno mostrato ad Henslow che il caliptrogeno si rendeva anche in queste più o meno distinto dagli altri meristemi della radice. 8. Lo speciale ordinamento dei fasci e la mancanza del cambio, caratteristiche in stretta dipendenza l' una dell'altra, ma non ge- nerali né esclusive delle Monocotiledoni. Come si estendono infatti le osservazioni, cresce il numero delle Dicotiledoni con ordinamento sparso dei fasci, i quali inoltre in molte forme acquatiche sono anche chiusi. D'altra parte cresce il numero delle Monocotile- doni con fasci disposti in una cerchia e con tracce evidenti di cambio. — 179 — 9. Le ricerche citologiche ed embriologiche, noverando le quali, Henslow riesce a mettere in rilievo numerose altre corrispon- denze fra Monocotiledoni e Dicotiledoni acquatiche, 10. Le ipotesi ammesse per spiegare la scomparsa di uno dei cotiledoni. Dal complesso di tutti questi fatti, 1' autore si sente in grado di concludere che ciò che egli nel 1892 espresse come una sem- plice teoria ha oltrepassato lo stadio di ipotesi e può considerarsi come un fatto dimostrato . E. Capano. WoLFF Heemaxx. — l mbelliierao-Apìoideae-lJupleunini, Triuia et reliquae Ainmiiieae lieteroelitac. — Engler'.s P/ìanzenreìch, 43 Heft (lY. 22S), 'iltl: s. mit 155 Emzelbildern in 2-1 figuren. La prima parte di questa monografia è dedicata all'esame delle caratteristiche morfologiche e biologiche delle forme che sono com- prese in questo gruppo. Dopo l'enumerazione dei caratteri gene- rali, l'autore studia gli organi vegetativi (soffermandosi particolar- mente sulle foglie del gen. Bnpleurum), la costituzione anatomica, l'organizzazione ed i rapporti fiorali, anche dal punto di vista bio- logico, l'aspetto e la struttura del frutto e del seme. Il gen. Lichtunsteinia è limitato alla regione meridionale occi- dentale del Capo ed alle coste africane meridionali orientali e me- ridionali. Del gen. Ruthea una specie abita l'isola Fuerteventura nelle Canarie, mentre l'altra è stata finora osservata solo all'isola di Sant'Elena, Il gen. Heteromorpha presenta il suo limite settentrionale di diffusione negli altipiani dell'Abissinia e dei Galla e giunge fino alla regione meridionale occidentale del Capo e si trova anche nell'A- frica meridionale occidentale, ma non è improbabile che abbia anche una più vasta diffusione in Africa. Del gen. Triìiia ìasez. Eutrinia è diffusa in una gran parte della regione mediterranea e dell'Eu- ropa centrale, si trova nell'Europa, nell'Asia e nella Siberia subar- tica e penetra anche nell'Asia centrale; le specie della sez. Triviella sono invece proprie delle montagne dell'Italia meridionale e della Grecia e l'unica specie della sez. Rumia si trova in Crimea. L'area di distribuzione del gen. Bupleurum (i limiti di questa rivista non ci consentono di esaminare partitamente le singole se- zioni) si trova, per la massima parte delle specie, nelle regioni extra- tropicali dell'emisfero settentrionale: solo tre specie {B. mucrona- tum, B plantaginifolium, B. distico phyllum) si spingono per l' India Annali di Botanica — Vol. X. 1'-* — 180 — e Oeylon lino alla regione tropicale, ed una si trova, come unico rappresentante del genere, al Natal e nella regione del Capo. Si conoscono solo resti fossili di Bupleurum fruticosum trovati nel travertino di Ascoli. Quanto alle pratiche applicazioni sembra che del B. viarginatum vengano mangiate le radici : le foglie del B. rotundifolium e del B. falcatum ed i fratti del B. fruticosum vengono usati a scopo me- dicinale. Alcune specie arbustiformi sempre verdi sono coltivate nei giardini e fra queste la migliore è il B. frvMcosum Secondo Wood la Lichtensteinia interrupla è velenosa: nel suo paese di ori- gine le radici vengono usate contro le malattie del fegato. * * * La seconda parte del lavoro comprende lo stadio sistematico, del quale qui riferisco con dettaglio solo quanto riguarda le specie •della flora italiana: Gen. I. Lichtensteinia Oham. et Schlechtd. — Africa australe, specie 7. Gen. IL Euthea Bolle — specie 2: 1 isola Fuerteveatura, 1 isola Sant'Elena. Gen. III. Heteromorpha Cham. et Schlechtd. — specie 1, Africa orientale. Gen. IV. Bupleurum L. — specie 97, particolarmente reg. sub- trop. temp. subarct. dell'emisf. sett., 1 Africa australe. Sect. I. — Perfoliata Godr., sp. 6. 1. B. rotundifolium A. — Alpi, Appennini fino all'Umbria ed agli Abruzzi. f. 1 t3^picum Wolff. 5. B. subovatum Link. — Italia settentrionale raro, Italia cen- trale e meridionale. var. y. eusubovatum Wolfif: f. genuinum, acuminatum, Bick- nellii. Sect. IL — Longifolia Wolff., sp. 2. Sect. III. — Reticulata Godr. ex pte., sp. 2. 9. B. stellatum L. — Alpi italiane, Corsica, f- vulgare, f. latifolium, f. majus. — 181 — Sect. IV. — Euhupleura Briq., sp. 84. 15. B. divaricatum Lam. subsp. opacum (Ces.) Briq.: f. vulgare, f. giganteura. subsp. aristatum (^Bartl.) Briq. 22. B. Fontanesi Gu?s. — Italia meridioiale, Sicilia, Sardegna. 23. B. jnnceum L. — Italia centrale e meridionale, Sicilia, var. X Wettsteinianum Wolff. var. '^ brach3^phyllum AVolff.: f. Rissonii (Ridi.) DO 30. B. Gerardii Ali. — Italia settentrionale?, centrale e meri- dionale. var. a patens Rchb. var. filicaule (Brot.) Wolff. var. £ Jacquinianum (Jord.) Briq. 41. B tenuissimum L. Subsp. 1, eutenuissimum Wolflf, var. oc genuinum Godr.; f. longibracteatum, f. brevibracteatum. var. Y Oolumnae (Guss ) Godr.: f. subracemosum. var. procumbens (Desf.) "Wolff. 42, B. semicompositum L. — Italia meridionale ed isole, Istria? var. y, glaucum (Robill. et Cast.) AVolff.: f. normale, f. To- daroanum. 46. B. petraeum L. — Tirolo meridionale (Giudicarie, monte Baldo), Alpi piemontesi e lombarde. f. lonchophorum, dolicbatum, incurvum, globosum. 47. B. ranunculoides L. — Alpi, Appennino settentrionale fino alle Alpi Apuane. var. a genuinum Godr.: subvar. Burserianum (Willd), Briq.; subvar. obtusatam (Lapeyr.) Briq.: f. majus; subvar. elatius (Gaud.) Briq.; subvar. humile (Gand.) Briq. var. Y gramineum (Vili.) Lapej^r.: subvar. typicum Wolff., f. actinoideum, syntomum, canalense ; subvar. telonense (Gren.) Briq.; subvar. ramosum (Gaiit. et Timb.) Briq. 08. B. falcatum L. Subsp. 1 eufalcatum Wolff.: var. a genuinum Briq., f. elon- gatum; var. ^ corsicum (Coss. et Kralik) Rouy et Cam. Subsp. 4 exaltatum (Marsch-Bieb.) Briq.: var. y cernuum (Ten.) Are. (Alpi marittime, Appennini fino agli Abruzzi ed ai monti della Campania) f. typicum, Lisae, pseudolympicum ; var. ri Sbthorpia- num (Smith.) Wolff, f. typicum. 06. B. elatum Guss. — Sicilia: endemico. — 182 — 79. B. rigidum L. subsp. 1 eiirigidum AVolff., f. typicum. 80. B. spinosum Gouan. 83. B. dianthifolium Gnss. — Isole Egadi, isola di Marefcimo. Sect. V. — Coriacea Godr., sp. 3. 97. B. fruticosum L. — Sardegna, Sicilia, isola di Maretimo. Gen. V. Nirarathamnus Balf. f., — specie 1, Socoira. Gen. YI. Rhyticarpus Sond. — specie 3, Africa australe. Gen. VII. Buniotrinia Stapf. et Wettst. — specie 1, Persia. Gen. Vili. Trinia HofFm., specie 11. — Eur. occid , centr., anstro-orient., Grecia, Asia minore, Transcaucasia, Persia. Sib. occ Sect. I. — Eutrinia (Baili.) Drude., sp. 7. 1 Tr. glauca (L.) Dumort. subsp. 1 euglaucum "WolfF. — Italia continentale, var. a Jacquini, var. [i elati or. Sect. IL ^ Triniella Calest. ex pte., sp. 3 8. Tr. Dalechampii (Ten.) lanchen — Abruzzi, Calabrie. Sect. III. — Rumia (Hofifm.) Calest., sp. 3. Gen. Vili a — Ledebouriella Wolff., nov. gen. — specie 2 : 1 Monti Aitai, Idi patria sconosciuta. * * Un elenco di tutte le exsiccata pubblicate, contenenti specie che si riferiscono ai generi trattati nella monografia, termina questo lavoro. Fabrizio Cortesi. ■^^ ~^y~\_/ ~-w- '\-y "-^ BIBLIOaRAFIA Beccari Odoardo. — Palme del Madagascar illustrate e descritte. Firenze, 1912. 'ì L'Istituto micrografico italiano di Firenze ha pubblicato i primi due fascicoli della nuova opera di 0. Beccar! dedicata all'il- lustrazione delle Palme del Madagascar. L'intera opera si comporrà di 5 fascicoli in folio, su carta di lusso. • Le fotografie, fatte dallo stesso Beccari e riprodotte dall'Isti- tuto micrografico italiano, sono veramente belle. L'opera si raccomanda da sé per il valore da tutti riconosciuto dell'uomo che la preparò. E.. PlROTTA. Fiori Adriano. — Boschi e piante legnose dell'Eritrea. — Firenze, Istituto agricolo coloniale, 1912. Questo volume di pp. 428, corredato di 177 illustrazioni nel testo, forma il 7^ della Biblioteca coloniale pubblicata dall' Istituto agricolo coloniale di Firenze. Nella prima parte l'autore tratta della tutela forestale nella Co- lonia Eritrea ; nella seconda dei caratteri della vegetazione arbore- scente dell' Eritrea ; nella terza si trova la descrizione delle piante legnose deW Eritrea^ in fine alla quale vi è un saggio di una chiave analitica dei generi delle piante legnose di tutta la Colonia. Questo lavoro, il primo dedicato in modo speciale alle piante legnose della Colonia, frutto in gran parte di osservazioni e rac- colte fatte sul luogo, è condotto con cura. Le illustrazioni hanno scopo principalmente pratico, accresciuto dai caratteri anatomici dei principali legnami. Certamente ricerche più estese in parti della Colonia non vi- sitate dall'autore, porteranno nuovi contributi ; ma l'opera del Fiori merita elogio, sopratutto per lo scopo pratico che col libro viene raggiunto. R. Pirotta. — 184 — ZiMMERMANN A. — Istriizìoiii pci* la coltura del Cotone nell'Africa^ Prima traduzione italiana autorizzata del dott. A. Moreschini. — Firenze, Istituto agricolo coloniale italiano, 1911. Lodiamo l'Istituto agricolo coloniale italiano per aver collocato nella sua Biblioteca agraria coloniale quest'opera importante del chiaro prof. A. Zimmermann, botanico dell'Istituto biologico-agra- rio di Amani nell'Africa orientale tedesca. L'opera è scritta da un botanico ed è perciò che si differenzia da non poche altre analoghe scritte da non botanici. Questo esempio dovrebbe valere a mostrare che anche nelle applicazioni occorre, anzi è indispen- sabile sempre, l'intervento della scienza, se si vuol evitare di ca- dere nell'empirismo. R. PlEOTTA. Alexandre Guilleemond, docteur ès scieuces. — Les Levures. Pré- face du docteur Roux, membre de l'Institut, direoteur de l'In- stitut Pasteur. — Un volume grand in-18 Jesus, cartonné toile, de 580 pages, avec 163 figures dans le texte. — 5 fr. Questo libro, che fa parte della Encyclopedie scientifìque dei so- lerti editori 0. Doin et Fils, 8 Place de l'Odeon, Paris (6*), e psecisamente della Bibliotèque de hotanique cri/ptog antique, diretta da L. Mangin, è utile per tutti coloro che, come i citologi, i fisiologi, gli industriali, i medici, vogliono mettersi al giorno dei progressi fatti dopo Pasteur nel campo della morfologia, della fisiologia e della biochimica di questo gruppo importantissimo di Funghi. A. Guillermond, che ha portato contributi notevoli allo studio dei lieviti, poteva bene essere indicato per questo scopo. Il libro comprende due parti. Nella prima, oltre a capitoli spe- ciali di tecnica e di tassonomia generale molto utili specialmente per le indicazioni pratiche che vi si contengono, sono trattate am- piamente la morfologia e lo sviluppo dei lieviti, in modo speciale la loro citologia, la fisiologia, l'ecologia, la filogenia, la variabi- lità, ecc. Nella seconda troviamo la descrizione delle specie, com- prese le meno ben conosciute, e fra queste le patogene. L'uso di questo utile libro è facilitato da numerosi indici di, nomi, autori, materia, bibliografia, e da 163 figure nel testo. La Direzione.. 185 Dott. Ct. cav. Beck de Mannagetta. — Eleiiieuti di storia natu- rale d«'lle piante. Versione italiana del dott. R. F. Solla sulla terza edizione originale. — Vienna, A. Hòlder. 1911. Questi elementi sono dedicati alle classi inferiori delle scuole medie ed istituti analoghi. Il prospetto delle materie chiarisce l'indirizzo ed il metodo di questo manuale. E diviso in cinque parti, cioè rudimenti di morfologia, ai quali sono dedicate 17 pagine; descrizione di una scelta di piante e fiori appariscenti ; descrizione di altre piante e dei principali gruppi del regno vegetale, compresi i Funghi, i Licheni, e i Muschi; cenni di ecologia; nozioni sul modo di formare un erbario. Il- lustrano il lavoro 197 figure spesso opportunamente schematizzate, delle quali 160 in cromotipia. E,. P. ANNUNCIO NECROLOGICO Il 19 Maggio moriva improvvisamente EDOARDO STRASBURGER in età di anni 69. Dell'opera del grande morfologo che ora tutti piangiamo sarà scritto in uno dei prossimi fascicoli. R. PlROTTA. VoL. X. [pubblicato il 30 ottobre 1912] Fasc. 3" ANNALI DI BOTANICA PUBBLICATI DAL Prof. EOMUALDO PIROTTA Direttore del R. Istituto e del É. Orto Botanico di Roma INDICE Gola G. — La vegetazione dell'Appennino piemontese, pag. 189. Ricerche di Morfologia e Fisiologia eseguite nel R. Istituto Botanico di Roma. — XXVII. Seghetti G. — Osservazioni morfologiche e biometriche sulla « Urtiea membranacea » Poir (con figure), pag. 339. Cortesi F. — Alcune anomalie deW « Anemone nemorosa » L., pag. 379. Ciiiovenda e. — Plantae novae vel minus notae e regione aethiopìca, pag. 383. Mass\ C. — Reliquie Cesatiane. (Tav. IV), pag. 417. Chiovenda e. — Il genere « Sageretia » Brongn. in Africa. (Tav. V-VII), pag. 431. Rivista di Fisiologia, pag. 447. Bibliografia, pag. 451. Notizie ed appunti, pag. 453. Vic ROMA TIPOGRAFIA ENRICO VOGHERA 1912 Gli Annali di Botanica si pubblicano a fascicoli, in tempi non determinati e con numero di fogli e ta- vole non determinati. Il prezzo sarà indicato numero per numero. Agli autori saranno dati gratuitamente 25 esemplari di estratti. Si potrà tuttavia chiederne un numero maggiore, pagando le semplici spese di carta, tiratura, legatura, ecc. Grii autori sono responsabili della forma e del conte- nuto dei loro lavori. NB. — Per qualunque notizia, informazione, schiarimento, rivolgersi al prof. E. PiROTTA od al Prof. F. Cortesi, R. Istituto Botanico, Panisperna, 89 B. — ROMA. VoL. X. [pubblicato il 30 Ottobre 1912] Fasc. 3« La vegetazione deirAppenniiio piemontese del dott. Giuseppe Gola Questo lavoro è il risultato di una serie di escursioni compiute tra il 1904 e il 1909 in compagnia dei sigg. cav. E. Ferrari, conser- vatore dell'Orto Botanico di Torino, e del dott. cav. F. Vallino, me- dico a Leyni, allo scopo di esplorare una parte fin qui poco cono- sciuta della regione piemontese. I buoni risultati ottenuti dalle prime erborizzazioni ed i nu- merosi problemi floristici da esse sollevati, mi invogliarono ad uno studio accurato. Mi sono avvalso per questo non solo dei materiali e dei dati da me raccolti, ma anche di quelli desunti dalle pubblicazioni flo- ristiche locali che andrò man mano ricordando, delle Collezioni del- l'Erbario dell'Orto, e delle raccolte del col. A. Zola. Al prof. 0. Mattirolo, al collega G. Negri, al quale debbo molte indicazioni sull'argomento, e sopratutto ai miei compagni di escur- sione E. Ferrari, dott. F. Vallino, dott. F. Santi, che concorsero va- lidamente nella preparazione dei materiali di studio, mi è grato esprimere la più viva riconoscenza. Ho diviso il lavoro in due parti, di cui la prima è uno studio fitogeografico, nel quale ho cercato di eseguire un accurato rile- vamento ecologico della regione, avendo di mira specialmente l'ap- plicazione ad un caso pratico di alcune vedute nel campo edafolo- gico che ho recentemente esposte. Nella seconda parte ho radunato un catalogo delle specie cre- scenti nel distretto che ho preso in esame. Come una semplice enu- merazione di piante di una data regione non può portare che un contributo limitato alla conoscenza della vegetazione di essa, cosi anche uno studio fitogeografico non può, a mio avviso, andare dis- giunto dalla documentazione del materiale che- ha servito per lo studio stesso, onde dar modo ad altri più esperti, o quando si possa utilizzare il sussidio di nuovi concetti, di controllare e di perfe- zionare la conoscenza fitogeografica della regione stessa. Annali di Botanica — Vol. X. 13 _p,L^>^^ 190- La regione che prendo a considerare in questo lavoro è costi- tuita dal versante padano dell'Appennino settentrionale, per la parte che appartiene al Piemonte. I limiti di questa regione sono segnati a sud dallo spartiacque, a nord da una linea che segue il contatto tra il miocene medio e l'inferiore tra Ceva e Saliceto, e va poi, lungo il corso della Bormida di Millesimo, a Bistagno e Acqui fino alla Pianura alessandrina ; segue quindi la falda delle colline a sud della pianura stessa, attraversa la Scrivia e giunge alla Stafferà alle falde dei colli del Vogherese. Cosi delimitato, il campo di studio permette di considerare es- senzialmente la parte alta dell'Appennino e le sue irradiazioni verso la valle padana fino a poca distanza dallo spartiacque, ed esclude quelle irradiazioni verso nord che costituiscono il sub-appennino e cioè gran parte della regione delle Langhe, il Monferrato, ecc., le cui condizioni climatiche, orografiche, geologiche, ecc., si distin- guono abbastanza nettamente da quelle del sistema montuoso più meridionale. Il confine orientale l'ho segnato dalla Val Stafferà. La scelta di questo limite è alquanto arbitraria, ma per ora i confini flori- stici dell'Appennino piemontese sono alquanto mal definiti. Balbis e Nocca (1) estesero fino alla Val Curone i limiti della loro Flora Ticinensis; Allioni (2) comprese la Val Stafferà nella sua Flora Pe- demontana : queste due vallate costituiscono quasi una zona neutra tra la vegetazione dipendente dal sistema alpino e quella più pro- priamente appenninica. Io ho creduto opportuno estendere le ricerche fino alla Val Staf- ferà, appunto per chiarire più esattamente questi limiti, ciò che costituiva del resto une degli scopi del presente lavoro. Quanto ai limiti occidentali, la questione si identifica con quella tanto dibattuta dei limiti tra le Alpi e gli Ap.pennini. È noto come alcuni autori fissino il termine della catena alpina al Colle di Tenda, altri assai più a est al Colle di Cadibona, altri infine, al Passo dei Giovi. Mentre però le opinioni dei geologi e dei geografi sono discordi, i botanici che si sono occupati di questo (1) Nocca e Balbis. — Flora ticinensis, 1816, (2) Alligni. — Flora pedemontana, 1784. — 191 — argomenf-.o. come Burnat e Penzig (1), ritengono entrambi esatta la delimitazione stabilita dallo Stato Maggiore Sardo, la quale fa ter- minare le Alpi Marittime al Colle di S. Bernardo nell'Alta Val Tanaro. Condivido pienamente l'opinione del Burnat e del Penzig anche per dei raffronti che ho potuto fare io stesso colle regioni situate più ad ovest ; stabilisco perciò il limite occidentale della mia zona di studio al Colle di S. Bernardo sopra Garessio, seguendo fino a Ceva il fianco destro della Val Tanaro. Tutta la zona alla quale ho rivolto la mia attenzione, costi- tuisce un grosso rettangolo diretto obliquamente da SO a NE, della lunghezza di circa 115 km. (C. S. Bernardo-M. Chiappo), per una larghezza massima di 30-40 km. dalla cresta dell'Appennino alla Bormida a Acqui. Gli studi floristici sopra questa regione mancano, si può dire, del tutto; essa fu percorsa in modo affatto saltuario dai botanici. Allioni fa cenno di alcune piante raccolte da lui e da Molineri in Val Stafferà; Xocca e Balbis (2) ricordano, come già si disse, un numero grandissimo di specie dei monti dell'Alta Val Staffora (M. Boglelio), e Val Curone (M. Giarolo). De Notaris (3) indica pure molte specie del versante settentrionale dell'Appennino nel suo Re- pertorium Florae Ligusticae; si tratta però in generale di specie raccolte appena a nord dello spartiacque da botanici suoi corrispon- denti ; Bertoloni (4) fa cenno di parecchie piante a lui inviate da Bertero e raccolte nei pressi di Acqui o nella Val Tanaro. Nella recente Flora Ligustica di Penzig, il versante padano dei Monti della Liguria è stato completamente escluso dall'ambito del suo studio, salvo l'alta Val Tanaro per la parte che corre a monte di Ormea, poiché, come osserva giustamente l'autore, la catena mon- tuosa « essendo molto più elevata degli altri monti infrapposti fra essa e il mare, sente realmente nel suo versante meridionale l'in- fluenza del Mediterraneo poco distante ». Oltre a queste pubblicazioni abbiamo quelle del E,ota (5), del (1) BuKNAT et Gremli. — Les Roses des Alpes Maritimes, 1879 ; Burnat E; Flore des Alpes Maritimes, I, 1892; Penzig O. ; Florae Ligusticae Synopsis. Ann. Mus. civ. Storia nat. Genova, Ser. II, Voi. XVIII, 1897. (2) Nocca. — Knchiridion ad Excursiones botanicas in Agro ticinensi. Pavia, 18-23. (3) De Notaris G. — Repertorium Florae Ligusticae. Torino, 1814, (4) Bertoloni A. — Flora Italica. (5) EoTA L. — Prospetto delle Piante fanerogame finora ritrovate nella Provincia di Pavia. Giornale Botanico Ital., Anno II, 1840-47. — 192 — Farneti (1), di Pavarino (2), di Morteo (3), le quali illustrano la flora di località assai prossime o situate nel campo che ho stu- diato. II. Orografia. — La cresta dello spartiacque appenninico, limite meridionale del campo delle presenti ricerche, si inizia al Colle di S. Bernardo a m. 952, si innalza gradatamente in sommità di 1140 e 1300 m. s. m., nell'alta Valle della Bormida di Mallare sopra Bar- dineto, si abbassa poi notevolmente al Colle di Cadibona (m. 440); più ad Est di questa si incontra un'altra depressione al Passo del Giovo (m. 522), al di là della quale la cresta si mantiene per lungo tratto al di sopra dei 1000 m., raggiungendo i 1287 m. e 1283 ai M, Ermetta e Eeise, e per abbassarsi poi di nuovo al Passo del Turchino (m. 594). Si innalza fin sopra gli 800 m. con un massimo di m. 1170 al M. Figne, e quindi si succedono le due depressioni: la Bocchetta (m. 772), e quella più ampia e assai più bassa dei Giovi (m. 472). E questa l'ultima depressione che costituisce una comunicazione diretta tra la pianura piemontese e il mare, poiché poco ad Est, al di sopra di Torriglia, lo spartiacque adriatico-tirreno è dato dai Monti della Val Trebbia. Al di sopra di Savignone la cresta si eleva a m. 1034 al M. Can- delozzo, si abbassa di poco a Torriglia (m. 764), e infine determina i massicci montagnosi dell' Antola (m. 1598), M. Lesina (m. 1727), M. Ebro (m. 1701), M. Chiappo, M. Boglelio, ecc., i quali, con quelli dell'opposto versante di Val Trebbia, costituiscono un intricato si- stema orografico, ultima diramazione dell'Appennino emiliano. Dalla cresta dello spartiacque si dipartono con disposizione pen- nata una serie di contrafforti, i quali degradano verso la Valle pa- dana, e formano una quantità di hric di altezza progressivamente minore andando verso Nord, e verso il confine Nord il nostro campo di studio discende fino a m. 150 (Aqui), e m. 114 (Voghera). Tutti questi contrafforti determinano con molta semplicità l'oro- grafia della regione costituita da tante valli dirette press'a poco da (1) Farneti R — Aggiunte alla Flora pavese e ricerche sulla sua origine. Atti Ist. Bot. E. Univ. Pavia, S. II, Voi. VI. (2) Pavarino G. — Intorno alla Flora del Calcare e del Serpentino nel- V Appennino Bobbiese. Atti Ist. Bot. E. Univ. Pavia, S. II, Voi XII, 1907 e Voi. XIV, 1908. (3) Morteo. — La vegetazione dell'Alveo delVOrba. Malpighia. — 193 — Sud a Nord pel tratto montano, e le cui testate sono terminate dai colli che ho sopra ricordato. La Val Tanaro, quella della Bormida di Millesimo, della Bormida di Spigno, dell'Erro, dell'Orba, della Stura, del Lemme, della Scrivia, del Curone e della StafFora, sono di questo tipo. Ma mentre i corsi d'acqua situati più ad Est, a partire dalla ►Scrivia, defluiscono direttamente verso il Nord nel Po, tutti gli altri, eccettuato il Tanaro, che tocca appena la nostra regione, vanno a defluire nel grande arco formato dalla Bormida di Millesimo, che, a partire da Cortemiglia, si arricchisce di tutti i corsi d'acqua mag- giori e minori che discendono da tutto l'Appennino sino al Passo della Bocchetta. Disposizione orografica assai semplice, come si vede, la quale permette il rapido passaggio delle correnti atmosfe- riche del bacino adriatico a quello tirreno e viceversa, senza l'osta- colo di barriere speciali oltre a quelle proprie dello spartiacque. III. Clima. — Lo studio dei caratteri climatici di una regione ha importanza notevole dal punto di vista floristico, non solo per co- noscere le condizioni direttamente favorevoli o non, allo sviluppo di determinate specie, ma altresì come fattore principalissimo, in unione alla costituzione mineralogica delle roccie, dei caratteri eda- fici del substrato. I dati meteorologici sulla regione che ci interessa, non man- cano del tutto, ma sono alquanto frammentari; molti di essi sono stati rilevati per un numero troppo piccolo di anni, in modo che le stazioni sulle quali si può fare assegnamento, sono poco nume- rose; tuttavia io ho cercato di utilizzarli per quanto meglio mi era possibile. Inoltre, sia per gli opportuni confronti, sia per potere avere una idea delle condizioni climatiche di località poco distanti dal no- stro campo di studio, ho raccolto dei dati su alcune stazioni sia del versante meridionale della catena appenninica, sia della pianura a Nord, che delle catene montuose delle Alpi Marittime e dell'Ap- pennino settentrionale. Molti trattati e lavori di climatologia riferiscono abbondante- mente dati sopra un numero maggiore di stazioni e con maggiore attendibilità, perchè dedotti dalle medie di un grande numero di anni di osservazioni, ma si tratta essenzialmente di medie stagio- nali, ed inoltre a proposito delle massime e minime termiche, si — 194 — suol fare la inedia di tali osservazioni per un numero grande di anni, e più di rado si tiene conto degli estremi assoluti. Nelle tabelle allegate ho riferito le medie mensili, dedotte dai dati che ho potuto raccogliere nel Bollettino della Società meteo- rologica italiana. Per le cifre riguardanti la temperatura ho tenuto conto delle massime e minime assolute nel periodo di anni al quale si riferiscono i dati da me calcolati. Tali cifre assolute non sono però quelle estreme osservate nelle stazioni in un numero maggiore di anni. Per es., in Roster (1) trovo le cifre seguenti; che differiscono da quelle pubblicate dal Boll, della Soc. Meteorologica Italiana: Seo. Roster Sec. il Boll, Soc Met. Rai. ma. ass. mi. ass. ma. ass. mi. ass. Mondovi . . . (1867-1885) 35,4 11,0 (1881-86) 34,0 - «,2 Alessandria. (1866-98) 37,1 17,7 (1881-86) 35,8 10 2 Savona . (1875-86) 35,4 - 2,0 (1881-86) 33,4 9 9 Tempeeatur.\. — Per la parte elevata dell'Appennino non ho dati riferentisi alla temperatura ; quelli della stazione assai pros- sima del M. Penna, indicano in complesso un andamento relativa- mente eguale a quello delle altre stazioni mentane: minime piut- tosto forti nella stagione invernale, massime relativamente elevate nella stagione estiva. In questo periodo si verificano pure delle escursioni piuttosto estese, quali sono caratteristiche in generale del clima alpino e subalpino. La zona inferiore è caratterizzata da assai ampie escursioni nella media annua della temperatura (21°, 8 Volpeglino, 22^7 Novi) ; escur- sioni che si fanno assai più ampie nella zona più a Nord pianeg- giante (23',4 Alessandria), o collinosa (23^1 Cassine); minori invece in corrispondenza del massiccio montuoso delle A. Marittime (18'^,7 Garessio, 20*^,7 Mondovi), o dell'Appennino centrale (19°,4 Bedonia), e del versante marittimo (16'^,5 Genova, 17°,6 Savona). Importanti sono le minime assolute invernali delle stazioni di questa zona, le quali costituiscono cosi una delle ca-use principali che ostacolano lo sviluppo di molte specie meridionali che trove- rebbero nel rimanente periodo dell'anno ottime condizioni termiche di sviluppo. (1) Ho tratto gli elementi per lo studio dell'ambiente climatico dalle Pub- blicazioni di EosTER, Climatologia dell'Italia, Torino, 1909; di Millosevich, La pioggia in Italia, Ann. Uff centr. Meteor. Voi. Ili, 1881 e V. 1883. Le cifre sono in gran parte dedotte dal Bollettino della Soc. Meteorologica Italiana Moncalieri. — 195 — Questa zoiia del resto è assai prossima a quella che viene con- siderata come un centro di freddo della Valle padana ; in generale poi si può dire che le condizioni termiche di questa parte della catena appenninica, sono assai analoghe a quelle della rimanente porzione del versante Nord dell'Appennino emiliano, specialmente per il comportamento dell'isoterma annuale. Il raffronto colla parte situata ad Est della nostra regione, riesce pure interessante, poiché ci mostra che la zona media ed elevata dell'Appennino si comporta, rispetto all'andamento termico, come la zona corrispondente delle Alpi Marittime; l'isoterma che passa per la parte inferiore dell'Appennino, si allontana dalla catena al- pina per andare a intersecare la regione delle Langhe. Affatto diverse sono le condizioni della regione situata a Nord, cioè della pianura alessandrina (escursione annuale grandissima, minime assolute assai forti), come pure quelle del versante meri- dionale dell'Appennino, sul quale, come è notissimo, delle cause affatto particolari fanno si che la notevole mitezza del clima in- vernale, non vada disgiunta da una relativamente poco ampia escur- sione termica annuale. Temperatura di alcune Stazioni Appenniniche. GARESSIO VOLPEGLINO NOVI M. PENNA MESI 1S85-91 1876-1886 1886-1891 1881-88 Me. Mass. ann Min. ann. Me. Mass. ami. Min. ann. Me. Mass. ann. Min. ann. Me. Mass. ann. Min. ann. Genn. 0,0 10,9 - 12,G 0,8 12,6 -11,4 0.3 12,5 -10,8 -0.6 11,0 -14.0 Febbr. 0,8 13,8 -11,7 4,1 17,7 - 5,9 2,0 13,6 - 7,8 0,7 10,4 -11.3 Marzo 5,6 17,2 -11,4 7,5 21,5 - 9,3 6,7 '22,1 - 6,4 0,2 15,0 -12,3 Aprile 8,4 20,0 - 4,2 11,6 21,8 0,0 11,5 24,2 1,2 3,8 19,0 - 6,5 Maggio 12,8 25.9 ■ 1,8 15,8 30,3 2,0 16,6 28,8 5,7 8,4 24,4 - 3,1 Giugno 16,7 26,9 6,5 19,8 32,5 9,0 21,1 32,7 11,9 13,2 20,8 0,0 Luglio 18,7 28,3 7,1 22,3 35,1 11,7 23,0 33,0 12,8 15,5 27,2 4.0 Agosto 18,1 28,9 5,4 22,6 34,0 12,4 22,7 33,2 13,4 14,4 30,2 4.0 Settem. 15,3 20,1 1,9 18,2 30,6 5,2 19,6 30,7 8,1 12,3 22,2 0.1 Ottobre 9,5 22,0 - 2,6 12,7 25,2 2,0 12,7 26,3 0,6 5,2 24.0 - 6,1 Novem. i.l 14,7 - 5,1 6,7 16,9 - 5,8 6,4 17,4 - --2,4 3,1 1G,8 -10.0 Dicem. 0.1 11,4 - 13,0 2,6 15,8 -11.7 1.7 10,0 - 11.0 0.5 14.0 - 1.3.0 — 196 Temperatura di alcuue Stazioni Appenniniche. MAROLA CASSINE MONDOVi ALESSANDRIA MESI 1881-89 1888-89 18S1-86 1881-80 Me. Mass. ann. Min. ann. Me. Mass. ann Min. ann. Me. Mass. ann. Min. ann. Me Mass. ann. Min. ann. Gennaio 0,7 12,9 -11,2 0,3 12,0 -11,0 0,6 12,8 - 8,2 0,3 9,3 -10,2 Febbraio 2,4 12,2 -10,0 2,5 18,0 - 9,0 3,2 17,6 - 5,8 2,7 18,6 - 6,9 Marzo 4,5 17,6 -10,2 7,5 25,7 - 7.6 6,2 21,1 - 6,1 7,1 21,6 - 7,0 Aprile 8,2 18,5 - 2,2 11,8 25,8 0,9 9,3 20,5 - 0,4 12,5 23,0 1,9 Maggio 13,5 28,8 0,0 15,1 31,6 4,4 13,9 28,6 3,6 16,7 31,5 4,6 Giugno 17,5 33,6 5,2 20,4 33,6 6,9 18,0 30,6 6,3 20,1 33,8 7.6 Luglio 21,0 31,2 9,6 23,4 34,6 10,1 21,3 34.0 11,2 23,7 35,8 ]1,4 Agosto 20,4 29,9 7,4 22,6 34,0 9,0 20,3 31,7 9,0 22,6 34,0 11.5 Settemb. 15,8 25,4 5,8 18,2 29,4 7,0 15,8 26,0 4,1 18,1 28,7 8,4 Ottobre 10,0 21,2 - 3,4 11,8 25,0 0,2 10,2 21,5 0.9 12,1 24,3 0.7 Novemb. 5,2 16,1 - 3,6 5,7 15,2 - 6,5 5,4 17,3 - 3,1 5,6 16,5 - 4,5 Dicemb . 2,6 15,8 -10,2 1,6 11,3 -13,2 2,0 17,3 - 6,1 1,3 11,8 -14.0 Temperatura di alcune Stazioni Appenniniclie. GENOVA SAVONA MESI 1883-83 1881 86 Media Mass. ann. Min. ann. Mèdia Mass ann. Min. ann. Gennaio .... 5,6 16,0 - 1.8 6,6 17,5 -2,2 Febbraio . 8,2 21,2 - 2.8 9,1 20,8 1,2 Marzo . . 10,0 18,3 - 1,4 11,8 22,9 1,2 Aprile . . 13,9 22,0 4,3 14,9 24,1 2,3 Maggio . 17,7 28,8 7,1 18,5 31,4 8,0 Giugno . 21.1 28,8 10,8 21,6 33,4 10,5 Luglio . . 24,5 33,2 15,8 24,5 32,8 12,2 Agosto. . 24,4 32,2 16,7 24.8 32,8 16,2 Settembre 22,3 32,1 11,1 21,0 32,6 10,0 Ottobre . 15.1 27,2 5,0 15,9 25,9 6,6 Novembre 11,6 21.3 1,0 11,7 21,3 2,6 Dicembre, 8.6 16.3 - 0,8 8,1 16,1 0.4 QUANTITÀ DI PIOGGIA in alcune Stazioni Appenniniche. — 198 — % Quantità di pioggia in STAZIONI Altez. ni. Geiinaicj Febl)raio Marzo Aprile Pei Calizzano .... Ponzone .... Garessio .... Millesimo .... Varzi Sassello Gavi Busalla . . • . . Campofreddo . . Cairo Montenotte . Volpeglino. . . . Garbagna .... Spigno Bubbio Novi Ovada Capriata d'Orba . Tortona .... Rivanazzano . . . Voghera .... Castelnuovo Scrivia M. Penna .... Bruggi Torriglia .... Marola . . . . . Mondovi .... Cassine Alessandria . . . Genova Savona 11.75 640 610 603 430 410 385 382 367 342 327 229 290 258 222 200 186 176 156 142 112 80 1340 1020 764 717 556 178 97 54 26 49,4 52,9 93,9 62,1 67,6 39,9 97,0 66,6 60.3 89,0 50,3 47,8 63.8 86,6 30,0 76,2 45,6 62,6 39.1 40.9 29,5 48,9 121,6 57,5 83,0 53,1 73,7 74,2 104,8 116.1 71,7 106,6 60,0 17,6 44,3 40,6 76,0 50,7 114,0 65.1 87,5 45.7 64,5 46,5 41,5 62,4 36,3 39,4 31,5 49,7 46,4 38,0 141.0 87,6 132,3 26,3 45,9 35,8 33.7 107,0 72.7 132.B 96,3 64,5 132,1 72,0 66,6 85,0 60,3 121,0 179,9 81,1 62,0 80,8 62,8 66.0 67,1 89,1 66,8 66,2 53,4 29,8 52,6 167,6 127,8 214,9 45,7 76,2 37,1 40,4 95,9 52.9 199 alcune stazioni Appenniniche MESI Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre ' Dicembre Pioggia annuale 02,1 t3.4 GG.9 8G,4 37,3 •48.1 G6,3 22,8 112,2 89,0 59,9 50.2 63,9 G0,4 G5,0 59,G 33,0 37,0 54,5 4G,3 54,8 42.7 119,3 49,6 100,2 75,G G5.4 6S,4 47.6 (;o.o 77.a 67,3 23,6 2,3 51,8 1G,7 32,1 25,6 8,8 49,0 47,3 20,8 25,8 31.2 21,6 21,2 33,7 14,5 19,6 2G.4 27,7 24,6 27,7 42,4 48,4 85,2 35,9 51,6 38,6 26,4 35,9 34.6 62,6 38,8 39.0 32 7 3S,9 44.1 5G,0 60,2 65,7 58,2 33.1 45,8 32,5 33,5 31,2 34,8 18,8 2(J,5 43,0 47,0 47,3 45.4 126,2 42,3 55,7 97,8 53,1 29,9 26,7 70.1 31,4 115,1 61,3 96,4 95,2 72,0 73.5 133,3 98,3 190,0 246,5 123,0 81,5 94,9 91,3 65,3 84,1 99,0 88,0 86,8 85,4 85,9 74,5 262,0 132,7 262,6 112,0 61,0 81,0 70,5 135,5 130,6 129,8 142,6 129,7 258,4 194,3 70,9 211,9 194,0 214,1 2t'>2,5 147.0 91,4 123,0 130,3 96,6 107,4 140,9 124,0 76,4 87,2 78.5 73,4 360,0 133,0 252,6 68,2 114.6 93,3 102,0 206,4 160.8 233,2 89,9 100,2 253,8 94,0 79,8 122.6 117,2 262,9 162,2 108,6 83,7 111,8 112,7 101,1 125,0 97,1 79,6 69,0 78,1 70,4 77,2 180,0 140.8 378,4 105,0 76,3 102,2 60,7 190,7 118.3 66,0 51,0 63,8 168,6 67,1 33,9 56,2 56,0 100,0 103,3 44,4 62,4 56,3 44,0 17,0 76,6 66,8 48,9 35.9 50,1 41,3 44,6 140,1 59,5 166 4 61,5 69,6 47,3 117,9 105,3 1316,8 1045,8 973,9 1460,4 1071,0 1107,0 1196,4 1085,6 1604,6 1761,6 1058,3 729,5 918,3 910,4 869,9 893,4 866,4 809,8 ' 722,8 725,1 (.^78,7 661,9 2007,6 1187,0 2121,0 875,5 784,0 638,0 1307,0 1083,6 — 200 - Pioggia, — Alquanto più numerosi sono i dati riguardanti il regime pluviometrico che mi è stato possibile raccogliere. Anzi in questo tratto della catena appenninica, sotto la direzione della sta- zione meteorologica di Volpeglino, sono state impiantate cosi nu- merose stazioni termopluviometriche, che la dovizia di dati sarebbe assolutamente preziosa, se le osservazioni non fossero state per molti casi eseguite o saltuariamente, o per un periodo di tempo troppo limitato, da poterne trarre tutto l'utile desiderabile. Anche a proposito del regime pluviometrico ho aggiunto alle cifre rife- rentisi all'area di studio, quelle di alcune stazioni limitrofe, riman- dando per altri dati più numerosi alle opere di climatologia ed alle ricerche speciali. E cosa nota che la catena appenninica costituisce una delle prime barriere che la corrente equatoriale incontra nel suo percorso verso il Nord dell'Europa; è appunto la presenza di questa bar- riera che spiega la forte pluviosità della regione situata intorno a Genova; tale corrente poi innalzandosi contro la catena appenni- nica per valicarla, e perdendo così una notevole quantità di acqua, passa più secca e più elevata al di sopra della pianura padana, fino ad incontrare la barriera alpina. Nella catena appenninica influiscono perciò sulla pluviosità, ol- treché la presenza di elevazioni montuose, anche e più ancora la particolare disposizione orografica che obbliga le correnti atmosfe- riche ad una rapida elevazione. Nella nostra regione non esistono stazioni sulle vette elevate ; quelle di Pei, Bruggi, M. Penna, limitrofe ad essa, hanno un'alta piovosità annuale, accentuata anche dal fatto che non sono situate su cime isolate, ma in un complicato massiccio montuoso, E ap- punto alle testate delle valli di Trebbia e di Taro che si inizia quell'importante ed elevato sistema orografico che per le Alpi Apuane si stende fino a Lucca e a Pescia, e che determina una barriera tra l'Adriatico e il Tirreno, distinta da altissima plu- viosità. Le vette assai prossime a queste, dell' Ebro, del Ghiarolo, del Chiappo, del M, Boglelio, ecc., sono quindi con tutta verosimiglianza caratterizzate da una precipitazione atmosferica assai forte, e poco minore deve essere quella che ha luogo sul M. Ermetta, sul M. Set- tepaui, ecc., che sono le elevazioni più marcate della catena al- l' Ovest della Seri via. Su questa cresta, del resto, assai frequenti sono le nebbie, indice della condensazione dell' umidità delle cor- renti atmosferiche. Pure assai forti sono le precipitazioni in corrispondenza delle — 201 — grandi depressioni, attraverso le quali si incanalano le correnti che vengono dal Mediterraneo, come l'alta Val Tanaro (Garessio), quella dell'Erro (Sassello), quella di Stura (Campofreddo), e della Scrivia (Busalla), nelle quali stazioni la precipitazione annuale è notevole, anche se si tiene conto della altitudine sul mare ; tale misura ri- corda molto quella che si verifica sul versante Sud a Genova e Savona. Coll'abbassarsi della catena appenninica, diminuisce di molto la precipitazione atmosferica, e questa raggiunge un limite minimo in corrispondenza della pianura padana, dove a Voghera, Tortona, Castelnuovo Scrivia, Alessandria, si osserva una fascia di minor© pluviosità, che si estende a tutta la zona collinosa delle Langhe e del Monferrato. L'andamento delle precipitazioni nelle diverse stazioni è poi del massimo interesse. In tutta la regione si osservano due massimi di precipitazione che hanno luogo nella stagione autunnale e in quella primaverile ; il massimo assoluto non si verifica però in tutte le stazioni nella medesima stagione. Nel maggior numero di esse prevalgono i massimi autunnali, mentre relativamente poche sono le stazioni nelle quali si verifica il massimo assoluto di pioggia nei mesi di primavera (Calizzano, Varzi, Bubbioì. Pure numerose sono le stazioni nelle quali i due massimi pri- maverile e autunnale press' a poco si equivalgono ; tali stazioni sono situate particolarmente lungo una fascia alle falde della ca- tena appennina (Voghera, Rivanazzano, Tortona, Castelnuovo Scri- via, Volpeglino, Garbagna, Capriata, Ovada, Spigno, Cairo Mon- tenotte), ed altre con analoghe caratteristiche si trovano nei colli del Monferrato (Cassine), ed alle falde delle Alpi Marittime (Mon- dovi). Il massimo autunnale si verifica in generale nell'ottobre, ma per alcune stazioni questo ha luogo in novembre, o, se il massimo assoluto è in ottobre, la precipitazione di novembre ne è di poco inferiore : sono queste le località situato in più diretta relazione col versante mediterraneo (Torriglia, Pei, Sassello, Busalla), le quali mostrano cosi una affinità nell' andamento pluviometrico con quelle del versante ligure, dove il periodo di massima pluviosità subisce un ritardo, per raggiungere il massimo nella stagione invernale. Tuttavia questa analogia pluviometrica tra le stazioni delle grandi depressioni appenniniche e quelle liguri, sono di scarso in- teresse dal punto di vista floristico, in causa delle profonde dif- — 202 — ferenze di condizioni termiche, le quali durante la stagione autunno- invernale permettono alle piante del versante ligure di risentire e di utilizzare queste torti precipitazioni; mentre sul versante Nord assai minore è l'utilizzazione possibile, avuto riguardo anche al fatto che la precipitazione ha luogo in parte allo stato di neve. Degna di rota è la marcata coincidenza tra le diverse stazioni rispetto al periodo di minima precipitazione. Questo si verifica sempre nella stagione estiva, e, per tutte le stazioni appennine, nel mese di luglio. In quelle che più risentono la elevazione delle Alpi Marittime, la minima estiva è soverchiata da quella invernale del febbraio (Garessio e Mondovl), e la minima estiva ha luogo nel mese di agosto anziché in luglio ; l'altro minimo si verifica in mesi diversi nelle varie stazioni, ma sempre d' inverno dal dicembre al feb- braio, in un periodo cioè, nel quale relativamente minimo è l'effetto immediato sulle condizioni di vegetazione. Molto importante è all' incontro la minima estiva, perchè è assai j)rolungata e talora anche molto accentuata, e perchè ha luogo in un periodo nel quale le condizioni termiche, favorendo al mas- simo grado l'attività funzionale degli organi, la misura dell'acqua nel terreno costituisce un validissimo agente di eliminazione per molte specie inadatte. - Nevi. — In conseguenza della minore influenza diretta che la precipitazione invernale ha colla vegetazione, non occorre occu- parsi a lungo della frequenza e della quantità di neve che vi cade. I dati che ho trovato sopra questa serie di fenomeni sono piut- tosto scarsi; ci indicano tuttavia la forte caduta di neve, partico- larmente dove il sistema montuoso è più elevato e complesso, cioè verso gli estremi orientale e occidentale della nostra area (M. Penna, Marcia, Garessio, Mondovì). Sulla frequenza delle pioggie, e sul numero dei giorni sereni e coperti, si hanno pure poche notizie utilizzabili; riporto i pochi dati che ho trovato, e dei quali cercherò di valermi nel corso del lavoro. In complesso le condizioni climatiche della regione in studio sono quelle del cosidetto Blaisldima di Koppen. Clima che si os- serva in molta parte della regione padana, che nella zona appen- ninica non è affatto tipico, ma subisce delle modificazioni a se- conda delle esposizioni, e dell'altitudine, modificandosi ora in modo da avvicinarsi a quello della regione montana e subalpina e talora da ricordare 1' Olivenldima di Koppen. 203 — a> sa p se o « OC _ -H 00^ X ZD ,_,, (M O 1—1 1 c2 "5 Ci T-l • i-H 1— ( in' m t- IO 00 o "3 3 Ci 00 CO IO i~ <:c o !>• co 0^5 e o 00 t^ o CT la r>- '^ »«^ ci 1—1 (M rH 1-1 o CI lO iO_^ o id^ ■^ lO ^, co" CI r>i co' /» t>- (M CD 00 Ol IO co CN (M CM 1—1 co CI co 1—1 1—1 — CT -r lO >' oi o LO o co" 07 o c-f o Z -f i>- G^l ^ àO (M Ol CM rH CM t^ 1 1 1 1 O 1 1 1 *ji' 1 1 t 1 o 1 1 1 1 1 1 1 K o A> « 1 1 1 1 o te 1 1 1 ' ' 1 ' < "S 1 1 1 1 1 1 1 t-H 3 1 1 1 1 1 1 1 «3 "-< k5 te c 1 i 1 ! 1 ' 1 te 00^ fcc 1 1 1 1— ( I 1 1 1 ci 1 1 *r-t <5 u O o iC o O lO^ '~- ^ 'u o o" CI cr Ol co" -H !>-" 1—1 &. e oi ' — ■ co (J3 C-I < '"' 1— ( o (M t- (M t>- o L~ o O co" ■cd ^ C5 •-o" oi (X) co" X co" rt C-I r**! 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Nella stagione fredda i venti dominanti vengono dal Nord, in quella calda procedono in senso inverso, e s'ingolfano nelle vallate appennine, talora con violenza notevole, quale si può constatare anche dagli effetti sul facies della vegetazione presso le creste. Tuttavia per quanto riguarda l'azione disseminatrice che il vento può esercitare, la distinzione dei venti dominanti nelle varie sta- gioni ha nel nostro caso un' importanza limitata, in quanto un qualsiasi periodo temporalesco può determinare delle inversioni nella direzione delle correnti atmosferiche, e la conseguente azione disseminatrice in qualunque direzione ed in qualunque stagione. IV. Condizioni geologiche. — La cresta (2) di quella parte della ca- tena appennina che costituisce il nostro campo di studio, presenta ad ovest delle estese formazioni permiane che si estendono dal Colle di S. Bernardo al Colle di Altare; si incontrano fino a Nu- ceto, Murialdo e Pai lare, affondandosi poi sotto le formazioni oli- goceniche del basso appennino. È soltanto verso Ovest che la for- mazione permiana viene ricoperta da calcari di origine triasica, come presso la cresta in Val di Bardineto, e a Massimino, ai Gio- vetti sopra Bagnasco: sono calcari brecciosi compatti, sui quali per le loro proprietà fisiche e chimiche la vegetazione assume un ca- rattere ben distinto da quello delle roccie permiane vicine. Queste, (1) Op. cit. (2) Ho tratto le indicazioni riguardanti la Geologia della regione da IsSEL A , Liguria geologica e preistorica. Genova, 1892, e da parecchie pubbli- cazioni di TaramcUi e Sacco, le quali mi furono gentilmente comunicate dal prof. Parona che sentitamente ringrazio. Annali di Botanica — Vol. X. Il — 206 — di natura scistosa, mentre che sono piuttosto asciutte nella parte più elevata, presentano lungo i tagli naturali, che sono piuttosto ampii per la facile erodibilità della roccia, una notevole ricchezza d'acqua, onde, lungo i numerosi ruscelli che vi scorrono, si può sta- bilire una vegetazione a tipo montano, anche ad altitudini non troppo elevate. Le profonde erosioni dell'alta valle della Bormida hanno messo allo scoperto entro alle formazioni permiane, alcuni lembi di Car- bonifero, i più orientali di quelli della formazione carbonifera della Liguria occidentale; essi si incontrano a Calizzano, Bormida, Osiglio, Mallare. e sono costituiti essenzialmente da scisti e are- narie silicee piuttosto acquiferi, e con rari calcari; questi sono cosi poco estesi, che non possono determinare una influenza speciale sul facies della vegetazione, onde nel suo complesso i terreni del permiano e del carbonifero si comportano in modo eguale rispetto al mantello vegetale che li riveste. Segue più ad Est una estesa formazione, sulla cui età sono di- scordi i geologi, ma che è probabilmente assai antica, e che si spinge sino al fianco sinistro della Valle del Lemme. Mentre nella parte centrale di questa formazione (Rossiglione, Oampoligure), prevalgono gli scisti cristallini, prettamente, silicei, tutto intorno a queste roccie scistose si osservano invece frequenti ammassi di roccie serpentinose, le quali sono abbondanti al M. Lecco, e in tutto l'alto Gorzente ; sopra E-ovaglio, Rossiglione, presso Olba e Tiglieto in Val d' Orba, e poi nella Val d' Erro tra Ponzone e Sassello e a Sud di questi paesi fino a Pontinvrea. Sono cioè, come si vede, delle formazioni assai estese, le quali conferiscono al pae- saggio locale un facies speciale, sia per le proprietà della roccia, sia per la vegetazione che la ricopre. In qualche punto la roccia serpentinosa passa a roccia anfìbolica, come soj)ra Sassello alle falde del M. Ermetta; essa è però di estensione alquanto limitata. Mentre i terreni scistosi sono dotati di una vegetazione analoga a quella delle roccie permiane sopra ricordate, piuttosto povera di specie, ma ricca di individui, radunati in associazioni caratteri- stiche di pascoli, praterie, brughiere, castagneti, eco., estesi sia sopra i pendii poco pronunciati, sia sui punti declivi dove le roccie af- fiorano, tutt'altro aspetto offrono le roccie serpentinose. Quivi, per la maggiore resistenza della roccia, le erosioni sono più dirupate e profonde, le acque non filtrano per le mille fessure degli scisti, né imbevono il terriccio soprastante, ma scorrono in maggior copia superficialmente, e si raccolgono rapidamente in ruscelli, i quali nella parte pianeggiante accumulano i materiali argillosi prove- - 207 — nienti dalla degradazione, onde la flora che si sviluppa su tali ter- reni assume in una stazione un carattere spiccatamente xerofilo, in un'altra un aspetto nettamente igrofite. Le roccie in posto ed i loro detriti rimangono scoperti assai più frequentemente, onde si fa più abbondante la flora rupestre, resa anche più diff"usa per l'in- consulto diboscamento, mercè il quale il rapido dilavamento del terreno ha dato luogo alla formazione di estesissime superfici aride di roccia, sulle quali vive una stentata vegetazione. Dove però il mantello erboso o boschivo è intatto, l'aspetto della vegetazione si ravvicina a quello dei terreni permiani scistosi. Presso i confini di queste formazioni, e qua e là anche inglo- bate in esse, si incontrano delle formazioni assai più recenti, ri- feribili al Miocene inferiore. Riservandomi di ricordare quelle molto estese che si trovano oltre i confini di quelle studiate finora, e che si collegano direttamente con quelle dello stesso periodo poste più in basso della catena, accennerò alle isole mioceniche di Sassello del Passo del Giovo, e di Rossiglione ; sono formate di banchi ma- dreporici, di mollasse, di arenarie, di conglomerati serpentinosi, di roccie insomma, nelle quali il calcare entra o come costituente prin- cipale o come cemento. Il tratto più orientale dell'alto Appennino piemontese consta di una estesa formazione eocenica, la quale si estende assai al di là dei confini da noi assegnati al nostro campo di studio, ed è costi- tuita essenzialmente da scisti argillosi più o meno calcariferi, in qualche punto quarziferi, talora talcosi, a colore rossastro o gialla- stro, in qualche punto nero o grigio. Più rare sono in questa formazione le roccie nelle quali il cal- care si trova in forte quantità (calcecisti, calcefìri, calcari puri); anche rare sono le roccie quarzifere pressoché pure. All'Est della Valle della Scrivia e più ancora di quella del Bor- bera, cominciano a sostituirsi agli argilloscisti le argille scagliose, le quali si vanno facendo sempre più predominanti in Val Curone e più ancora in Val Stafferà. Questi terreni facili a trattener acqua per imbibizione, sono un ottimo substrato per la vegetazione ar- borea, mancando la quale, essi subiscono un rapido sfacelo, dando luogo a franamenti estesi dei quali sono note le proporzioni gran- diose che assumono nelle parti più orientali dell'Appennino setten- trionale. Pure in queste stesse formazioni eoceniche si incontrano isole di Tongriano, analoghe a quelle già ricordate di Rossiglione, Sas- sello, ecc.; sono quelle di Savignone e di Monte Maggio, costituite da conglomerati, nei quali il calcare entrando solo come cemento — 208 — o anche come roccia cementata, determina il carattere principale della roccia rispetto alla vegetazione. Assai rare sono nella parte alta della Valle del Lemme delle for- mazioni serpentinose di origine terziaria (Issel). i cui caratteri eda- fici si possono pel nostro scopò considerare eguali a quelli delle ser- pentine più antiche. Sopra tutta questa zona più interna e più elevata dell'Appen- nino costituita dalle formazioni sopra ricordate, si appoggia sul versante j)a(iano una estesa formazione di terreno oligocenico, che va dalla Val Tanaro alla Val Stafferà. I suoi confini meridionali sono segnati da una linea che tocca Bagnasco, Massimino, Perlo, Nuceto, Biestro, Cairo, Dego, Pontinvrea, Malvicino, Cassinelle, Mo- lare, Belforte, Voltaggio, Roccaforte, Rocchetta, Fabbrica Curone, e giunge alla Val Staffora presso Bosmezzo. Verso la Valle Padana tale formazione oltrepassa i confini del nostro campo di studio nella Valle della Bormida. fino ad Acqui. Quivi, seguendo una linea che passa per Morsasco, Trisobbio, Ovada, e poco a Sud di Tagliole, per Mornese, Carrosio, Arquata, Vignole, Borghetto, viene ricoperto per un 'tratto da altre formazioni più recenti, e ricompare al di là della Staffora e del Curone. In questa formazione oligocenica furono distinti tre piani, cor- rispondenti (Sacco) al Tongriano, Stampiano e Aquitaniano. Il Tongriano è essenzialmente costituito di conglomerati a ele- menti di natura variabile secondo la natura dei massi montagnosi dai quali provengono, e cementati da calcari più o meno abbon- danti. Elementi assai meno grossi, e per lo più arenarie, si trovano tra la Val della Bormida di Spigno e Ovada ; e formazioni marnose e arenacee sono le sole rappresentanti del Tongriano ad Est della Scrivia verso il Tortonese. Se nelle località pianeggianti o poco inclinate i banchi di con- glomerato tongriano sono ricoperti di una vegetazione piuttosto uni- forme, qualunque sia la natura degli elementi e la quantità del ce- mento che li collega, dove ^invece esistono dei tagli naturali, la di- stinzione è assai netta secondo la quantità del calcare che vi si trova. Così nella regione situata ai Ovest della Bormida di Spigno ad Est di Voltaggio, dove l'abbondanza del cemento provoca la formazione di una roccia compatta, si osservano spesso pareti for- temente inclinate, quasi a picco, e resistenti assai alla degradazione, povere di acqua e quindi a scarsa vegetazione. Dove invece il calcare è in minore quantità, come nei conglo- merati che si incontrano tra Ovada e Voltaggio, allora si osser- — 209 — Tano lunghi pendii franosi, sui quali si sviluppa una vegetazione caratteristica delle frane, povera di specie e di individui, soggetta per la massima parte ad un continuo deperimento, per il rinno- varsi della superficie sempre in movimento. Più di rado, dove gli elementi pietrosi che costituiscono questi conglomerati raggiungono delle dimensioni assai notevoli, si può notare una certa indipendenza della vegetazione che vi cresce dalla influenza del cemento calcare. Nella parte centrale della formazione oligocenica, i conglome- rati sono o costituiti prevalentemente da roccie ofiolitiche, o sci- stose o quarzitiche. Verso la Val Tanaro oltre a quarziti e ad altri elementi rocciosi cristallini, sono frequenti le breccie calacari. Cosi pure elementi calcari e ofiolitici entrano a costituire i con- glomerati che si incontrano ad Est della Scrivia. E in questi terreni conglomeratici, e spesso difficilmente erodi- bili, che si osservano profonde erosioni e pareti dirupate, che danno un aspetto variato al paesaggio, e forniscono il substrato a nume- rose associazioni xerofile per lo più alicole. Lo Stampiano si estende come una fascia continua a Nord del precedente fin verso Brignano Curone ; il suo affioramento, piut- tosto scarso nel tratto che sta tra Ovada e la Val Lemme, si fa assai più notevole nelle zone situate ai due lati di questa. È rap- presentato essenzialmente da marne grigie o grigio-verdastre, alter- nate o sostituite qua e là con strati arenacei Più a Nord del precedente sta una fascia di Aquitaniano, che nel nostro campo di studio si incontra presso Oeva e Montezemolo, poi segue i confini della nostra regione fino ad incontrare la Bor- mida di Millesimo a Monastero, e si estende a Nord dello Stam- piano lungo una linea che ha per confini a Sud: Denice, Montechiaro, Cavatore, Cremolino, Tagliolo, Mornese, Carrosio, Rigoroso, e arriva nella Val Curone fino oltre Garbagna; questa fascia, assai estesa verso la Val Bormida, si fa più ristretta verso levante, è limi- tata a Nord da una linea che passa presso Acqui, Morsasco, Ovada, Lerma, Borghetto, Berbera, ecc., ed è formata essenzialmente da marne sabbiose e arenarie, più o meno calcarizzate. In esse talora il carbonato di calcio è cosi abbondante da dare origine a vere roccie compatte, utilizzabili per materiale da costruzione. Le formazioni mioceniche sono alquanto meno diffuse nell'am- bito della nostra regione, mentre entrano a costituire una parte no- tevolissima delle Langhe. Esse emergono alle falde dell'appennino solo nelle vicinanze di Acqui e di qui formano una fascia conti- nua verso Est fino al Tortonese. ' 210 — I tre piani Langhiano, Elveziano e Tortoniano nei quali si di- vide la formazione di questo periodo, sono tutti rappresentati nella nostra regione. Il Langhiano forma una fascia di larghezza media di poco in- feriore al chilometro e con una massima di poco più di due, estesa da Bistagno, a Acqui, Morsasco, Montaldeo, Parodi, Gavi, Vignole Borbera, fino ad Avolasca nel Tortonese ; si tratta essenzialmente di banchi marnosi, più di rado arenacei. Un piccolo affioramento si trova anche a Ceva. Il piano elveziano, assai sviluppato al Xord-Ovest del nostro campo di studio, occupa una zona presso a poco eguale a quella del Langhiano a Nord di questo, a partire da Strevi, verso Orsara, Carpeneto, Castelletto d'Orba, Serravalle ed oltre la Scrivia sotto Avolasca. È rappresentato da banchi di sabbia più o meno fortemente ce- mentati da calcare, e talora assai compatti, alternati con strati mar- noso-sabbiosi, di rado ciottolosi. I depositi del Tortoniano si osservano per un piccolissimo tratto nella nostra zona a Ovest della Scrivia, e sono ampiamente diffusi ad Est di questo torrente da Sandigliano a Malvino e Salizzola nel Tortonese. Esse constano per lo più di marne, di rado di sabbie cementate da calcare. Del Messiniano si osserva nella nostra regione uno stretto lembo ad Ovest della Bormida da Rivalta a Montaldo, S. Cristoforo, Cas- sano, S. Agata, Carazzano, interrotto un po' a Nord di Carpeneto, perchè ricoperto da depositi quaternari!. Sono terreni formati qua e là da arenarie e conglomerati, e più ancora da marne verdastre. Nella parte occidentale della regione si osservano delle lenti ges- sose intercalate a banchi marnosi, e spesso banchi di calcari più o meno puri e più o meno facilmente erodibili e cariati. Pure di natura marnosa sono i terreni pliocenici riferibili al Piacenziano, i quali appaiono come una zona frastagliata alle falde della catena da Rivalta a Tortona, talora profondamente erosi e ri- coperti da depositi quaternari! in corrispondenza dei corsi d'acqua. Sono questi depositi pliocenici che costituiscono i primi colli che si elevano a Sud della pianura. Assai meno estesi sono i banchi sabbiosi dell'Astiano, ridotti ad una stretta fascia sopra Capriata, Rivalta, Villavernia ; datala loro estensione, si comprende come essi abbiano un'importanza mi- nima nel determinare l'aspetto della vegetazione. Poco estesi sono pure i depositi del Villafranchiano di natura — 211 — argillb marnosa; a questi si debbono alcune delle prime elevazioni della pianura alessandrina, mentre i primi rilievi sono per la mas- sima parte formati da depositi diluviali. Tali depositi siano essi costituiti da elementi ciottolosi di varia grossezza, o da fini elementi di Loess, sono fortemente decalcifi- cati e argillificati. Data l'analogia della natura litologica degli elementi che sono entrati a formare questi depositi, e l'avanzata ferrettizzazione degli elementi ciottolosi del Villafranchiano tra l'Orba e la Scrivia, e a causa degli scarsi pendii che si osservano in questa zona, il ter- reno superficiale si presenta uniforme, sia per la natura argil- losa originaria dei depositi, sia per susseguente argillificazione, e decalcifìzzazione almeno parziale. L'intensa coltivazione poi, che quivi si esercita da molti anni ha fatto sentire cosi la sua opera livellatrice, che la natura mineralo- gica, e specialmente la origine geologica del suolo ha qui meno che altrove importanza come fattore edafico. In corrispondenza dei corsi d'acqua che scendono alla catena, si osservano più o meno estesi depositi alluvionali, di natura va- riabile, e dipendente, come è ovvio, dalla costituzione geologica della regione a monte. V. Terreno. — In molti studii fitogeografici si suole considerare le condizioni d'ambiente nelle quali si svolge la flora che si studia, come determinate del fattore climatico, funzione a sua volta della posi- zione geografica e dell'orografìa della regione, da quello edafico di- pendente dalla costituzione geologica e mineralogica della roccia sot- tostante, ed infine da quello antropico. In generale alla costituzione geologica del suolo si attribuisce l'importanza massima nel determinare le condizioni del substrato sul quale si stabilisce il mantello vegetale; e ciò specialmente per parte di quei fitogeografi i quali attribuiscono unicamente alle pro- prietà chimiche, o unicamente a quelle fisiche, l'influenza nella di- stribuzione delle piante sul suolo. La massima importanza deve essere data bensì alla costituzione geologica della regione, ma non tanto per stabilire la natura mi- neralogica delle roccie che la costituiscono, e quindi le proprietà chi- miche o fisiche del suolo che né deriva, quanto per comprendere e spiegare bene l'orografia della regione, non solo nelle sue linee gene- — 212 — rali, ma altresì nelle sue più piccole esplicazioni, quali sono quelle che determinano lo stabilirsi in un area relativamente ristretta p. es. di una stazione pianeggiante a tipo pascolo, accanto ad un pendio di scoscendimento con vegetazione di carattere nem orale, e ad una depressione torbosa, ed infine ad una piccola stazione ru- pestre. La configurazione orografica di una regione è spesso determinata dalla composizione mineralogica della roccia, in quanto la mag- giore o minore erodi bilità può dare origine ad uua plastica differente; ma spesso la natura e la durata degli agenti degradatori possono anche profondamente modificarla indipendentemente dalla erodibi- lità ; cosi mentre nella catena alpina il fenomeno glaciale ha ri- messo per così dire a nuovo un'ampia superficie rocciosa, contri- buendo colla demolizione di rocce in posto e colla costruzione di morene, a modificare la plastica del paesaggio indipendentemente dalla composizione mineralogica, nell'Appennino le scarse glacia- zioni hanno permesso alla superficie rocciosa di assumere una con- formazione specialmente sotto 1' influenza assai più prolungata dei comuni agenti meteorici degradatori. Cosi anche roccie relativamente poco erodibili, come le serpen- tinose, hanno jDotuto nella parte elevata dell'Appennino dare luogo a dossi arrotondati e poco declivi, come se le roccie fossero più fa- cilmente erodibili. La struttura meccanica e chimica ha piuttosto in- fluenza nel campo fitogeografico quale determinante i caratteri della stazione che quelli della regione. Ricerche da me pubblicate da qualche anno, ed altre recentis- sime (1), mi hanno indotto a considerare l' influenza dell'edafismo sulla distribuzione delle piante, in modo affatto differente da quello solitamente considerato dai fautori della teoria chimica o fisica della fìtostatica, e ad attribuire alle proprietà delle soluzioni esistenti nel suolo il valore di determinanti i caratteri delle diverse stazioni vegetali. Non è questo il luogo per esporre tutte le argomentazioni che mi hanno indotto a ideare e a sostenere questo modo di considerare r influenza del terreno sulla distribuzione del vegetale. Eimando per questo ai lavori citati, e mi limito qui a riassumere brevemente i risultati generali, ai quali sono pervenuto, e i metodi di tecnica da (1) Gola. — Studli sui rapporti tra la distribuzione delle piante e la costi- tuzione fisico chimica del suolo. Ann. di bot., Ili, 1905 ; Gola G. Saggio di una teoria osmotica deW Edafismo. Id. id., voi Vili, 1910. G. Gola. — Osservazioni sopra i liquidi circolanti ?iel terreno agrario ; ann. R. Acc. Agr. Torino, 1911, voi. LIV: Giornale di Geologia pratica, 1911. — 213 - seguire per 1' esame delle proprietà osmotiche delle soluzioni del suolo. Dopo le ricerche di Contjean, le quali dimostrarono l'assoluta in- sufficienza delle argomentazioni di Thurmann per spiegare fisica- mente le leggi che regolano la distribuzione delle piante sopra i diversi terreni, la massima parte dei fioristi attribuì un'importanza edafica prevalente alla composizione chimica del suolo, e special- mente alla presenza in esso di determinati composti, quali il carbo- nato di calcio, il cloruro di sodio, i nitrati di calcio e di potassio. Quanto alla spiegazione del meccanismo di azione distributiva di tali composti, si dovette ben presto riconoscere che non poteva trattarsi di una infiuenza direttamente nutritizia degli elementi che costituiscono i detti composti, poiché gli stessi elementi sotto altra forma di combinazione esercitano un'azione nulla o assai meno spiccata. Inoltre si potè constatare che tali elementi molto spesso non ve- nivano assorbiti in proporzione corrispondente agli effetti di di- stribuzione, ai quali essi davano luogo. Si stabilì pure che l'influenza di questi composti non è mai o quasi mai veramente attrattiva, ma si esercita piuttosto impedendo lo sviluppo di parecchie specie ed eliminandole dalla concorrenza, per l'utilizzazione dello spazio, il quale è cosi occupato da specie più resistenti. Tale azione viene detta repulsiva. Non tutte le specie si comportano in modo affatto netto rispetto a questa azione attrattiva; come si credette dapprima, o repulsiva come si dimostrò più tardi ; molte di esse si comportano come in- differenti alla natura chimica del substrato. L'elenco di queste sioecie, cosi dette indifferenti, si andò rapida- mente accrescendo, allorché le ricerche dei floristi, eseguite su campi sempre piùestesi, portarono nuovo contributo alla conoscenza dell'argo- mento. Così questo aumento del novero delle indifferenti portò a poco a poco ad una riduzione grandissima di quelle riconosciute esclusive dell'uno o dell'altro substrato, e particolarmente alla ri- duzione di quelle ritenute calcicole esclusive. Il numero delle osservazioni fatte specialmente dai sostenitori della teoria chimica, aveva messo in chiaro l'assoluta insufficienza delle proprietà fisiche da sole a determinare la distribuzione delle piante ; d'altra parte le nuove osservazioni mostrano anche lo stesso inconveniente per le spiegazioni puramente chimiche. Si ricorse allora alla ricerca delle cause di questa insufficienza, e si credette di trovarle nella influenza delle cosidette azioni com- — 214 — pensatrici, alcune di ordine chimico, quali la presenza di idrato di ferro o di carbonato di magnesio, o fisico, come la porosità, riscal- dabilità, solubilità della roccia; o climatico quali l'umidità del- l'atmosfera, frequenza della pioggia, temperatura ecc. Ma con questo si viene a dare un colpo decisivo alla teoria pu- ramente chimica, e coU'introdurre diversi fattori di compenso non si riesce ad altro che a complicare la questione, senza per nulla trovare la via per spiegare il loro modo di agire. Era quindi evidente che occorreva cercare in un altro mecca- nismo di azione la causa della innegabile influenza delle proprietà del terreno sulla distribuzione delle piante, e più ancora nel de- terminare quel complesso di condizioni alle quali si deve la sta- zione vegetale. Tale meccanismo non poteva però essere ricercato che nella ri- sultante di tutto quel complesso di fatti, dei quali si era ricono- sciuto il valore. La fisiologia aveva già da tempo stabilito l'importanza che i fenomeni osmotici e la tonicità delle soluzioni endocellulari e dei liquidi ambienti, hanno sopra le funzioni della nutrizione, all'assi- milazione e della riproduzione, ecc. Si era potuto constatare che spostamenti anche minimi nell'equi- librio osmotico esercitano effetti fortissimi sulla funzionalità cellulare. Il concetto dell'esistenza nel terreno di soluzioni, le quali do- vevano essere osmoticamente attive sopra la funzionalità degli ele- menti cellulari, non era mai stato preso in considerazione dai fi- tostatici ; solo talora, nelle ricerche riguardanti la flora delle sta- zioni salate, dove la concentrazione molecolare delle soluzioni rag- giunge dei limiti elevatissimi, e quindi tali da imporsi all'atten- zione dell'osservatore, si trova accennato all'azione osmotica che i liquidi del terreno possono esercitare sul sistema assorbente delle piante. Ma queste azioni osmotiche se vengono prese in esame per spie- gare alcuni particolari di morfologia e di organografia delle alo- fite, non sono per nulla considerate come fattori di distribuzione. La distribuzione delle alofite nelle diverse stazioni viene bensì messa in rapporto con la concentrazione salina del terreno, ma in quanto la salsedine maggiore o minoi'e del suolo può esercitare un'azione tossica più o meno intensa, escludendosi o almeno non accennandosi alla azione dannosa prodotta dai fenomeni di ipo o di ipertonia. Una più accurata osservazione porta a constatare che molte altre piante, le ruderali specialmente, si comportano rispetto ai nitrati del — 215 — suolo, esattamente come le alofite rispetto ai cloruri ; e ciò si può verificare sia prendendo in esame la concentrazione delle soluzioni ambienti alle radici, sia i caratteri di affinità sistematica e morfo- logica tra le alofile e le nitrofile. Cosi dal gruppo delle nitrofile, da molti considerate come in- differenti, si procede ad altri gruppi di piante come quelle proprie dei campi, 1. incolti, terreni nuovi, ecc., pure ritenute indiflerenti da molti autori, le quali affondano le loro radici in terreni ricchi di sostanze saline disciolte o facilmente solubili, ma nei quali la con- centrazione non raggiunge i limiti elevati proprii dei terreni salati o nitrati. Nei terreni calcari il carbonato di calcio può, in grado diverso a seconda della solubilità, dare luogo a soluzioni sature di bicarbo- nato di calcio, e per di più, a lato di questo composto, si trovano in una certa misura carbonati di sodio, di potassio, nitrati, ecc., ca- paci di elevare un po' la concentrazione delle soluzioni. L'azione antagonistica del carbonato di magnesio rispetto a quella del calcare può in molti casi venire spiegata colla scarsa attaccabi- lità di esso dalla CO", come si osserva p. es. nelle roccie -dolo- mitiche. Minore è invece la concentrazione che si osserva nei liquidi esi- stenti in molti terreni silicei, specialmente quando questi sieno ori- ginariamente poveri di elementi capaci di dare i sali solubili, e quando la degradazione sia un po' avanzata. Cosi molte roccie vul- caniche ricche di silicati di potassio, o di calcio, possono dare ma- teriali solubili in maggior misura che non una quarzite, o una roccia granitica o magnesiaca. Qui entra però in giuoco un altro fattore importante; dalla de- gradazione delle roccie ha luogo oltre che la formazione di mate- riali solubili, anche quella di altri corpi di natura colloidale, e di questi alcuni sono capaci di reagire con i sali solubili per dare silicati idrati assai complessi del gruppo dei silicati zeolitoidi. Questa reazione di scomposizione e la proprietà che hanno molti corpi colloidali di formare dei composti di assorbimento con al- cune sostanze saline, danno luogo ad un depauperamento delle so- luzioni, il quale è in funzione della concentrazione delle soluzioni preesistenti, e della proprietà dei corpi disciolti. Ne viene cosi che questi corpi colloidali esercitano una funzione regolatrice della con- cetrazione delle soluzioni del terreno. Tale proprietà regolatrice, che esiste in misura più o meno grande in tutti i terreni, viene più o meno facilmente saturata dalla presenza di corpi solubili in forte misura, tanto più che alcuni di questi sono adatti ad esser© — 21G — fissati dai corpi sopra ricordati. Affatto spiccate si fanno invece tali proprietà nei terreni con poco carbonato di calcio e molti idrosilicati alcalinoterrosi, e sopratutto nei terreni silicei. L'humus, che in molti terreni si accumula in una certa misura, concorre da una parte, colla continua produzione di CO-, a solubi- lizzare alcune sostanze, ma dall'altra, colle spiccate proprietà as- sorbenti dalle quali è caratterizzato, vale a regolare la concentra- zione delle soluzioni del terreno. Ma se l'accumulo di humus si fa molto forte, e la degradazione di esso viene, per causa di temperatura, di secchezza o di umidità eccessive, impedita, ha luogo la formazione di humus torboso, avente proprietà fortemente acide, e nel quale perciò appunto i sali mi- nerali sono trattenuti con una energia tale, da non essere che in minima misura presenti nelle soluzioni. Si hanno cosi dei terreni con soluzioni diluitissime, che tro- vano la loro analogia in altri terreni poverissimi di sostanze or- ganiche e anche di sostanze solubili, come sono i terreni di ferret- tizzazioue provenienti da una avanzatissima degradazione. Noi vediamo cioè che la composizione mineralogica del suolo può bastare per determinare a priori uno dei coefficienti della con- centrazione delle soluzioni. Ma molti altri fattori concorrono a complicare il fenomeno; anzi- tutto, se si torna a considerare l'esempio sopra ricordato della spiaggia salata, che è fortemente porosa, è facile constatare che un acquaz- zone che sopravvenga dopo un periodo di prolungata siccità, di- lava assai rapidamente l'accumulo di sale, e le radici delle piante ivi ospitate passano così in breve tempo da un ambiente iperto- nico ad uno fortemente ipotonico, per passar poi di nuovo col- l'evaporazione superficiale dell'acqua, e coll'ascesa per capillarità di quella profonda, a delle concentrazioni gradatamente più ele- vate. Questo fatto, che si verifica in modo afi'atto evidente nelle sta- zioni sabbiose salate, dove l'abbondanza del cloruro di sodio, e la porosità del substrato favoriscono i rapidi squilibrii di concentra- zione, si manifesta pure con tutta evidenza ad un accurato osser- vatore che prenda ad esaminare altre stazioni vegetali situate su terreni di origine mineralogica affatto diversa. Non sempre riesce tuttavia cosi facile distinguere le due sorta di terreni, quelli cioè a concentrazione variabile e quelli a con- centrazione sensibilmente costante. La variabilità e la costanza della concentrazione sono in rela- zione con molti fattori che enumererò rapidamente : — 217 — a) Fattori fisici del suolo. La porosità, la capacità idrica del terreno, la scaldabilità, la conducibilità termica, ecc., sono tutti coefficienti dai quali dipende la quantità di acqua presente nel ter- reno, e conseguentemente la diluizione delle soluzioni, la possibi- lità di ascensioni per capillarità dell'acqua profonda, ecc. b) Biologici. L'assenza di coperto erboso o la presenza di questo, hanno importanza preponderante nel permettere alle soluzioni di risalire alla superficie o no; la superficie boschita esercita sempre un'influenza moderatrice sulla ventilazione degli strati superiori del terreno, onde essi appaiono assai più freschi, o almeno in con- dizioni di umidità più costanti rispetto ai terreni, nei quali la su- perficie non ha alcun rivestimento vegetale vivo o morto. e) Climatici. Le stazioni situate in climi costantemente umidi ' e piovosi, saranno per cosi dire costantemente dilavate, e quindi la concentrazione rimarrà relativamente costante ; all'incontro lad- dove si alternano prolungati periodi di secchezza e di piovosità, si potranno osservare alternative di elevata e bassa concentrazione dei liquidi del suolo ; l'insolazione o la nubilosità più o meno ac- centuate, la ventilazione, ecc., contribuiscono ad aggravare in un un senso o nell'altro gli effetti di una intensa o scarsa precipita- zione atmosferica. d) Topografici. L'esposizione della stazione può, modificando la durata dell'insolazione, esercitare una certa influenza, e pure importanza ha il fatto se la stazione sia situata in un punto de- clive pianeggiante, dove l'acqua piovana possa scorrere rapida- mente permanere a lungo. La posizione della stazione ha inte- resse pure perchè ad essa può pervenire solo acqua piovana che ha semplice azione dilavante, o acqua di scolo o di risorgenza di altri terreni soprastanti, e quindi che può apportare, invece che di- lavare, nuove sostanze al terreno. e) Cinetici. La degradazione delle particelle del terreno dà luogo, oltre a prodotti solubili allontanabili coU'acqua, anche allo stabilirsi tra le particelle stesse di sostanze insolubili colloidali, in misura variabile, ma tali sempre da determinare col tempo una capacità acquifera maggiore, e sopratutto una accentuazione del ge- loidismo e dall'eustatismo del terreno. Nel terreno smosso invece l'equilibrio meccanico tra le diverse particelle del terreno si va rompendo di nuovo e si ha quindi più intensa degradazione, maggiore concentrazione delle soluzioni e sopratutto maggiore anastatismo. Tali condizioni prodotte dal movimento delle particelle del suolo, sono sopratutto opera dell'uomo, nel nostro campo di studia — 218 — (aratura, zappatura, sarcliiatura), ma non mancano anche nella nostra regione cause naturali di movimento, le quali talora agiscono da sole, per lo più integrano l'azione dell'uomo (azione della gra- vità, dell'acqua, del vento sui terreni scoperti, come frane, allu- vioni, ecc.). Di tutti questi complessi fattori, la mutua influenza determina una quantità numerosa di casi di differente concentrazione delle soluzioni, o anche delle coincidenze che a tutta prima sarebbero inaspettate. Inoltre col variare delle condizioni climatiche stagionali, pos- sono nel terreno aversi delle variazioni notevoli di concentrazione; <30si al termine del periodo piovoso primaverile si osserva nei no- stri climi un abbassamento generale della concentrazione dei liquidi dei terreni, al quale segue un innalzamento progressivo, più o meno accentuato, a seconda della durata del periodo di minore precipi- tazione. Nella stagione nella quale le piante sono in riposo pressoché completo, o per semplice riduzione dell'attività traspiratoria, o ad- dirittura per riduzione della superficie traspirante, esse sono quasi indipendenti dalla concentrazione dei liquidi del suolo, ed occorre tenere conto di ciò per apprezzare le cosidette appetenze edafiche di ogni singola specie. L'esame edafico di una stazione risulta quindi assai più com- plesso di quanto non sembri dapprima, ed occorre non solo tenere conto di un semplice saggio chimico, o di un esame fisico, ma anche di tutti gli altri coefficienti, e valutarne l'importanza, non solo nel momento nel quale si fa l'osservazione, ma durante tutto il periodo nel quale si svolge il ciclo annuale della pianta. Per es. data una stazione stabilita su terreno £C, occorre determinare la presenza di carbonato di calcio e apjDrossimativamente in quale misura, poi tenere conto della porosità del substrato, e da questa si potrà stabilire se i materiali solubili potranno essere facilmente asportati dalla pioggia o no ; si dovrà inoltre verificare se la falda acquea sia a profondità tale da impedire all'acqua profonda di risalire per capillarità alla superficie durante il periodo di secco. Per stabilire la misura di tale ascesa e della conseguente eva- porazione dell'acqua, occorre tenere conto della insolazione, alla quale è esposta la stazione, della ventilazione, della eventuale pro- tezione che il coperto vegetale paò dare alla superficie del terreno, della probabilità di frequente sopravvenire di piccole piogge, o della persistenza di lunghi periodi di secco. Da ultimo la stazione non va considerata come quel complesso — 219 — di terreno che va dalla superficie fino ad una profondità indefinita, ma solo per quel tanto di spessore che interessa la massima parte delle radici, della pianta o delle piante, rispetto alle quali si con- sidera la stazione stessa. Cosi in un campo si può notare una serie di stazioni edafiche sovrapposte, quella p, e. di pochi mm. di spes- sore della ilora efemera dei muschi e delle epatiche {Funaria, Riccia, Sphaerocarpus)^ quella della flora arvense precoce, di pochi cm. di spessore ; inoltre quella delle piante arvensi aventi radici un po' profonde, e infine quelle delle piante arboree che cingono il campo. Tutte queste si trovano in condizioni di concentrazione affatto dif- ferenti tra loro. Se lo studio preventivo di tutte le condizioni sopra enumerate ci può dare con una certa approssimazione la misura della ric- chezza di sostanze esistenti nei liquidi del terreno, un concetto più esatto di ciò non lo si può avere che mediante ricerche sj)e- rimentali. Un metodo veramente esatto di misura assoluta di questa con- centrazione, non credo esista ancora; io ho utilizzato i risultati che si ottengono quando su una determinata porzione di terra si faccia cadere lentamente una certa quantità di acqua di pioggia ; la quan- tità di sostanze asportate, e di quelle rimaste nella compagine del terreno in esame, può servire di ottimo indice per valutare la con- centrazione delle soluzioni esistenti nel terreno e la loro varia- zione sotto l'influenza di agenti climatici diversi. Un metodo assai più raj)ido e solo qualitativo, ma che con un po' di pratica può servire in molti casi come approssimativamente quantitativo, è quello da me proposto dell'uso di cartine di aliza- rina e poste entro involucri di carta pergamena purissima. Attra- verso questi piccoli dializzatori passano le soluzioni del terreno in misura tanto maggiore, quanto più ricco di sali è il terreno stesso, e vanno a reagire coll'alizarina, determinando delle colo- razioni intense con quasi tutti i componenti le soluzioni del suolo. Ho riassunto assai rapidamente i concetti che mi hanno indotto a stabilire una teoria osmotica dell'edafismo, e la metodica che si deve seguire per studiare le condizioni del suolo in rapporto alla vegetazione ; questi concetti, che ho esposto assai più a lungo in altri lavori, mi hanno condotto a suddividere le stazioni vegetali in quattro gruppi cioè delle Pedoidrofite, delle Pedoigrofite, delle Pedomesofite, e delle Pedoxerofite, secondo che le piante ivi ospi- tate vivono totalmente e contatto dall'acqua mobile, o solo col loro apparato assorbente, o in un terreno umido bensì ma con pori ri- pieni d'aria o in un terreno secco. — 220 — Ciascuno di questi gruppi si suddivide nei sottogruppi delle stazioni peraloidi, aloidi, geloidi e pergeloidi, caratterizzate dalla presenza di soluzioni assai fortemente concentrate (sup. al 2 "/^^ circa), o meno concentrate (0,5-2 "/^^ circa), o poco concentrate (0,25-0,5 7^,^, o a concentrazione minima. Per le stazioni delle Pedoidrofite i limiti massimi di concen- trazione per ciascun sottogruppo sono alquanto inferiori. Infine ciascuno di questi sottograppi si suddivide in stazioni eustatiche e stazioni anastatiche, quando la concentrazione dei li- quidi imbeventi il suolo è sensibilmente uguale o rispettivamente incostante durante il periodo vegetativo delle specie caratteristiche di quella determinata stazione. Cosi il concetto di stazione che in molti casi viene considerato come indipendente dalla natura del suolo, viene con i criterii che ho esposto ad essere molto meglio caratterizzato. Noi possiamo fa- cilmente osservare che un gran numero delle piante edaficamente considerate come indifferenti, solo perchè non sono nettamente le- gate al calcare o alla silice, sono invece caratteristiche di deter- minate condizioni delle soluzioni del terreno, allorché queste siano considerate sotto il punto di vista del loro coefficiente osmotico : molte specie che si trovano in due stazioni affatto distinte, secca p. e. l'una, umida l'altra, trovano appunto la loro analogia solo nella corrispondenza delle condizioni osmotiche proprie delle due distinte stazioni. Yi ha un numero grandissimo di stazioni, le quali ospitano as- sociazioni diverse ; eppure le condizioni di clima, di insolazione, ecc., sono affatto identiche, onde l'apparato assimilatore, gli organi ri- produttori, ecc., possono in entrambe compiere egualmente le loro funzioni; la spiegazione del divario la si trova spesso solo nelle condizioni edafiche, indipendentemente dalla presenza di questo o di quell'elemento chimico. Cosi è per es. delle conoidi alluvionali in una regione silicea: mentre le più recenti ospitano una vegetazione di tipo alicolo {EumeXj Chenopodium, Pohjgonum, Hordeum murinum, ecc.), quelle più vecchie si ricoprono di una vegetazione di Jasione^ Genista scoparla, Betula, Trifolium arvense, Ehacomitrium lanuginosum e quelle più ancora antiche hanno Polytrichum formosum, Calhina in abbon- danza. Genista tinctoria, Betula^ ecc. Eppure le condizioni di insolazione, di umidità atmosferica, di svernamento, di umidità del suolo, non sono per nulla cambiate. Solo la concentrazione dei liquidi imbeventi il suolo si è andata facendo progressivamente minore, ed i terreni sono divenuti ge- loidi addirittura pergeloidi. — 221 — Una serie di considerazioni che ho sviluppato altrove, mi hanno portato ad affermare che il silicicolismo (meglio il calcifugismo) e il calcicolismo di alcune piante non si deve affatto negare, special- mente il primo, ma è sempre un carattere secondario rispetto all'alicolismo e al gelicolismo. Cosi di una specie peralicola troviamo una varietà nitrofila ed una alofìla, di una alicola vi ha una varietà calcicela ed una non tale, e quindi ritenuta indifferente, ma pur sempre con carattere nettamente alicelo. Si può così dire che il carattere di appetenza per una data concentrazione dei liquidi del terreno è un carattere di dignità maggiore, che quello dell'appetenza per un determinato composto chimico. Stabiliti cosi i concetti fondamentali che mi saranno di guida nel corso del lavoro, ritorno allo studio delle condizioni edafiche generali dell'Appennino; naturalmente poiché l'esame accurato del suolo permette di caratterizzare con molta approssimazione ogni singola stazione, l'esame più dettagliato del terreno sarà fatto a proposito delle singole associazioni che ne sono caratteristiche. La presenza di marne e di calcari, di conglomerati calcari e di roccie serpentinose, di micaschisti e di argilloschisti, danno luogo alla formazione di sostanze solubili in misura assai diversa ; le pioggie frequenti, il prolungato permanere delle nevi nella parte elevata, ed i lunghi periodi di siccità nella zona inferiore, l'espo- sizione a nord di molta parte della catena appennina, quella a sud di alcuni contrafforti e dossi isolati, la natura franosa dei terreni marnosi e degli argilloschisti, sono tutte condizioni che provocano una difierenziazione profonda delle concentrazioni delle soluzioni che vi si possono trovare. VI. Opeea dell'uomo. — Già prima della dominazione romana molte tribù, di origine celtica, dei popoli liguri occupavano parecchie località della nostra regione; erano specialmente le depressioni della catena che potevano servire al transito, e le località situate appena al di sopra della pianura quelle che più delle altre venivano abitate. Gli Stazielli, i Liguriani, gli Iriesi, occupavano i luoghi dove ora sorgono Acqui, Tortona, Voghera. Essi entrarono ben presto in relazione colle popolazioni romane, colle quali ebbero rapporti Annali di Botanica — Vol. X. 15 — 222 — sia di alleanza, sia di ostilità; risultato ultimo di questi rapporti fu la trasformazione di queste regioni in colonie romane. Anche i passi dell'Appeuino furono occupati dai dominatori ro- mani, e a Eonco, Serravalle, Sassello, Cairo, Garessio, si incontrano le vestigia di antiche vie romane di comunicazione. Pel Colle dei Giovi passava la Via Costuma che si staccava dalle Via Emilia a Piacenza, e per Tortona, e Liburna si dirigeva su Genova. Di parecchie altre località si ha notizia fino dall'epoca romana, come di Ovada, Ponzone, Molare, Spigno (Crixia), Bagnasco, Di molte altre è solo nei documenti medioevali che se ne trova un primo accenno : Orba (891), Dego (900), Millesimo (967), B,oc- chetta Ligure (1197), Campoligure (1200). Tutto ciò attesta che l'attività dell'uomo si è svolta da molto tempo in questa regione. Molti dei castelli che costituirono i centri attorno ai quali si andavano agglomerando gli aggregati che ho testé ricordato, erano sotto la dominazione di principi o di vescovi del versante meridionale dell'Appennino, e per lunghissimo tempo nelle epoche posteriori, ed anche ora del resto, la parte elevata dell'Appennino fu sotto la giurisdizione dei centri più importanti situati sul versante Sud. Molto antichi e frequenti sono perciò stati i passaggi attraverso i valichi di questa parte della catena. Ma se i centri situati presso i colli o alle falde dei monti indi- cano l'attività dell'uomo da un'epoca cosi remota, tutta la parte montuosa circostante rimaneva pressoché intatta per un tempo assai più lungo. La « Silva Urba » si estendeva si può dire su tutta la catena appennina, era molto folta e ricca di selvaggina ; ed ancora adesso la parte elevata della nostra regione é occupata da foreste, profon- damente alterate però dalla utilizzazione più o meno regolare che se ne è fatta specialmente in questi ultimi secoli. L'importanza continuamente crescente dei centri situati sui colli della zona inferiore della catena, la feracità del terreno, le favorevoli condizioni climatiche, determinarono ben presto un attivo sfruttamento agricolo del terreno ad essi circostante. A questo si debbono mutazioni profonde nell'aspetto della vegetazione, nella prevalenza dell'uno o dell'altro elemento iioristico, l'introduzione di nuovi elementi floristici, ecc. Perciò, oltre che sotto l'aspetto climatico e geologico, noi dobbiamo dividere, anche sotto quello del fattore antropico, la nostra regione in due zone, l'una superiore nella quale il facies primitivo della vegetazione si è meno alterato nel tempo, ed — 223 — una inferiore nella quale esso invece si è profondamente modi- ficato. Le notevoli differenze che si osservano nella struttura petrografica della regione, le differenze di altitudine, gli intensi effetti del- l'opera dell'uomo nella parte bassa, determinano la possibilità dello stabilirsi di numerose associazioni caratteristiche delle quali cer- cherò di descrivere i tipi principali. Queste associazioni sono le risultanze di molteplici fattori sto- rici ed ecologici. In una zona come la nostra, nella quale da tempo l'attività dell'uomo ha lasciato una impronta cosi evidente, il fattore storico ha una influenza predominante, e converrà anzitutto prendere a considerare le associazioni secondo questo punto di vista. Anzitutto si debbono considerare le associazioni naturali. A dir vero non si può più attualmente parlare di associazioni naturali e affatto indipendenti dall'opera dell'uomo: la coltivazione a ceduo, la raccolta delle stramaglie sotto i boschi di alto fusto, il pascolo nelle regioni elevate, fanno risentire i loro effetti sulla vegeta- zione, però in modo affatto discontinuo. Tuttavia qua e là si incon- trano delle associazioni le quali si possono considerare come pri- mitive; per evitare delle distinzioni troppo sottili, io studierò insieme le associazioni naturali e quelle seminaturali. Le altre associazioni sono quelle che dipendono direttamente o indirettamente dall'opera dell'uomo, e, seguendo in massima i con- cetti del Bernatzky (1), io le prenderò in esame distinte in due gruppi, l'uno delle associazioni colturali, quelle cioè che dipendono da un'opera attiva e continua dell'uomo, sia nel sottrarre continua- mente gli elementi stessi da molte delle cause avverse che possono ostacolare il loro sviluppo; oppure nel mantenere costanti nel tempo la massima parte delle cause avverse o favorevoli che possono in- fluire su tali associazioni. L'altro gruppo è quello delle associazioni di ahhandono, in cui l'azione dell'uomo si esplica sia nel preparare la stazione, sia nel preparare o nel togliere involontariamente nuovi elementi flo- ristici. Tale azione ha luogo però in modo affatto discontinuo, onde la lotta per l'esistenza tra le diverse piante si compie per lunghi periodi, cosi che si verifica l'avvicendarsi di vegetali diversi, e ne risulta (1) Bernatzky J. — Anordnung der Formationen ìiacJi iJire Beeinflussung seitens der menschlichen Kidtur tind der Weidetiere. Botan. Jahrbuclier, XXIV, 1905. — 224 — la successione di associazioni differenti con la tendenza alla costitu- zione di una associazione naturale. Ciascuno di questi tre grandi gruppi di associazioni va poi sud- diviso secondo i fattori ecologici. VII. Classiflcazioue ecologica delle associazioni. Dovendo riunire in gruppi ecologici omogenei le associazioni principali dell'Appennino, sorge la difficoltà di adattarle ad una delle classificazioni esistenti, dato il fatto che ciascuna di esse è informata a criterii molteplici e disparati. Anche la recentissima proposta del AVarming (1) non va esente da un tale inconveniente; e già nel dare una classificazione ecologica dei terreni, io ebbi a rilevare 1' eterogeneità dei criterii adoperati per definire ciascuna delle 13 classi proposte da lui. Il Negri, in un lavoro che esce contemporaneamente a questo (2), ed io proponiamo una modificazione alla primitiva disposizione adottata dal "Warming (3), onde arrivare ad una classificazione che ci sembra affatto omogenea e sufficiente a comprendere tutti i casi che si possono presentare, almeno nella zona temperata fredda. La distinzione prende le mosse da due gruppi maggiori deter- minati dalla presenza o assenza di un eccesso di acqua nel terreno, in conseguenza del quale i processi respiratore, di una parte almeno dell'individuo vegetale, non possono compiersi se non mediante par- ticolari disposizioni morfologiche, che si riassumono nella comparsa di tessuti aeriferi. I rapporti della nostra colla classificazione eda- fica da me proposta, sono necessariamente molto stretti. Alle Idrofìte corrispondono infatti le Pedoidrofite, alle Elofite comprendenti le due suddivisioni delle Clizofite e delle Spongofite, si riferiscono le Pedoelofite ; le Xerofite corrispondono alle Pedoxe- rofite. Quanto alle Mesofite noi le distinguiamo, a seconda della inso- lazione alla quale vanno soggette, in Sciafite e Fofcofite, due classi che non trovano nessuna corrispondenza nell'Edafismo, essendo de- terminate dalle condizioni dell'ambiente epigeo. (1) Warming. — Ecology of Plants. Oxford, 1909. (2) Negri G, — La vegetazione del Bosco Lucedlo (Trino Vercellese). Mem. E. Acc. Scienze Torino, S. II, T. LXII, 1911. (3) Wariiing. — Okoloyische Pflanzenyeograpliie. II Aufi., Berlin, 1902. — 226 — Le quattro classi sono cosi caratterizzate : l'' Idrofite. — Piante immerse o sommerse, provviste di tes- suti aeriferi di galleggiamento o di respirazione. 2" Elofite: A) Clizofite (1). — Piante immerse per la parte inferiore e provviste almeno in questi tessuti aeriferi. Terreno prevalentemente minerale, sabbioso o limaccioso ; aerazione scarsa o nulla. B) Spongofite (2). — Piante viventi in substrato permanen- temente inzuppato ma non inondato, e provvisto, nella parte infe- riore almeno, di tessuti aeriferi più o meno sviluppati. Terreno prevalentemente torboso per feltro vegetale vivo o morto; aera- zione scarsa. 3" Mesofite: A) Sciafite (3). — Piante viventi in terreno umido ma leg- gero e aerato, prive di tessuti aeriferi. Apparato aereo sprovvisto di disposizioni difensive contro l'eccesso di traspirazione, in quanto questa è ostacolata dalla costante umidità e dalla scarsa insola- zione dell'ambiente. B) Fotofite. — Piante viventi in condizioni di ambiente non mai estreme rispetto alla insolazione, temperatura e umidità dell'aria e del suolo. Questo è aereato e mantiene un certo grado di umidità indipen- dentemente dalla sua struttura meccanica. 4" Xerofite. — Piante viventi in condizioni estreme rispetto alla insolazione, temperatura, e alla secchezza fisica dell'aria e fisica e fisiologica del terreno. Questo è costantemente aereato e può essere per periodi anche lunghi assolutamente secco, indipen- dentemente dalla sua struttura meccanica. Naturalmente poi in seno alle varie formazioni vegetali com- prese in queste classi, l'azione dei molteplici fattori ecologici, morfologici e storici, determina il costituirsi delle singole asso- ciazioni. (1) Dal greco xXuJ^w, bagno, allago. (2) Da i77roY(o?, spugna. (3) Da a/.'jTi, ombra. — 226 — Vili. Zone di yegetazione. • Si possono distinguere nell'Appennino piemontese tre zone di vegetazione; l'una superiore, assai poco estesa data la scarsa eleva- zione della catena, e clie ha per limite inferiore i 1300 m. e. ; è la zona subalpina caratterizzata dalla prevalenza di formazioni a pa- scolo e dalle piante subalpine. Come è ovvio, date le condizioni orografiche, tale zona è limitata all'estremo Est dell'Appennino pie- montese. Segue la zona del Faggio e quella del Castagno nella quale le specie dominanti sono accompagnate da tutta una serie di specie tipo montano o sub-montano. Poiché in questa zona, pur non man- cando pascoli e praterie, hanno assoluto predominio le formazioni boschive, e poiché una distinzione in zona montana e sub-montana è per molti rispetti poco esatta, io denominerò questa la zona dei boschi. Il limite superiore è segnato da quello inferiore della zona dei pascoli, all'Est, e dalle creste dei monti all'Ovest. Quello inferiore discende a 350-400 m. Il faggio scende fin verso i 650-700 m. nelle vallate fredde ed umide come presso Calizzano, Montenotte, ecc., il Castagno che arriva fino oltre i 1000 m. a Melogno, ai Giovetti, a Marcarolo, discende fin verso i 350-4:00 m. e talora anche più in basso, come tra Gavi e Serravalle, dove se ne incontrano boschi di alto fusto a 250 m. o come presso Novi a m. 200 dove se ne in- contrano individui sporadici. L'ampiezza dei limiti altitudinali dipende dalla orografia della regione, nella quale, mentre predomina l'esposizione a Nord, non mancano i contrafforti i quali procurando un riparo ai venti di tramontana, permettono notevoli variazioni nelle condizioni cli- matiche. Penzig ha già tenuto conto di questo fatto considerando come facienti parte della flora ligustica stazioni situate sul versante pa- dano delle Alpi Marittime, ma esposte a Sud e riparate dall'ele- vata barriera delle Alpi stesse. La zona inferiore comprende come specie boschiva caratteristica la quercia; ma questa é ormai ridotta a costituire dei piccoli cedui, assai più di rado dei boschi di alto fusto e limitati in superficie, e più di frequente si osservano individui isolati o qiiasi. — 227 — Una tale formazione boschiva è stata per la massima parte so- stituita da formazioni culturali; è questa la zona delle vigne, dei prati, dei campi e nella quale tutte le associazioni hanno più o meno risentito dell'azione dell'uomo. Vi si comprendono specie proprie della zona collina, di quella padana, di quella mediterranea, e, per le stesse ragioni che per la zona precedente la denominerò zona delle culture. Mentre le due prime zone sono situate sopra i terreni più an- tichi, fino a quelli eocenici, e in parte su conglomerati tongriani a elementi serpentinosi, quest'ultima zona occupa quasi unicamente i depositi terziarii e quaternarii. Nel nostro caso si ha una marcata coincidenza tra il variare delle condizioni climatiche dell'altitudine e il variare di quelle geo- logiche. Il clima passa gradatamente da un tipo sub-oceanico ad uno continentale e talora anche sub-mediterraneo, per ciò che riguarda il regime pluviometrico; quindi da un tipo che favorisce il geloi- dismo 9 l'eustatismo del terreno, ad uno che determina l'alicolismo e l'anastatismo: il substrato si va modificando da nettamente si- liceo, e quindi più facilmente geloide, in uno prevalentemente cal- care e con abbondante calcare solubile. IX. Formazioni uaturali e semiuaturali. a) Mesofite. Associazioni silvestri. Dell'antica Foresta Urba che ricopriva per tanta parte la super- ficie della nostra regione, la massima parte è stata distrutta da coltivazioni, disboscamenti, frane, ecc. Le formazioni boschive che rimangono hanno tutte subito l'opera dell'uomo, e, tranne il casta- gneto di alto fusto, utilizzato e si può dire coltivato pel raccolto delle castagne, le pinete, e alcune delle formazioni boschive degli alvei dei torrenti, tutto è ridotto a ceduo. Il ceduo di bosco che è meno frequentato, che è più folto, è quello che occupa la parte più elevata della catena fino verso i 1200 m.; quivi i residui delle vegetazioni precedenti si accumu- lano indisturbati, ed è pure dato incontrare nel sottobosco alcune di quelle specie che più sono sensibili all'azione diretta dell'uomo. — 228 — e sono quindi gli indici migliori di un tranquillo e regolare svi- luppo del mantello vegetale. Data la scarsa elevazione della catena e le particolari condi- zioni climatiche, mancano nell'Appennino piemontese le associa- zioni a base di Abies e di Larix. La parte più elevata è occupata unicamente dalle associazione del Faggio; più in basso troviamo l'associazione del ceduo di castagno, quella del castagno di alto fusto, della quercia, dei pini e infine, in prossimità dell'alveo dei fiumi, quella delle piante igrofile {AlnuSj Salix)^ e qua e là verso la pianura, quella della Rohinia. Associazione del Faggio. — Questa specie che è assolutamente dominante nelle formazioni boschive comprese tra gli 800 e 1200 m., è quasi dovunque tenuta a ceduo; senonchè mentre in tutte le parti più declivi dell'Appennino il ceduo è tagliato con una certa fre- quenza (8-14. anni), in quella più elevata, per qualche diecina di metri al di qua e al di là della cresta, il taglio si fa assai meno frequentemente, e talora si pratica un semplice diradamento, onde evitare che sul terreno affatto scoperto, il vento impedisca il rego- lare sviluppo del nuovo rivestimento boschivo. Il bosco di faggio si sviluppa su tutti i tipi di terreni; lo tro- viamo sui calcari triasici del Colle dei Giovetti, sulle rocce sci- stose silicee sul M. Ermetta, sugli argilloschisti nell'alta Valle Staf- ferà. Le condizioni climatiche dell'alta piovosità, nevosità, nebu- losità, della parte elevata dell'Appennino, la foltezza del rivesti- mento del suolo, fanno sì che le condizioni edafiche siano press'a poco eguali in tutta la catena, ed essenzialmente eustatiche. Tali condizioni fanno si che in parecchie località il Faggio di- scenda assai più in basso, ma in associazione (V. Stafferà m. 600, Pareto presso Acqui m. 200), sia in individui sporadici (V. Staf- ferà m. 500, V. Curone m. 300, V. Scrivia m. 500, V. Stura m. 300, V. Bormida m. 400). Se la faggeta di cresta e quella di valle non si differenziano che per lo sviluppo diverso della specie arborea fondamentale, af- fatto distinte sono invece le associazioni del sottobosco. Nel bosco di cresta la lunga permanenza del coperto arboreo, la bassa temperatura, la permanente umidità, favoriscono l'accumularsi di una notevole quantità di residui morti, ai quali si deve la for- mazione di un alto strato di humus assai soffice e poroso, ambiente favorevole ad una intensa vegetazione saprofita. Inoltre la scarsa illuminazione, riducendo notevolmente il numero delle specie capaci di svilupparsi in tale ambiente, permette lo stabilirsi di associazioni — 229 — di specie umicole; Neottia Nidus Avis, CorallorJii za innata, Mono- tì'opa llypojjyiis, e, nei punti meno buii, Polygonatum multifloruni, Majanthemum hifolitim, Pyrola secunda, Betonica offìcinalis, avente il rizoma straordinariamente sviluppato, Dentaria bulbifera, D. hepta- pylla, Symphijtuìu tuberosum, Orchis maculata, Ceplialanthera cri- si folia; a queste specie si aggiugono ad E. della Scrivia la rara Agri- monia agrimonioides, a ad 0. di questa il pure raro Buniv/m flexuosum. Sui pendii di valle, dove la faggeta è pure frequentemente sot- toposta al taglio, molte specie arboree o arbustacee possono, appro- fittando dei periodi di bosco raso, svilupparsi in varia misura. Ne risulta che la specie dominante non è cosi esclusiva come nella faggeta di cresta. Si associano allora Corylus Avellana, e, meno frequenti, Carpinus Betulus, Cytisus Laburnum, Pyrus Aria, Rhamnus Frangula, Viburnum Lantana, specie le quali per alcuni anni si svi- luppano perfettamente consociate al faggio, e, col crescere di questo, rimangono a formare il sottobosco arbustaceo. Tali piante sono anche importanti perchè sono quelle che pel loro più rapido sviluppo proteggono i giovani polloni di faggio su- bito dopo il taglio. La vegetazione del sottobosco è pure più varia: ne sono carat- teristici Convallaria Majalis, Ceplialanthera ensifolia, Asarum eu- ropaeiLììi, Anemone Hepatica, Orobus variegatus^ TrocJmchantes nodi- florus, Geranium nodosum, Prenanthes purpurea. A queste, dove è più folto il bosco, si aggiungono alcune specie umicole preceden- temente ricordate, e, dove è meno folto, altre che sono caratteri- stiche specialmente della regione del castagno, quali Anemone tri- folia, Digitalis lutea. Veronica urticifolia. Sono in generale piante a fioritura scarsa o precoce, le quali utilizzano pel loro sviluppo principalmente il breve periodo che intercede tra la fusione delle abbondanti nevi e la formazione com- pleta delle foglie degli alberi. In molte specie, anzi, spesso manca la fioritura, e ciò special- mente quando il forte sviluppo del bosco sopprime per loro quel particolare auastatismo d'ambiente, che ricerche recenti dimostrano essere necessario per far passare un organismo del periodo vege- tativo a quello riproduttivo. Del resto molto spesso, ove le condizioni di vita vegetativa si fanno sfavorevoli in modo assoluto, gli individui che vengono ad esservi esposti portano foglie scarse e clorotiche, mentre gli organi sotterranei si ingrossano, e funzionano quasi come organo quiescente che permette alla pianta di sopportare il periodo che corre tra l'uno e l'altro taglio del bosco. — 230 — In queste formazioni il terreno ha una piccola importanza, e noi troviamo le faggete di valle come quelle di cresta sparse su tutti i tipi di terreni. Affatto indipendenti dalla costituzione mineralogica della roccia -sottostante sono le numerose specie erbacee, le quali sono o netta- mente umicole, in ogni modo separate dalla roccia dallo spesso strato di humus. Ma basta che questo humus sia esposto all'azione diretta del sole, e che le condizioni di perfetto eustatismo si annul- lino, perchè il facies della vegetazione diventi alicolo-ruderale. Associazione del Castagno. — Alquanto più diffuso nell'Appen- nino piemontese è il castagno. Le abbondanti formazioni serpenti nose e di micaschisti, specialmente nella vallata della Bormida ; gli ar- gilloschisti, le argille scagliose, le marne, quando siano superficial- mente decalcifìcate, possono ospitare le associazioni del castagno; e ciò specialmente quando l'esposizione del terreno verso Nord, fa- vorendo la permanenza delle nevi e dell'umidità dopo la pioggia e quindi una più attiva decalcificazione, determinano una bassa e costante concentrazione del liquido degli strati superficiali del suolo, quelli che sono, come è noto, prevalentemente occupati dalle radici del castagao. Nel nostro Appennino la piovosità, la nevosità e le frequentissime esposizioni a Nord favoriscono queste condi- zioni. Il castagneto di alto fusto si incontra specialmente nella zona meno elevata, dove il frutto matura meglio e più facile è l'accesso; cosi tra Calizzano e Millesimo, tra Bormida e S. Giuseppe Cairo, in Val d'Orba, ecc., sono frequenti castagneti di alto fusto abba- stanza estesi. Nella parte elevata della zona del castagno non mancano indi- vidui di alto fusto, ma quivi di gran lunga più frequente è il castagneto a ceduo. Nel bosco di alto fusto il castagno costituisce la specie arborea esclusiva. Assai di rado però il castagno di alto fusto dà luogo ad un'ombra cosi folta da impedire lo sviluppo di una abbondante ve- getazione sulla superficie del terreno; anzi, salvo che nei luoghi male esposti, le associazioni costituenti i piani inferiori del sotto- bosco di castagno a fustaia, assumono nella nostra regione uno spic- cato carattere eliofilo. Nella parte più elevata (Colle dei Giovetti, Capanne di Marca- rolo), vi si incontrano specialmente associazioni pratensi e di pa- scolo montano. In quella inferiore, specialmente sui micaschisti, l'associazione — 231 — che ricopre il terreno è pure continua, ma di abito piuttosto xe- rofìlo; vi partecipano Ilelianthemum vulgare, Potentilla Tormentilla, Calìuna vulgaris, Brunella vulgaris^ Hieraciiun Pilosella, H. muro- rum, Agrostis canina, tutte specie aventi foglie in parte persistenti durante la stagione invernale, e capaci, dopo il periodo di fusione delle nevi, di utilizzare totalmente l'illuminazione solare prima dello sviluppo della chioma fogliosa dell'albero. Nelle località meno esposte, alle quali accennavo più sopra, pre- valgono specie eliofobe, come Thesium monianum, Viola canina, Po- lijgala vulgaris, Melampyrum pratense, Euplirasia ofjicinalis, Clino' podiuni vulgare, Antennaria dioica, Luzula albida, L. nivea, Desckam- psia f exuosa, Pteris aquilina. In entrambi i tipi di associazioni, le quali del resto presentano spesso delle specie comuni, si osserva che l'abito è affatto per- gelicolo, corrispondente all'ultimo stadio di degradazione del ter- reno nel quale la composizione mineralogica originale, la lunga permanenza di un medesimo rivestimento vegetale, senza che av- venga mai una rinnovazione del terriccio superficiale, hanno portato a poco a poco all'eliminazione di molte specie. Queste stazioni corrispondono ad uno stadio avanzato di invec- chiamento del castagneto, che precedono spesso, ove non succeda un rimaneggiamento degli strati superficiali, la sostituzione dell'as- sociazione di brughiera a quella boschiva. Sulle formazioni marnose, dove la composizione mineralogica originaria ha permesso solo più tardi lo stabilirsi di un castagneto, e dove la degradazione non ha portato alla ferrettizzazione degli strati superficiali, le specie del sottobosco sono più varie. Vi cre- scono: Trifolium ruhens, T. montanum, Lotus corniculatus, Betonica ofjicinalis, Calluna vulgaris, Campanula Rapunculus, Solidago Virga aurea. Achillea Mille folium, Pteris aquilina. A queste specie se ne ag- giungono altre che avendo radici più profonde, risentono meglio la minore degradazione del terreno profondo; sono queste ad esempio: Silene italica, Dori/chmum herhaceum, Ononis spinosa. In talune località dove il castagno è larga fonte di reddito pel prodotto dei frutti, si usa zappare il terreno onde diminuire la perdita di acqua per evaporazione. È questa una causa di rinno- vamento della cotica, ma questa lavorazione affatto superficiale non vale a modificare di molto le proprietà del terreno dove questo è già troppo degradato; gli elementi floristici che si osservano sono ancora quelli precedenti, ma sviluppati in modo assai precario, e costituenti in rivestimento discontinuo, che non e affatto normale nel comportamento di queste specie. — 232 — Il bosco ceduo è situato per lo più in pendìo più accentuato ; quivi perciò il materiale di degradazione subisce dei movimenti, in conseguenza delle pioggie forti o prolungate; le acque di dila- vamento delle parti superiori apportano materiale a quelli sotto- stanti, lo spessore di terreno non degradato è minore, e le perio- diche asportazioni della chioma arborea provocano bruschi cambia- menti che agiscono sia sull'ambiente edafico, che su quello epigeo. Ne risulta che il bosco ceduo è quivi assai più ricco di specie. La vegetazione arborea non vi è esclusiva, ma al castagno si associa spesso la quercia nella zona inferiore, e il faggio in quella superiore, e inoltre, e con maggior frequenza, Betula alba, Jimiperus communis, Carpinus Betulus, Corylus Avellana, Ostrya carpini folla, Populus Tremula, Salix Caprea, Pyrus communis, P. acerba (questo però solo ad 0. della Scrivia) P. Aria, P. Aucuparia, Acer campestre, A. monspessulanum, Ilex Aquifolium, Tilia ulmifoUa, Fraxinus Excel- sior, ecc. Queste specie appaiono piuttosto sporadiche nei castagneti posti sui pendii secchi e soleggiati, e sono invece alquanto più numerose nei valloncelli profondi e freschi, specialmente in prossimità di roccie a base scistosa. Si ha così un vero bosco misto, nel quale le condizioni clima- tiche favoriscono lo stabilirsi in modo particolare di specie mi- croterme. Il sottobosco della zona del castagno è ben diverso nei cedui secchi con castagno in prevalenza e in quelli umidi a tipo misto. Nei primi si osserva una vegetazione gelicola spesso xerofìla ; questa è di solito distribuita in due piani: l'uno più elevato con Jimiperus communis, Spartium scoparium, Mespilus germanica, Rosa gallica, R. canina, Erica arborea (rara). Il terreno è ricoperto specialmente di Pteris aquilina, Lotus cor- niculatus, Potentina Tormentilla, Calluna vulgaris, Hieracium Pilo- sella, H. murorum, Brachypodium pinnatum, Deschampsia flexuosa, a cui si aggiungono qua e là Silene inflata, Orobus tuberosus, Trifo- lium rubens. Genista germanica e G. tinctoria, Potentilla hirta, Hype- ricum montanum, Euphorbia dulcis, Vaccinium Myrtillus, Melittis Melissophyllum, Teucrium Scorodonia, Origanum rulgare, Thymus Serpyllum, Betonica offìcinalis, Centaurea amara, Leucanthemum vul- gare, Plathantera clilorantha, Lilium croceum, Molinia coerulea, ecc. Né mancano le specie a fioritura precoce, quali Viola canina, Anemone Eepatica (scarsa), A. nemorosa, pure rara, e quasi ovunque sostituita dalla frequentissima A. trifolia, Primula vulgaris e Scilla bifolia, Crocus vernus. — 233 — Quivi è pure abbastanza frequente una specie a fioritura tar- diva, il Crocus medins. Nel fondo dei valloncelli, l'ambiente più umido favorisce lo sviluppo di specie arboree più igrofile, a scapito dello xerofilo ca- stagno; ne deriva un'ombra più folta, un accumulo maggiore di humus, e la vegetazione del sottobosco assume un carattere netta- mente sciafita. Vi si osservano con maggiore frequenza : Neplirodiiim Filix-Mas, Blechnuìti Spicant (particolarmente nelle località situate sopra mi- caschisti), Amrum europaeum^ TJmlictrum aquilegifolium^ Stellarla nemortim, Oxalis Acetosella, Daphne Mezereum, Dentaria hulhifh'a, Spiraea Aruncus, Fragaria Vesca, Riihus sp. pl.j Geranium nodosum, Circaea lutetiana, Angelica sylvestria. Vaccinili tu M//rtillns, Lijsimachia nemoì'Uìiì., L. vulgaris, Veronica urticifoUa, Phutheuma Scheuchzeri, Ph. betonici folium, Prenanthes purpurea, Luzida nivea, Festuca gigan- tea. Pure in queste boscaglie, ma assai più localizzate, si incon- trano, Aristolochia rotunda, Pt/ru.s acerba, Oinphalodes verna, Atropa Belladonna. Queste ultime specie, particolarmente le erbacee, si incontrano dove il bosco è più folto, e meno influenzato dall'opera dell'uomo, e si possono considerare, fino a un certo punto, come residui di una distribuzione più estesa. Questo fatto della permanenza di alcune specie localizzate dove la formazione boschiva è più folta, dove quindi le condizioni di am- biente sono più costanti, ed in generale questa relativa ricchezza di specie in un terreno che per ragioni petrografìche, degradazione superficiale, accumulo di humus, costanza di umidità, ecc., dovrebbe essere piuttosto povero, si ricollega col fatto già osservato in Pie- monte dal Negri (1), che la vegetazione di sciafite può rimanere per lungo tempo indipendente dalla natura del coperto arboreo che la so- vrasta. Nel nostro caso speciale essendo l'ombra prodotta da nume- rose specie, gli effetti del taglio non possono essere cosi gravi come nel bosco affatto omogeneo, perchè la posizione riparata dalla sta- zione, e qualche specie di rapido accrescimento possono determinare presto un ombreggiamento provvisorio che precede la protezione più stabile e più efficace della specie arborea più robusta. Bosco DI QUERCIA. — Molto diffuse sono le associazioni della quer- cia in tutto l'Appennino settentrionale. Sono costituite essenzial- mente da Quercus sessiliflora, alla quale si associano con minore fre- quenza Q. pedunculata, Q. pubescens, Q. Cerris. (1) Negri G. — La Vegetazione della Collina di Torino, Mem. R. Acc. Scienze, Torino, S. II V. LV 1905. — 234 — Le particolari condizioni di secchezza della zona dell'Appen- nino sottostante a quella del Castagno, ed anche la natura petrogra- fìca del suolo, fanno sì che queste associazioni siano largamente distribuite su terreni abbondantemente calciferi, ed in generale in condizioni di spiccato alicolismo. Così sono rivestiti da querceti i calcari triasici di Bagnasco, i terreni marnosi terziarii, molta parte dei conglomerati del Ton- griano, le argille scagliose della Val Stafferà. Ma anche qui si os- serva che le condizioni climatiche possono agire assai efi&cacemente come correttivi della costituzione mineralogica del suolo, perchè ad una certa altezza, dove la maggiore pluviosità determina un dila- vamento maggiore e più costante del suolo, e quindi di un sub- strato più geloide, o dove l'esposizione a nord, joer cause che già dissi, provoca gli stessi effetti, l'associazione del Castagno si sosti- tuisce a quella della quercia anche su terreno di origine geologica identica. Il bosco di Quercia a fustaia non è molto frequente ; perchè è stato molto spesso distrutto e sostituito da ceduo. Attualmente la quercia di alto fusto è limitata ad aree ristrettissime, alle falde del colli, in alcuni punti più depressi, e sostituita quasi ovunque dal ceduo. Nel bosco di quercia a fustaia questa specie è per lo più esclu- siva, ma l'ombra non è mai cosi folta, che non si possano svilup- pare diversi piani di sottobosco. A costituire il piano più elevato entrano principalmente, ma non sempre contemporaneamente, Carpinus Betulus^ Ostrya carpini- folta, Corjjlus Avellana. Al di sotto di queste, e con maggiore frequenza, si osserva una vegetazione arbustacea e suffruticosa, della quale sono elementi fon- damentali Daphne Mezereum, Prunus spinosa, Crataegus oxyacantha e C. monogìpia, Lonicera Xylosteum. Poiché il querceto si sviluppa sia su substrati aloidi che geloidi, e poiché l'ambiente determinato dalla protezione della quercia non è cosi eustatico da rendere le piante di piccola mole indifferenti alla composizione mineralogica del substrato, ne risulta che la ve- getazione arbustacea presenta dei facies differenti; così sui terreni serpentinosi o silicei si trova qua e là V Erica arborea, localizzata dove le condizioni di illuminazione lo consentono. Sulle roccie cal- cari, come in Val Curone si trovano qua e là estese associazioni di Buxus sempervirens. Anche la vegetazione erbacea che ricopre immediatamente il terreno di questi boschi risente della natura mineralogica del suolo. — 236 — Noi possiamo in tal modo incontrare una associazione alicola a base di Ilelleborun foetidus, Origanum vulgare^ Cephalantera rtibra, Ophrijs Arachnites, ed un'altra gelicela con Calluna, Potentilla Tor- mentilla, ecc. Il ceduo di quercia, per l'accrescimento assai più lento di quello di castagno, per l'ombra meno intensa alla quale per molti anni può dar luogo, permette lo sviluppo di numerose specie di carat- tere xerofilo-eliofilo. Molto spesso poi, sia per la lentezza di accre- scimento sia pel cattivo modo di utilizzazione, il querceto non di alto fusto assume nella parte